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mercoledì 19 giugno 2019

In breve su "Lingua nera" di Rita Bullwinkel (Black Coffee) + Chelsea Wolfe


In Florida tutto è color pastello. Una tazza giallo acceso non si trova. Deve essere sbiadita. Consumata di fresco. Sono così le cose, laggiù, inondate di luce e diluite. Occhiali da sole di un rosa chiaro chiaro e capelli bianchi bianchi. Una presunta imitazione di essere umano, vibrante. Ecco l'aspetto che hanno quasi tutti. Di solito le persone vere non ci vivono, in Florida. Ci sono solo fantasmi, confinati in un limbo per peccati di gola o per aver applicato interessi sui prestiti.” (“I veri zombi di Dio”, pag. 67)

“Lingua nera”, esordio di Rita Bullwinkel (Black Coffee, traduzione di Leonardo Taiuti), è una raccolta di diciassette racconti, alcuni della durata anche solo di due pagine (il meraviglioso e straniante “Phylum” sulla dissoluzione di una relazione) inquietanti, surreali e magici che indagano le possibili trasformazioni di corpi, oggetti, relazioni affettive, sogni, lavori. 
Una raccolta che oserei accostare alle opere di Aimee Bender, Julia Slavin, Lydia Davis, Judy Budnitz, A. Homes dove il corpo ha una funzione spesso centrale nella narrazione: corpi che decadono, che diventano incubatrici di disagi esistenziali, corpi che diventano oggetti sostitutivi (come nel racconto “Ingobbirsi” con uomini che vengono assunti con la qualifica di Reggiseno), corpi modificati e plastificati de “I veri zombi di Dio” (un racconto da accostare a “Florida” di Lauren Groff e che offre uno spaccato più veritiero dello stato americano rispetto a quanto offerto da patinate serie tv di successo come Csi Miami), corpi odiati/martoriati/amati come accade nel racconto “Lingua nera”, relazioni umane che trovano nel sesso e nella fisicità della carne la sola comprensione possibile, amicizie adolescenziali fondate su discussioni riguardanti ciò che potremmo fare ai nostri corpi, se potremmo mangiarli e come mangiarli, nello splendido ma davvero splendido racconto  “Le braccia sopra la testa”, corpi che si fanno carnefici, nemici, vittime, alieni, interpreti della crisi economica o del crollo di qualsiasi speranza in un futuro migliore, personale e collettivo.

Quando mia figlia divenne maggiorenne, l'economia era talmente in crisi che conveniva di più pagare qualcuno per reggerle il seno che comprare la biancheria necessaria. Mettemmo un annuncio su Craiglist e stabilimmo che era Mark il più adatto all'incarico. Lo sistemammo nel giardino sul retro, in un capanno con dell'acqua corrente. Alle prime luci del mattino si alzava, si posizionava davanti alla porta della stanza di mia figlia e aspettava che si svegliasse. Ogni volta che usciva di casa, Mark si ingobbiva dietro di lei, le faceva scivolare le mani sotto la maglietta e sorreggeva delicatamente i piccoli seni.” (Ingobbirsi, pag. 135)

Una raccolta bellissima, frutto di una scrittrice dal talento cristallino, con uno stile impeccabile e con una molteplicità di registri capaci di sorprendere e affascinare, in grado di insinuarsi sotto pelle, di scavare negli angoli bui dei nostri desideri e sogni, di accarezzare i nostri lati meno nobili e le nostre debolezze, le nostre tentazioni e i nostri orrori.

Ho due istinti che mi è difficile conciliare: ho una paura matta dei trampolini ma allo stesso tempo, quando mi trovo su una superficie rialzata come un tetto o un sentiero lungo da scogliera, avverto l'impulso di saltare. Me lo sento nei piedi, questo allegro senso di vertigine che mi ripete, Metti che, metti che... Su un trampolino invece ho la certezza del risultato e mi chiudo a riccio. È la pressione sociale a costringermi a salire la lunga scaletta finché non mi ritrovo lassù. Sono famosa per quella volta che da adolescente ho fatto dietrofront rinunciando a tuffarmi – un gesto inconcepibile, vergognoso a quell'età -, e allora perché ho quest'impulso a saltare giù da altre cose? Perché il risultato è ignoto? Il mio cervello cosa crede, che spiccherò il volo? È ridicolo che il mio corpo dica, Salta e falla finita. Una volta, quando vivevo in un grande appartamento in città, ero sul tetto a fumarmi una sigaretta con un'amica e le ho confessato la cosa, e lei mi ha detto, Ah, ma certo, anch'io. È una sensazione strana, mi ha detto, questa voglia di buttarsi giù dalle cose. È il motivo per cui siamo amiche?, le ho chiesto. Perché vogliamo saltare tutte e due?” (Lingua nera, pag. 42)


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Il 13 settembre esce il nuovo disco di Chelsea Wolfe "Birth of Violence" (Sargent House) anticipato da questo singolo:



Andrea Consonni, Sun, 19 giugno 2019

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