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giovedì 18 aprile 2019

"Cintura nera" di Eduardo Rabasa (SUR)


Ci sono romanzi che mi conquistano più per i comprimari e le linee narrative minori che per i protagonisti e la storia principale come nel caso di “Cintura nera” del messicano Eduardo Rabasa (SUR, traduzione di Giulia Zavagna)

Un romanzo che pagina dopo pagina si fa denuncia grottesca/surreale/violenta del mondo delle multinazionali, delle folli campagne di guerra psicologica/fisica affrontate dai dipendenti per conquistare il premio tanto agognato (promozione, encomi, soldi), dei meccanismi di controllo/sfruttamento/ricatto del personale e con un protagonista come Fernando Retencio disposto a qualunque meschinità e follia pur di conquistare il simbolo del trionfo: la cintura nera del Migliore Risolutore di Problemi. 

Tutto bello, appassionante, graffiante ma mentre leggevo mi rendevo conto di due aspetti: il primo era rendersi conto di come Paolo Villaggio abbia creato un personaggio letterario fantastico e irraggiungibile come Fantozzi e il secondo era che del romanzo di Rabasa mi irretivano maggiormente figure come Dromundo con la testa ricoperta di ulcere, ferite, vesciche, tuttofare/custode/portiere/vittima sacrificale dell'azienda/Retencio, coi suoi sfoghi sindacali senza pubblico capaci di spaccarmi in due il fegato o i poveri senza nome sfruttati come artisti della povertà vendibile sul mercato in nome di una fantomatica rivincita sociale o Vietnam Padilla, intrattenitore di un locale notturno, o il Budda, pugile che non riesce più a combattere perché convertitosi al buddhismo, o la ragazza con la cicatrice finita a fare la prostituta o la stessa Klara, moglie di Retencio, per non parlare di Rita, una scimmietta pupazzo. 

Non mi va di aggiungere altro se non che ci sono pagine annichilenti in "Cintura nera" in grado di mettere a nudo e descrivere la meschinità che alberga dentro di me (e tutti noi), le mie esperienze lavorative, un mondo del lavoro sempre piu' abbruttito, veloce, competitivo, spietato, una solitudine esistenziale che non lascia scampo.

C'è pure Sotto il Vulcano di Malcolm Lowry, omaggiato "carnalmente" dall'autore.

E poi basta, ho già scritto troppo.

2 commenti:

  1. Uh, mi interessa.
    Ok poi ho un debole per chi omaggia Sotto il Vulcano (prima di lui, i Litfiba con l'omonima canzone).
    Interessante vedersi raccontati, aspramente e in modo vero, in una storia così...

    Moz-

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    1. Lavorando per una catena ho respirato fra i vari aspetti, in chiave grottesca, molti meccanismi del mio posto di lavoro... tipo lo standard che deve essere mantenuto uguale in tutta la catena (con conseguenti folli ossessioni) e anche la gara, mai veramente esplicitata ma nei fatti, a essere i migliori rispetto agli altri cinema.

      Lowry è stato un grande scrittore che ha sciupato tantissimo il proprio talento o forse il suo talento di scrittore risiede nello sciuparsi e sprecarsi.

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