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giovedì 25 aprile 2019

Lavoro, scuole, Herman Koch, Rachel Cusk, Holding Patterns, American Football




Ho avuto sempre un pessimo rapporto con asilo e scuola.  Ho trascorso il mio intero ciclo scolastico ad alzarmi la mattina con l'angoscia addosso all'idea di trascorre del tempo in un'aula. Ho manifestato più volte il mio disagio sin dall'asilo ma quando ho compreso che non ci sarebbe stato nulla da fare ho commesso l'errore di tenermi tutto dentro (salvo puntuali crisi e conflitti con scuola/genitori) fino a poi, una volta mollata l'università, crollare definitivamente nel cervello, nel cuore e nel fisico.
È anche per questo che mi sono sempre interessate forme alternative di istruzione  la pedagogia libertaria, le scuole Montessori, i metodi steineriana e mi chiedevo se frequentando una scuola alternativa avrei forse vissuto un'infanzia e un adolescenza migliori. Poi però col tempo quando ho conosciuto uomini e donne che le avevano frequentate non mi sembravano messi meglio di me e nemmeno tanto diversi da me. Anzi, fra quelli che hanno frequentato scuole alternative o hanno insegnato o insegnano in quelle scuole ho incontrato un elevato numero di stronzi e stronze. 
Mi ricordo in particolare Tommaso e Angelica,  figli di due sindacalisti comunisti (due gigantesche teste di cazzo) e usciti dalla Montessori. Lui era un arrogante, stronzo, violento di prima categoria. Lei un'altezzosa testa di cazzo che fumava in spiaggia leggendo l'Iliade in greco e guardando con disprezzo l'erezione che avevo fra le gambe.



Per Neri Pozza è uscito un romanzo di Herman Koch "La scuola" (Neri Pozza) che ha molto a che fare con la Montessori. Se cercate in rete trovate anche una pungente intervista all'autore e uscita sull'inserto culturale de La Stampa.


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Mi capita con mia sorella, con mio padre, con parecchia gente di sentirmi ripetere alla nausea che sono sprecato a fare il lavoro che faccio. Io ormai ci ho fatto l'abitudine e li faccio parlare e parlare fino a che sono soddisfatti di loro stessi. 
Il mio lavoro mi rovina le spalle, il fisico, il sonno, le ginocchia, la pelle, la schiena. 
È sottopagato e precario ed è una vera merda e la stragrande maggioranza dei miei colleghi mi sta sul cazzo... ma non lo scambierei mai e poi mai per un lavoro in una casa editrice o in un giornale o in una libreria o in un ufficio pubblico... che sono spesso i lavori dove quelli che dicono di conoscermi mi vedrebbero bene.


Io non ho mai saputo veramente quale fosse il mio posto nel mondo ma di sicuro so che non è in una libreria o in una casa editrice o in un giornale.

Ci sono poi giorni come quello che ho trascorso ieri al lavoro che mi fanno stare bene. 

Tantissimo lavoro per colpa di quel film del cazzo che è l'ultimo capitolo di Avengers e mentre pulivo sale e cessi  e mi inzuppavo di sudore la maglietta col logo della catena e stavo in mezzo a gente che è la mia gente anche se poi non so quale sia la mia gente non provavo quell'angoscia e quello schifo che avevo provato, durante la pausa a metà pomeriggio, nella libreria dov'ero stato per acquistare un paio di libri. 

Ascoltavo le discussioni della meglio gente, le battute intellettuali, i commenti su quel tale ristorante o prodotto biologico e vacanza alternativa e mostra e politici di sinistra e non vedevo l'ora di tornare al lavoro e soprattutto di tornare a casa, verso le 21, per poter riposare e leggere.





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Un giorno vorrei incontrare Rachel Cusk e stringerle la mano, offrirle un caffè e augurarle buona giornata. Nient'altro. “Transiti” (Einaudi, traduzione di Anna Nadotti) è un gioiello come “Resoconto” e come il resto dei suoi romanzi.

Ho detto che la mia attuale sensazione d'impotenza aveva cambiato il mio modo di guardare a ciò che accade e perché, al punto che stavo cominciando a vedere nel succedersi degli eventi quello che alcuni chiamavano fato, come se vivere fosse un semplice atto di lettura, leggere per scoprire quel che verrà dopo. Quell'idea – della propria vita come qualcosa di prestabilito – era stranamente allettante finché non ti rendevi conto che riduceva gli altri allo statuto morale di personaggi e ne camuffava le capacità distruttive. Tuttavia l'illusione di un significato si riproponeva, a prescindere dal nostro tentativo di contrastarla: come l'infanzia, ho detto, che trattiamo come un manuale d'istruzioni anziché semplicemente come una formativa prova d'impotenza. Per parecchio tempo, ho detto, ero stata convinta che solo con un'assoluta passività sarei arrivata a capire cosa veramente ci fosse laggiù. Ma la mia decisione di creare disturbo ristrutturando  la casa aveva risvegliato una realtà diversa, come se avessi disturbato una belva dormiente nella sua tana. Avevo cominciato, in effetti, ad adirarmi. Avevo cominciato a desiderare il potere, perché finalmente capivo che era sempre stato in mani altrui, che ciò che io chiamavo fato non era che il riverbero della loro volontà, una fiaba scritta non da un cantastorie universale ma da persone che, fino a quando le loro azioni venivano accolte con rassegnazione e non con sdegno, avrebbero continuato a eludere la giustizia.” (pp. 149-150)

2 commenti:

  1. Dev’esser questa la ragione per cui qui mi sento a casa: quel senso di fratellanza che accomuna chi non ha mai (ancora?) saputo quale fosse il suo posto nel mondo.
    Questa Cusk alla quale continuo a girar intorno. Mi toccherà prenderla.

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    1. sono felice che tu qui ti senta a casa. a quarant'anni sono uno di quelli che non ha ancora nemmeno il coraggio di prendere un cane o un gatto per paura di rovinargli la vita.

      Adoro la Cusk, la seguo da tanto tempo. Autrice, che a quanto sento dire, si ama o si odia.

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