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mercoledì 20 novembre 2019

Il giorno della civetta, Valter Vecellio, La strategia dell'emozione, Greet Death



Questi sono i classici giorni di flessione di lavoro al cinema prima della tempesta che si scatenerà da questo fine settimana e che proseguirà fino a Pasqua e sto cercando di sfruttarli leggendo tutto quello che riesco, sistemare pagine nuove, dormire un po' perché poi le giornate saranno ingestibili.
Nella mia rilettura/scoperta dell'opera di Sciascia sono tornato a "Il giorno della civetta" che lessi la prima volta alle medie e l'ho ritrovato ancora splendido con quel mirabile passaggio fra il capitano Bellodi e don Mariano.
Durante la rilettura ho ripensato a due persone che ho conosciuto tempo fa: un professore di sostegno siciliano che minimizzava sempre il fenomeno mafioso e mi diceva che era un invenzione letteraria di noi settentrionali e poi a una ragazza che era scappata dalla Sicilia proprio perché non riusciva più a sopportare l'omertà, la mafia, la mancanza di prospettive, il marcio che la stava consumando da dentro e per farlo aveva dovuto rompere con la sua famiglia e in particolare coi due fratelli. L'ultima volta che l'ho incontrata camminava per strada con le sue due figlie e mi ha detto, prevedendo la mia domanda, che no, non aveva mai portato le sue figlie in Sicilia e che sentiva solo sua madre per telefono. "Tu non hai idea di cosa significhi per una donna siciliana tagliare i rapporti con la propria famiglia". 

La prima pagina, in tema, de Il Riformista di oggi e ieri sempre su questo giornale c'era un bell'approfondimento di Valter Vecellio: "Il paradosso di Sciascia: denunciò i professionisti dell’antimafia e gli diedero del mafioso"

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