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martedì 25 giugno 2019

Due righe su "Istruzioni per un funerale" di David Means (Minimum Fax)



Amo rileggere libri, riguardare film, riascoltare dischi, ritornare su sentieri dove sono stato centinaia di volte. Mi piace perché ogni volta scopro nuove sensazioni, passaggi inesplorati, sfumature che avevo perso o nemmeno capito. Eppure ogni volta che rileggo, riguardo, ripercorro sono scosso da un brivido come se nel ritornare a ciò già conosco (o che reputo di conoscere) perdessi per strada pezzi di me stesso. In fin dei conti ogni conoscenza significa necessariamente un abbandono ma ogni abbandono è causa di ferite, lacerazioni, cicatrici, di una nuova pelle che magari può essere fastidiosa, inopportuna, ingestibile, indesiderata. 

Per dire, ogni volta che rileggo Moby Dick sento quel me stesso bambino che incontrava Melville per la prima volta allontanarsi nella galassia dei ricordi. 
Ero un bambino con la testa ossessionata da oceani sconosciuti, dalla caccia alla balena, dalla Pequod, dalla voglia di avventura e di lasciare tutto un mondo che mi faceva già molto schifo. 
Ma da allora sono accadute tante cose che mi hanno travolto e cambiato. 
Ho conosciuto il fallimento, la depressione, la morte di amici, quella di mia madre, la solitudine, il lavoro meccanico, la fatica, la mancanza di soldi, l'alcolismo, i tentativi di suicidio e quando a quarant'anni ritrovo Ismaele c'è un me stesso adulto che vive Moby Dick in maniera diversa da come accadeva allora ma nello stesso guarda a quel bambino che ero con occhi diversi già da quelli che avevo dieci anni fa. 
Ritorno sui ricordi e sulle riletture con il peso di altri anni, di altre sofferenze ed esperienze e vengo sempre preso dal dubbio se quanto sto ricordando sia il mio vero ricordo, una suggestione o un ricordo auto-assolutorio e se in fin dei conti un ricordo abbia davvero una forma stabile nel tempo o se invece sia sempre e soltanto una narrazione in divenire che si arricchisce di nuovi spunti, menzogne, degradazioni, invenzioni. 

Ecco l'ultima raccolta di racconti di David Means "Istruzioni per un funerale" (Minimum Fax, traduzione di Assunta Martinese) vive costantemente di questa sensazione di perdita e ricostruzione, di momenti presenti che vivendo nell'alternanza di sbalzi temporali, voci, ricordi, riesumazioni, supposizioni restituiscono la complessità dell'esistenza e di tutti quegli ingranaggi invisibili (eppure così concreti) su cui sono costruite le vite degli esseri umani. 

David Means è, in ogni suo libro, un autore di una precisione chirurgica ma sembra quasi dirci che nella scrittura così come nella vita non esiste una vera precisione, non esiste una sola possibilità perché ogni cosa sembra sfumare, farsi più difficile e complicata ogni volta che la affrontiamo. I punti di vista possono essere instabili, ciò che riteniamo veritiero nella nostra vita potrebbe essere solo una costruzione fatta a posteriori oppure no. Invitiamo gli altri a crederci, scriviamo disposizioni per funerali raccontando un'ipotesi sulla nostra morte, raccontiamo una scazzottata , proprio adesso, ma anche fra trent'anni, invecchiati, seduti su un portico insieme alla donna che amiamo, quando ciò che accade si è perso e ciò che avevamo raccontato la prima volta ha smesso di esistere e resiste solo quel momento presente che già sta evaporando. Siamo un gruppo di tossici che si fumano una sigaretta proibita fuori dal centro di recupero ma nella nostra testa, nei nostri corpi si sta già sviluppando (si è già sviluppato) il tradimento delle nostre promesse di riabilitazione, c'è già la tentazione, la voglia di fuggire, c'è quell'ipotesi che poi diverrà l'amara constatazione dei nostri fallimenti anni più tardi quando saremo ancora rinchiusi in carcere, sbattuti in una comunità, nascosti a bucarci sotto un ponte. Siamo quel padre che vede il proprio figlio correre verso il fiume e il pericolo e si chiede quando nella sua testa è diventato padre e dov'è finito quella parte di sé stesso che non era un padre. O quel marito che rivede il tradimento suo e della moglie con gli occhi di un uomo che quei tradimenti li ha superati ma che li sente ancora marcire dentro al cuore, nella mente. 

Quando leggo David Means più che di accostarlo ad altri autori mi viene voglia di accostarlo ai miei amati laghi che tutte le volte quando li vado a incontrare sembrano aver mutato volto ed esigono nell'incontro molta attenzione, dedizione, ascolto. Ecco, i racconti di questo straordinario scrittore esigono l'ascolto di sé stessi quasi fino al silenzio più assoluto, a costo di farci un male incredibile e di restare senza fiato mentre vediamo scorrere un treno in lontananza dove sta viaggiando chi ci tradirà e che tradiremo tutti i giorni, noi stessi.


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