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venerdì 24 gennaio 2020

Centomila gavette di ghiaccio, Storie della farfalla, Gianpiero Mughini, La vie est dégueulasseOoy, il parente fascistello, i bulli



Ho letto “Centomila gavette di ghiaccio” di Giulio Bedeschi ai tempi delle medie con una rilettura veloce alle superiori e purtroppo è una di quelle letture inficiate dagli obblighi scolastici e dai relativi riassunti da consegnare alla professoressa di turno. 

Nei giorni scorsi sono incappato in un bell'articolo di Gianpiero Mughini su il Foglio "La ritirata nel gelo dell’inverno russo, dove più delle pallottole poté il gelo. Leggere per la prima volta "Centomila gavette di ghiaccio" e non so perché mi è tornato in mente un cugino della mia nonna paterna che conobbi da bambino. 
Un vecchietto (ma neanche tanto vecchio ai tempi, avrà avuto 66-67 anni) che aveva combattuto come Alpino nei Balcani e poi con l'Armir in Russia dove ci aveva lasciato tre dita della mano sinistra, la gamba sinistra oltre alla parte sinistra del volto semiparalizzata. 
Apparteneva alla linea materna di mia nonna: mezzadri mezzi socialisti e repubblicani che poi si erano fatti tutti fascisti dopo la marcia su Roma e quel vecchietto non aveva mai rinnegato la sua fede fascista così come sua sorella che aveva prestato servizio come ausiliaria per la Repubblica di Salo'. 
A quei tempi (i miei ricordi risalgono a metà anni' 80 fino ai primissimi anni '90) quando andavamo nel legnanese e milanese a trovare le zie e gli zii di mio padre capitava spesso di incontrarlo e io ero felicissimo di vederlo perché la sua stanza era piena di tesori e a differenza di mio nonno che non parlava mai di guerra, lui era un oratore incredibile e quando, al terzo calicetto di vino, si metteva a raccontare le sue avventure di guerra io e tutti gli altri restavamo a bocca aperta anche se quelle storie le  avevamo già ascoltate mille volte. 



Sorridevo quando magari mio nonno partigiano e il resto dei parenti gli dicevano di non esagerare e stare buonino con gli elogi del Duce perché altrimenti lo avrebbe buttato per strada. 

Appena sapeva che saremmo passati da quelle parti mandava qualcuno a  comprarmi un sacchetto di soldatini di plastica perché sapeva quanto amavo giocare coi soldatini e una volta notai che quel fascistello aveva aperto il sacchetto e trasformato la bandiera italiana in una bandiera strana che non conoscevo. 

Fu mio padre a spiegarmi di cosa si trattava e a gettarla nell'immondizia. Indomito andai a recuperarla di nascosto e la rimisi nella scatola col resto dei soldatini e le bandierine. Il giorno dopo era scomparsa nuovamente. Il fascistello lo rifece una seconda volta e questa volta la portai in salvo. Quattro giorni dopo che ci giocavo il pennarello sbiadì e tornò ad essere la solita bandiera italiana.


...


La mia mente mi fa sempre brutti scherzi e se sopra pensavo al mio parente fascistello rileggendo “Storie della farfalla” di William T. Vollmann (Minimum Fax, traduzione di Cristiana Mennella) ho ricordato tutti i soprusi che ho subito da bambino perché ero gracile, silenzioso, timido, saccente, bruttissimo, noioso. 
E perché portavo l'apparecchio e ne ho portati di tutti i tipi e quanti soldi hanno speso i miei genitori per sistemarmi la bocca... e quanti soldi hanno speso inutilmente loro due per farmi accettare questa esistenza di merda... la scimmia che mi porto dentro da sempre.
Una volta a Milano me la vidi brutta col baffo addosso.
Quando hai finito dal dentista te la senti di venire in Corso Buenos Aires al solito negozio di vestiti che devo comprare un po' di cose per tua sorella? ,i aveva chiesto mia madre.
Ovvio che ce l'avrei fatta.
E invece appena uscito dal portone ecco due prostitute di sessant'anni che mi pigliroano subito per il culo mentre adescano clienti e che non contente mi colpirono con due mozziconi di sigaretta e ricordo che mi urlarono in dialetto milanese qualcosa del tipo che con quel coso in bocca sembravo un'affettatrice arrugginita e che la figa non me l'avrebbe fatta leccare mai nessuna ragazza ma il peggio fu quando per attraversare il parcheggio mi scontrai con un gruppetto di adolescenti che mi sbarrarono la strada e cominciarono a darmi del mostro, del ritardato, mi sollevarono da terra prendendomi per lo zaino per poi sbattermi a terra, uno mi sputò sui capelli. 
Si dileguarono solo per l'arrivo di un paio di vecchietti che però mi diedero pure loro della femminuccia quando scoppiai a piangere prima di correre da mia madre.
Non le raccontai nulla se non che ero inciampato in un tombino e mi ero sporcato i calzoni nuovi.
Tempo fa ho raccontato questo episodio a mia cugina che mi ha detto che in un video dei Blink 182 c'è una ragazza col baffo che fa una brutta fine.
Mia cugina per tutto quello che ha subito da ragazzina ha ancora gli incubi.



E mentre leggevo ho pensato anche a te Ooy, amica mia, augurandomi che le persone che stai accompagnano, adescando in Thailandia non sia troppo schifose. 
Conoscendoti, posso solo augurarmi che tu stia bene.
La vie est dégueulasse è il titolo di un romanzo di Malet che fa parte di me e ho quasi sempre sentito la mia vita come qualcosa di schifoso, disgustoso, insopportabile, un peso e non chiedo nulla ai giorni che vengono se non che le persone buone come te Ooy possano essere preservate dal Male e conservare quegli occhi e quei sorrisi che mi hai regalato per tutto il tempo che ci siamo frequentati.


Andrea Consonni, 24 gennaio 2019

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