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martedì 30 aprile 2019

Lolita, carcere, Mars Room, Rahcel Kushner, Karina Sainz Borgo, Alberto Almas, Giampiero Mughini,

Al termine del mio dodicesimo giorno di lavoro di fila (e me ne restano altri otto prima di un giorno di riposo... ma non mi devo lamentare visto che quest'estate sarà grigia e mi sto già muovendo per trovare un lavoro aggiuntivo) è bello potersi sedere al cesso e leggere Il Foglio di ieri con un lunghissimo e spassoso articolo di Nadia Terranova che mi ha messo voglia di rileggere Lolita e purtroppo anche fatto ricordare gli sguardi carichi di disprezzo che, al matrimonio di mia sorella, mi vomitarono addosso due sue amiche (una con dei bellissimi capelli rossi e che mi avevano descritto come libertina e dark) e un suo amico (e tutti e tre archeologi/letterati/di quella sinistra che tanto piace al Manifesto o a Left o Internazionale) quando, durante una delle tante e noiosissime discussioni di quel giorno che trascorsi quasi sempre in silenzio, dissi che adoravo Lolita, Céline, Drieu e Ezra Pound (dentro a una discussione intavolata da un altro invitato, un vecchio professore di filosofia marxista, a proposito dei giovani ignoranti che non amavano leggere e di scrittori che non avrebbe mai fatto leggere al liceo) e che non ci vedevo niente di male se un uomo o una donna adoravano la pornografia.

Durante le foto di rito i tre stettero ben attenti a starmi lontani... e che voglia di mandarli affanculo... basta solo ripensarci per farmi perdere la tranquillità.

Prima del matrimonio ero il fratello depresso che lavorava in Svizzera, il proletario senza garanzie e sfruttato da incitare alla rivolta, che leggeva tantissimo, acculturato, sensibile. 

Dopo il matrimonio ero una merda d'uomo, pure fascista e anche maiale.

La mia compagna pure peggio.

Ricordo che quando tornai dal matrimonio, dove praticamente non toccai alcool, mi scolai una bottiglia di vino bianco a notte fonda per liberarmi da tutta quella merda e il giorno dopo ero al lavoro.





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I bambini devo essere sorvegliati e stare zitti e buoni per tutta la durata del colloquio, altrimenti gli agenti di custodia saranno costretti ad allontanarli
I detenuti non possono disporre di carte dei distributori automatici
I distributori automatici non accettano contanti. Occorre acquistare una carta prepagata all'ingresso della sala colloqui
Le carte costano cinque dollari. Due dollari e cinquanta centesimi saranno restituiti se la carta è in condizione di essere riutilizzata 
I detenuti non possono stare a meno di un metro dai distributori automatici
Un breve abbraccio è consentito all'inizio della visita, e un altro brevissimo alla fine. I contatti fisici prolungati sono vietati, pena la sospensione della visita
Stringersi le mani è un contatto fisico prolungato e non è ammesso
Vietato battere il cinque
Vietato tenere le mani sotto il tavolo durante la visita. Ospiti e detenuti devo tenere sempre le mani dove gli agenti di custodia possono vederle
Vietato tenere le mani in tasca
Vietato urlare
Vietato alzare la voce
Vietato litigare
Vietati i giochi rumorosi
Vietato ridere sguaiatamente o fare chiasso
Ridurre il pianto al minimo” (pagg. 72-73)

Mi avevi detto Elvira che l'ultimo romanzo di Rachel Kushner, “Mars Room” (Einaudi, traduzione di Giovanna Granata), era bellissimo e che mi sarebbe piaciuto/interessato anche per il mio interesse/impegno per le carceri e devo dirti che avevi perfettamente ragione e la scrittrice statunitense mi ha trascinato dalla copertina all'ultima pagina, confermandosi come una scrittrice dal talento cristallino. Un romanzo che è tutto un mondo di storie/visi/volti/ferite/strade e mi ha scaldato il cuore e arginato, almeno per qualche ora, i rumori sgradevoli tipici di quel mondo dove delle carceri praticamente si è smesso di parlarne e si invocano pene ancora più severe (con le esecuzioni sommarie lì alla finestra) e sempre nuovi reati da perseguire, ergastoli, chiavi da gettare. 

La raccolta fotografica di Sammy conteneva soltanto foto carcerarie. Una ritraeva una ragazza triste, bellissima, che si chiamava Sleepy e scontava un ergastolo senza condizionale. Era l'unica foto che Sleepy avesse di se stessa, disse Sammy. Sleepy gliel'aveva data quando Sammy era stata rilasciata e affidata a Keath. Sleepy non aveva nessuno al mondo. Aveva dato la sua foto a Sammy perché voleva essere sicura che una persona libera si ricordasse di lei, pensasse a lei ogni tanto. Io non l'avevo conosciuta, Sleepy. L'avevano trasferita al nord prima del mio arrivo. Ma sapevo perché Sleepy aveva dato quella foto a Sammy, che cosa voleva da lei. Sammy aveva qualcosa che veniva dal mondo e restava nel mondo, quello vecchio, il mondo libero. La povera Sleepy doveva aver pensato che se poteva vivere nel cuore di Sammy, poteva vivere. Lo trovai così deprimente che mi venne voglia di strappare la foto mentre Sammy non guardava.” (pagg. 245-246)

Ed Elvira, tu che in carcere ci hai visto finire tanti anni fa una parte della tua vita, non posso che ringraziarti da questo blog e ti incazzerai perché seppure non ti chiami Elvira tu lo sai che sto parlando con te che una volta mi hai detto “Scegliere per la prima volta cosa mettere in un pacco da mandare in carcere è stato quasi peggio di partorire”.

E a proposito di carceri non perdetevi Radio Carcere su Radio Radicale.


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Esce in questi giorni e lo comincio settimana prossima e mi aspetto cose importanti, spero di non uscirne deluso. Romanzo che vive dell'oggi.

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Questo invece me lo regala mio padre perché dice che dentro di me c'è un Mughini in piccolo.


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Devo la scoperta di Alberto Almas a Shoegaze Blog che l'ha intervistato e ne ha raccontato il concerto. 

Una splendida scoperta davvero:



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Sulla contemporaneità politica evito qualunque commento.
Si avvicinano le Europee.
Avevo deciso di tornare al voto ma visto che, semplificando, l'accordo fra il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito e il Partito Socialista per presentare una lista comune è saltato a causa del voltafaccia socialista che si è accodato a Piu' Europa, non so davvero che cosa votare.
Sarà dura scegliere: ovviamente niente Lega e Cinque Stelle.
Nel mio comune di provenienza si presenta una sola lista figlia del nepotismo/vecchiume del paese. Rifiutero' la scheda con la speranza di un commissariamento.



sabato 27 aprile 2019

Nessuno Tocchi Caino News

NESSUNO TOCCHI CAINO NEWS

Anno 19 - n. 17 - 27-04-2019 

Contenuti del numero:

1.  LA STORIA DELLA SETTIMANA : TUNISIA: FORMAZIONE PER GIUDICI E DIRIGENTI CARCERARI SU DIRITTI UMANI E PENA DI MORTE
2.  NEWS FLASH: ARABIA SAUDITA: 37 GIUSTIZIATI IN UN GIORNO PER TERRORISMO
3.  NEWS FLASH: COREA DEL NORD: ‘FUCILATI QUATTRO FUNZIONARI DEL MINISTERO DEGLI ESTERI’
4.  NEWS FLASH: EGITTO: DUE MONACI CONDANNATI A MORTE PER OMICIDIO
5.  NEWS FLASH: IRAQ: CONDANNATO A MORTE TERRORISTA DELLO STATO ISLAMICO
6.  I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA : 


TUNISIA: FORMAZIONE PER GIUDICI E DIRIGENTI CARCERARI SU DIRITTI UMANI E PENA DI MORTE
L'Istituto Arabo per i Diritti Umani ha organizzato una sessione di formazione ad Hammamet, il 20 e 21 aprile 2019, per giudici e rappresentanti delle istituzioni penitenziarie sul ruolo del giudice e dell'amministrazione penitenziaria tra i diritti umani e la pena di morte, con la partecipazione di 25 giudici e 21 dirigenti penitenziari di diverse regioni tunisine.

La sessione spaziava da sessioni plenarie a workshop e gruppi di lavoro su temi come il ruolo del giudice e dell'amministrazione penitenziaria nella riduzione della pena capitale e il trattamento dei condannati a morte.
Inoltre, sono stati presentati e discussi i risultati preliminari dello studio sul campo "I condannati a morte nelle carceri tunisine".
La sessione fa parte di una serie di attività come parte di un progetto regionale per ridurre la pena di morte in tempi di guerra al terrorismo (Egitto, Somalia e Tunisia) in collaborazione con Nessuno tocchi Caino, l’Organizzazione Araba dei Diritti Umani e l'Agenda delle Donne Somale in cooperazione con la Commissione Internazionale dei Giuristi e con il sostegno dell'Unione Europea.

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NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH

ARABIA SAUDITA: 37 GIUSTIZIATI IN UN GIORNO PER TERRORISMO
L'Arabia Saudita il 23 aprile 2019 ha giustiziato 37 persone che erano state condannate a morte per crimini legati al terrorismo.
Almeno 33 dei 37 giustiziati appartenevano alla minoranza sciita del Regno musulmano sunnita.
Le esecuzioni sono state annunciate dall’agenzia di stampa saudita, secondo cui gli uomini sono stati messi a morte per "l'adozione di una ideologia estremista e terrorista e per la formazione di cellule terroristiche per corrompere e attentare alla sicurezza, diffondere il caos e causare discordia settaria.”
Alcuni uomini sarebbero stati coinvolti in attentati esplosivi contro sedi della sicurezza che avrebbero provocato la morte di agenti, ha detto l'agenzia.
Secondo la dichiarazione erano stati anche accusati di "cooperazione con parti ostili in un modo che ha danneggiato gli alti interessi della patria".
Vengono elencati i 37 uomini per nome, fornendo però poche informazioni su quali reati specifici avessero commesso o quando.
(Fonti: nytimes.com, 23/04/2019)


COREA DEL NORD: ‘FUCILATI QUATTRO FUNZIONARI DEL MINISTERO DEGLI ESTERI’
Il leader della Corea del Nord Kim Jong-un avrebbe ordinato la fucilazione di quattro funzionari del Ministero degli Esteri dopo il fallimento del suo vertice di Hanoi con Donald Trump, ha riferito l’agenzia Asia Press.
Secondo quanto riportato, i funzionari sarebbero stati giustiziati dopo che i colloqui di febbraio tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti si sono conclusi senza alcun accordo.
Pyongyang ha accusato i quattro funzionari di aver venduto informazioni a Washington prima del vertice di Hanoi, secondo l'agenzia di stampa giapponese.
Le esecuzioni, che includevano quella di un diplomatico dell'ambasciata della Corea del Nord ad Hanoi, non sono state verificate.
Asia Press ha affermato che il suo reporter avrebbe parlato con un funzionario del commercio a cui è stata riferita la notizia delle esecuzioni.
Alle esecuzioni avrebbero assistito membri del Partito dei Lavoratori della Corea e dall'Esercito Popolare Coreano.
(Fonti: finance.yahoo.com, 24/04/2019)


EGITTO: DUE MONACI CONDANNATI A MORTE PER OMICIDIO
Un tribunale egiziano il 24 aprile 2019 ha condannato a morte due monaci per aver ucciso un abate in un monastero nel deserto a nord del Cairo l'anno scorso.
Il tribunale penale di Damanhur, a nord del Cairo, ha annunciato il verdetto per due monaci sospesi a divinis identificati come Isaia e Faltaous. Possono presentare appello.
I due sono stati riconosciuti colpevoli dell'uccisione del vescovo Epifanio, un abate del monastero di San Macario costruito nel IV secolo, lo scorso  luglio.
La morte dell'abate scioccò la Chiesa Copta ortodossa d'Egitto. 
(Fonti: Ap, 24/04/2019)

IRAQ: CONDANNATO A MORTE TERRORISTA DELLO STATO ISLAMICO
Un tribunale iracheno ha condannato a morte un militante dello Stato Islamico per il suo coinvolgimento in un attacco con autobomba nella provincia di Diyala, ha riportato iraqinews.com il 24 aprile 2019.
"Il tribunale penale di Diyala ha emesso una condanna a morte per un terrorista che ha ammesso di aver usato un veicolo pieno di esplosivo per colpire una cerimonia funebre nel distretto di Abu Sayda a Diyala, un'esplosione che causò decine di civili morti e feriti", ha detto il sito web dell'Alghad Press citando un comunicato del Supremo Consiglio Giudiziario.
(Fonti: iraqinews.com, 24/04/2019)

Per maggiori informazioni: http://www.nessunotocchicaino.it

giovedì 25 aprile 2019

Lavoro, scuole, Herman Koch, Rachel Cusk, Holding Patterns, American Football




Ho avuto sempre un pessimo rapporto con asilo e scuola.  Ho trascorso il mio intero ciclo scolastico ad alzarmi la mattina con l'angoscia addosso all'idea di trascorre del tempo in un'aula. Ho manifestato più volte il mio disagio sin dall'asilo ma quando ho compreso che non ci sarebbe stato nulla da fare ho commesso l'errore di tenermi tutto dentro (salvo puntuali crisi e conflitti con scuola/genitori) fino a poi, una volta mollata l'università, crollare definitivamente nel cervello, nel cuore e nel fisico.
È anche per questo che mi sono sempre interessate forme alternative di istruzione  la pedagogia libertaria, le scuole Montessori, i metodi steineriana e mi chiedevo se frequentando una scuola alternativa avrei forse vissuto un'infanzia e un adolescenza migliori. Poi però col tempo quando ho conosciuto uomini e donne che le avevano frequentate non mi sembravano messi meglio di me e nemmeno tanto diversi da me. Anzi, fra quelli che hanno frequentato scuole alternative o hanno insegnato o insegnano in quelle scuole ho incontrato un elevato numero di stronzi e stronze. 
Mi ricordo in particolare Tommaso e Angelica,  figli di due sindacalisti comunisti (due gigantesche teste di cazzo) e usciti dalla Montessori. Lui era un arrogante, stronzo, violento di prima categoria. Lei un'altezzosa testa di cazzo che fumava in spiaggia leggendo l'Iliade in greco e guardando con disprezzo l'erezione che avevo fra le gambe.



Per Neri Pozza è uscito un romanzo di Herman Koch "La scuola" (Neri Pozza) che ha molto a che fare con la Montessori. Se cercate in rete trovate anche una pungente intervista all'autore e uscita sull'inserto culturale de La Stampa.


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Mi capita con mia sorella, con mio padre, con parecchia gente di sentirmi ripetere alla nausea che sono sprecato a fare il lavoro che faccio. Io ormai ci ho fatto l'abitudine e li faccio parlare e parlare fino a che sono soddisfatti di loro stessi. 
Il mio lavoro mi rovina le spalle, il fisico, il sonno, le ginocchia, la pelle, la schiena. 
È sottopagato e precario ed è una vera merda e la stragrande maggioranza dei miei colleghi mi sta sul cazzo... ma non lo scambierei mai e poi mai per un lavoro in una casa editrice o in un giornale o in una libreria o in un ufficio pubblico... che sono spesso i lavori dove quelli che dicono di conoscermi mi vedrebbero bene.


Io non ho mai saputo veramente quale fosse il mio posto nel mondo ma di sicuro so che non è in una libreria o in una casa editrice o in un giornale.

Ci sono poi giorni come quello che ho trascorso ieri al lavoro che mi fanno stare bene. 

Tantissimo lavoro per colpa di quel film del cazzo che è l'ultimo capitolo di Avengers e mentre pulivo sale e cessi  e mi inzuppavo di sudore la maglietta col logo della catena e stavo in mezzo a gente che è la mia gente anche se poi non so quale sia la mia gente non provavo quell'angoscia e quello schifo che avevo provato, durante la pausa a metà pomeriggio, nella libreria dov'ero stato per acquistare un paio di libri. 

Ascoltavo le discussioni della meglio gente, le battute intellettuali, i commenti su quel tale ristorante o prodotto biologico e vacanza alternativa e mostra e politici di sinistra e non vedevo l'ora di tornare al lavoro e soprattutto di tornare a casa, verso le 21, per poter riposare e leggere.





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Un giorno vorrei incontrare Rachel Cusk e stringerle la mano, offrirle un caffè e augurarle buona giornata. Nient'altro. “Transiti” (Einaudi, traduzione di Anna Nadotti) è un gioiello come “Resoconto” e come il resto dei suoi romanzi.

Ho detto che la mia attuale sensazione d'impotenza aveva cambiato il mio modo di guardare a ciò che accade e perché, al punto che stavo cominciando a vedere nel succedersi degli eventi quello che alcuni chiamavano fato, come se vivere fosse un semplice atto di lettura, leggere per scoprire quel che verrà dopo. Quell'idea – della propria vita come qualcosa di prestabilito – era stranamente allettante finché non ti rendevi conto che riduceva gli altri allo statuto morale di personaggi e ne camuffava le capacità distruttive. Tuttavia l'illusione di un significato si riproponeva, a prescindere dal nostro tentativo di contrastarla: come l'infanzia, ho detto, che trattiamo come un manuale d'istruzioni anziché semplicemente come una formativa prova d'impotenza. Per parecchio tempo, ho detto, ero stata convinta che solo con un'assoluta passività sarei arrivata a capire cosa veramente ci fosse laggiù. Ma la mia decisione di creare disturbo ristrutturando  la casa aveva risvegliato una realtà diversa, come se avessi disturbato una belva dormiente nella sua tana. Avevo cominciato, in effetti, ad adirarmi. Avevo cominciato a desiderare il potere, perché finalmente capivo che era sempre stato in mani altrui, che ciò che io chiamavo fato non era che il riverbero della loro volontà, una fiaba scritta non da un cantastorie universale ma da persone che, fino a quando le loro azioni venivano accolte con rassegnazione e non con sdegno, avrebbero continuato a eludere la giustizia.” (pp. 149-150)

lunedì 22 aprile 2019

Charles Forsman, Taiyo Matsumoto, una mia foto, Letizia Pezzali, Modern Rituals

In questi giorni ho letto due graphic novel diverse ma entrambe bellissime e che raccontano storie di perversione, sesso, solitudine, amore, depressione, nichilismo, integralismo, violenza, follia, purezza, amicizia, annientamento, voglia di fuggire, di andarsene, di rifarsi una vita o di vivere finalmente come vorremmo vivere se solo sapessimo come si faccia a vivere, accettarsi, farsi accettare, respirare liberamente.

Sto parlando di “Slasher” di Charles Forsman (001 Edizioni, traduzione di Valerio Stivè), noto per per essere l'autore di “The End of The Fucking World” e con una protagonista, Christine, che ho adorato totalmente:





E di un vero e proprio capolavoro come “Tekkon Kinkreet” di Taiyo Matsumoto (J-Pop, traduzione di Rebecca Suter) con due bambini, Shiro e Kuro, che vi entreranno nel cuore:






Voi ce l'avete qualche forma di perversione, fobia, paranoia? Credo proprio di sì. Io ne sono pieno e non vi dico poi quanta paura ho dei cigni e insieme quanto mi facciano schifo esteticamente e come certe volte sogno di uscire con un mitragliatore e farli secchi tutti quanti.


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Uno dei libri più belli che ho letto nel 2018 è stato senza dubbio “Lealtà” di Letizia Pezzali (Einaudi) e leggendo in questi giorni il suo romanzo d'esordio, "L'età lirica" (Dalai Editore), finalista al Premio Calvino ho trovato quello stesso talento lì pronto a sbocciare.

Grande attesa per la sua terza opera.

E intanto mi aspettano l'ultimo di Rachel Kushner, una raccolta di saggi di Martin Amis e storie di cronaca nera di James Ellroy.


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Ecco, questo sono io, con la maglietta di Radio Radicale e con un motto tutto churchilliano.


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-qui-



giovedì 18 aprile 2019

"Cintura nera" di Eduardo Rabasa (SUR)


Ci sono romanzi che mi conquistano più per i comprimari e le linee narrative minori che per i protagonisti e la storia principale come nel caso di “Cintura nera” del messicano Eduardo Rabasa (SUR, traduzione di Giulia Zavagna)

Un romanzo che pagina dopo pagina si fa denuncia grottesca/surreale/violenta del mondo delle multinazionali, delle folli campagne di guerra psicologica/fisica affrontate dai dipendenti per conquistare il premio tanto agognato (promozione, encomi, soldi), dei meccanismi di controllo/sfruttamento/ricatto del personale e con un protagonista come Fernando Retencio disposto a qualunque meschinità e follia pur di conquistare il simbolo del trionfo: la cintura nera del Migliore Risolutore di Problemi. 

Tutto bello, appassionante, graffiante ma mentre leggevo mi rendevo conto di due aspetti: il primo era rendersi conto di come Paolo Villaggio abbia creato un personaggio letterario fantastico e irraggiungibile come Fantozzi e il secondo era che del romanzo di Rabasa mi irretivano maggiormente figure come Dromundo con la testa ricoperta di ulcere, ferite, vesciche, tuttofare/custode/portiere/vittima sacrificale dell'azienda/Retencio, coi suoi sfoghi sindacali senza pubblico capaci di spaccarmi in due il fegato o i poveri senza nome sfruttati come artisti della povertà vendibile sul mercato in nome di una fantomatica rivincita sociale o Vietnam Padilla, intrattenitore di un locale notturno, o il Budda, pugile che non riesce più a combattere perché convertitosi al buddhismo, o la ragazza con la cicatrice finita a fare la prostituta o la stessa Klara, moglie di Retencio, per non parlare di Rita, una scimmietta pupazzo. 

Non mi va di aggiungere altro se non che ci sono pagine annichilenti in "Cintura nera" in grado di mettere a nudo e descrivere la meschinità che alberga dentro di me (e tutti noi), le mie esperienze lavorative, un mondo del lavoro sempre piu' abbruttito, veloce, competitivo, spietato, una solitudine esistenziale che non lascia scampo.

C'è pure Sotto il Vulcano di Malcolm Lowry, omaggiato "carnalmente" dall'autore.

E poi basta, ho già scritto troppo.

martedì 16 aprile 2019

Incontri sul lavoro, fiabe, Tannhäuser






Durante le giornate lavorative mi capita di incontrare persone esterne al Cinema: elettricisti, corrieri, giornalisti, idraulici, tecnici di vario tipo, rappresentanti. Persone che rendono le mie giornate più varie e che in un modo o nell'altro mi hanno sempre insegnato qualcosa. A loro (coi nomi opportunamente cambiati) è dedicato questo post. A una sola persona non ho voluto cambiare nome ed è una mia ex collega e forse la persona che mi abbia voluto più bene in questa esperienza al Cinema: Jeanette.

Si parte:

Franco: l'elettricista sessantenne di Vigevano trasferitosi a Neuchâtel che ho conosciuto durante i lavori di ristrutturazione. Un uomo con una pancia immensa che aveva girato il mondo, colto, fumatore incallito. Oltre al lavoro pensava solo alle donne e tutti i giorni doveva sempre raccontarmi del viso o del culo di donna, di quella ragazza che aveva conosciuto in albergo, bar, distributore, di quella prostituta che aveva scopato.
Bruno: collega portoghese di Franco, un ragazzino che in tre mesi non aprì quasi mai bocca, se non per chiedermi un caffè e dirmi che lavoravo come una bestia.
Tamara: pr/organizzatrice di eventi. Una delle donne più stronze in assoluto che ho conosciuto in questi anni. Si lamenta sempre di qualcosa quando le apro la porta e la faccio salire in ufficio. Mai una volta che dica Buongiorno e cerca sempre di tenere quel mezzo metro di distanza per farsi contagiare da un uomo delle pulizie.
Annalise: una concorrente del Grande Fratello italiano arrivata un giorno al cinema per un servizio fotografico o qualcosa del genere. Era sfattissima e stanca ma mi trattò con una gentilezza indimenticabile. Donna bellissima.
Flavio: l'uomo delle riparazioni distributori/frigoriferi Coca Cola. Prima della ristrutturazione lo vedevo tutte le settimane. Lavoratore frontaliero che parlava e parla coi frigoriferi. Nelle tasche del lavoro tiene sempre una brioche al cioccolato. Ricorda Leslie Nielsen e se non fosse stato sposato avrebbe sicuramente invitato a cena la mia ex collega vietnamita.
Roby: uno degli autisti che porta la merce al magazziniere. Quando cammino per strada e mi vede suona il clacson del camion  spaventando tutti i pedoni.
Vincenzo: un giornalista della Rsi al quale non è mai fregato un cazzo che le mie colleghe stessero pulendo vetri e cessi. Entrava e via con le manate sui vetri e fuori il cazzo con accanto la mia collega che puliva e via con le sigarette buttate a terra mentre scopavo il piazzale a due passi da lui. Per fortuna hanno abolito le proiezioni stampa mattutine per tutta questa valanga di imbucati.
Gordo: l'uomo delle caldaie e dei riscaldamenti. Prima pesava centocinquanta chili, poi sessanta, poi cento, poi centocinquanta. Adesso si è stabilizzato sugli ottanta. La vita è una merda, ripete sempre quando lo porto sul tetto.
Valentino: lui non c'è più. Si è tolto la vita. E non me lo sarei mai aspettato quando arrivava a portarmi la merce. Oltre i sorrisi e le belle maniere, erano anni che qualcosa si era spento dentro di lui.
Valerio: capo del Gordo. Non smette mai di parlare, in dialetto. Ticinese verace e uno di quelli che a trent'anni sembra aver già capito tutto della vita.
La Bionda: una giornalista, accompagnatrice, boh, non ho mai capito che facesse nella vita. Indossava sempre minigonne e aveva questa splendida abitudine di sorridermi e accavallare le gambe tutte le volte che le passavo davanti.
I moquettari: tre portoghesi che sostituirono la moquette in alcune zone del Cinema. Delle formiche. Non si fermavano nemmeno per mangiare. Silenziosi, efficienti, gente che si rovina la vita per godersi la pensione che non goderanno mai. 
Gli Ungheresi: una squadra che arrivò per il la costruzione del 4DX. Dei folli assoluti e con braccia immense. Ne ricordo in particolare uno, Igor, che veniva sempre a chiedermi di aiutarlo a portare il caffè ai suoi colleghi. Rideva sempre e poi un giorno m'ha fatto vedere un coltello a serramanico che teneva appeso al petto. Prima di andarsene mi ha abbracciato in lacrime dicendo Tu, fratello Andre, aiutato e rispettato sempre tutti noi.
Mattia: uno sloveno tecnico del 4DX. Nella fase di costruzione della sala era insopportabile e un giorno stavamo per arrivare alle mani. Poi un giorno è cambiato e abbiamo cominciato a parlare. Ragazzo molto simpatico sotto la scorza da stronzo. Piaceva molto alle mie colleghe che lo consideravano un Tom Cruise sloveno.
Nicolò: l'idraulico che sbaglia sempre e quando mandano lui so già che saranno cazzi.
Alessio: è uno dei due rappresentanti da cui acquisto materiale per le pulizie. Lo vedo una volta ogni due mesi. Cerca sempre di piazzarmi qualche macchinario che non comprerò mai e poi finisce per parlarmi dei suoi figli che stanno crescendo e di come i margini di guadagno siano ormai minimi. Troppa concorrenza a prezzi italiani ed è impossibile vivere.
Il professore universitario e la sua assistente: due stronzi dalle brutte maniere che affittano sale per i loro convegni. Gente che mi tratta sempre come una merda. In generale a trattarci come delle merde sono sempre questi professori, giornalisti, intellettuali. Quelli di sinistra sono sempre i peggiori.
I giardinieri dell'anno scorso: parlavano così tanto fra di loro mentre lavoravano che hanno praticamente ridotto  le nostre due piante a degli scheletri.
Il tecnico della macchina pop-corn: arriva dalla Svizzera francese per controllare i macchinari. Sembra un gigante buono con quella sua barba folta e un sacco XL di patatine come pranzo.
Il logorroico: un uomo che per un anno, tutti i sabati e domeniche mattine, arrivava verso le 6 e 15 da Togo e cominciava a parlare e a parlare e a raccontare storie di improbabili, ma alquanto accattivanti, storie esotiche. Un uomo solo che aveva bisogno di sentirsi ancora vivo. 

E per ultima lascio Jeanette. Fu assunta pochi giorni dopo di me, come assistente di direzione. Tedesca, mia coetanea. Bellissima e con un sorriso indimenticabile. L'hanno licenziata dopo l'arrivo della Catena. Non sei più necessaria, le avevano detto. Il suo lavoro sarebbe stato assorbito nella sede centrale di Zurigo. Non ha mai fatto pesare la sua posizione nei nostri confronti, anzi, ci ha sempre trattato con un rispetto quasi commovente. Siamo entrati in confidenza sin da subito e durante la malattia di mia madre mi è stata vicina come nessun altro al Cinema. È sempre stata disponibile per ogni mio problema. Appena arrivava al Cinema passava a salutare me e tutti le altre quando salivo in ufficio ci facevamo sempre delle grandi risate. 
Ha lasciato un vuoto immenso al Cinema. 


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Letto d'un fiato il libro di Simona Vinci.
Un passaggio:

Frau Holle d'altronde, Madama Holle, o Fata Piumetta, chi è se non una specie di Dio femmina?
Grande Dea, Madre Terra, Signora degli Inferi, Frau Holle vive da sempre sulle montagne, forse sull'Hoher Meisner, vicino a Kassel. È una figura legata alla mitologia norrena e racchiude in sé l'eco di divinità  diverse ma che probabilmente, al fondo, sono la stessa. Vive dentro a un pozzo e sa tessere la tela, è la “nonna oscura” dalla quale arrivano i bambini morti ed è colei che durante le dodici notte che vanno dal 24 dicembre al 4 gennaio ritorna sulla terra per giudicare la bontà o meno dell'operato degli uomini.
La storia di Frau Holle, a Wilhelm, la raccontò Dorothea Wild. Nel volume Le fiabe del focolare compare come ventiquattresima fiaba: Madame Holle vive sottoterra, in un mondo di sotto che due ragazze, due sorelle d'indole diversissima tra loro, devono attraversare. Ancora oggi, nell'Assia, quando nevica si usa dire che Frau Holle sta rifacendo il letto. Strega, maga, divinità, Venere, buona ma con lati oscuri, una cosa non esclude l'altra, certo è che è una donna, una femmina, il suo potere è immenso e vien da lontanissimo, dal folklore precristiano. Le si devono offrire lauti pasti a lume di candele di modo che lei, in cambio, porti abbondanza e ricchezza. Nell'opera di Wagner Tannhauser, viene descritta con queste parole: “Frau Holda giunge dalle montagne per vagare fra casolari e prati.”
Frau Holle si occuperà pure di scuotere piumini e rifare letti, ma questo di certo non intacca e non inficia la sua potenza creatrice.” (pagg. 80-81)


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"Daniel de Roulet Dorothee Elmiger Pascale Kramer Catherine Lovey Adolf Muschg Fabio Pusterla Monique Schwitter Tommaso Soldini Carl Spitteler 
Discorsi sulla neutralità 
A cento anni dal Premio Nobel a Carl Spitteler
Collana «Alfabeti»

Premio Nobel per la letteratura 1919, lo scrittore svizzero Carl Spitteler è noto soprattutto per il suo Discorso sulla neutralità, pronunciato a Zurigo nel 1914, pochi mesi dopo l’inizio della Prima guerra mondiale.

Di quell’intervento – che divise l’opinione pubblica e ispirò intellettuali come Romain Rolland e Blaise Cendrars – il Comitato del Nobel apprezzò in particolare il richiamo alla coesione nazionale, alla protezione delle minoranze e alla difesa della  neutralità. 
Che ne è, oggi, delle parole di Spitteler? Che significato attribuire ai concetti di nazione, democrazia, neutralità in un’epoca di intrecci linguistici e culturali, segnata da continue emergenze umanitarie e scossa da spinte autoritaristiche e terrorismo? Autrici e autori provenienti dalla Svizzera tedesca, francese e italiana prendono spunto da quel celebre discorso, qui riprodotto, per una riflessione, anche in forma narrativa, sugli Stati-nazione e l’Europa del ventunesimo secolo. 

Il volume esce contemporaneamente in francese (Éditions Zoé) e in tedesco (Rotpunktverlag) a cura di Camille Luscher."


venerdì 12 aprile 2019

Una premessa, Clemens Meyer, Il silenzio dei satelliti, Simona Vinci, Mai più sola nel bosco, Tre donne in sciopero della fame

(Una premessa per rispondere ad alcuni messaggi che si domandano se io in fin dei conti sia un privilegiato che puo' leggere cosi' tanto solo perché le case editrici gli inviano libri: la stragrande maggioranza dei libri (il 99%) di cui leggete su questo blog non mi arrivano dalle case editrici o dagli autori o dagli uffici stampa. Per una scelta di libertà e di respiro ho tagliato i contatti con tutta questa gente. Se volessi potrei ricominciare a rispondere alle mail e scrivere  e mi arriverebbero tir carichi di libri ma soprattutto di  un'immensa rottura di coglioni. Solo da una casa  editrice ricevevo ancora qualcosa, la Mattioli 1885, ma ormai ho deciso di non farmi più inviare niente anche da lei. I libri li acquisto (direi che ci sono giorni che lavoro solo per i libri) o li prendo in prestito dalle biblioteche o mi arrivano talvolta in regalo dalle persone a me care o me li prestano persone vicine. Ok? Discorso chiuso. Scrivo di libri ma non voglio ottenere nulla. Non sono un intellettuale, un recensore, uno scrittore, un aspirante chissà cosa. Sono un lettore e basta.)

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Di Clemens Meyer avevo letteralmente divorato "Eravamo dei grandissimi" (Keller, traduzione di Roberta Gado e Roberto Cravero) e quando ho avuto tra le mani la raccolta di racconti "Il silenzio dei satelliti" (Kelelr, traduzione di Robera Gado e Roberto Cravero) e ho cominciato a leggerlo e quando l'ho terminato mi sono accorto che era quasi passato un intero pomeriggio. 
Tre racconti in particolare mi hanno macerato dentro: "Due nocciolini di ciliegia", "Lo spiraglio" e "Il silenzio dei satelliti".

Sale l'attesa di leggere il resto delle sue opere non ancora tradotte.

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A ripensarci oggi nel 2019 posso dire che "Dei bambini non si sa niente" di Simona Vinci è stato uno dei libri piu' importanti della mia giovinezza. Lo lessi a 18 anni e fu bellissimo sapere che c'era una scrittrice italiana che scriveva di quelle cose e in quel modo. Ho letto altre opere di Simona ma poi piano piano l'ho persa. 
Presentava "Mai più sola nel bosco. Dentro le Fiabe dei Fratelli Grimm" (Marsilio) e fra i vari argomenti trattati mi è piaciuto molto quando Simona ha voluto ricordare il tabù della madre "cattiva" perché è un tema che mi sta molto molto a cuore.
E allora oggi sono andato in libreria dopo il lavoro e l'ho subito acquistato anche in ragione del mio amore totalizzante per le fiabe dei Fratelli Grimm. 
Libro delle Fiabe che un giorno lanciai in un fiume per la rabbia.
E poi lo rincorsi fino al lago dove si perse fra i cigni di merda.

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Tre donne alle quali voglio un bene della miseria:






martedì 9 aprile 2019

Andare in giro con mio padre, Cobalt Chapel, libri, politica ticinese, Lecco in serie C

Andare in giro con mio padre significa, da sempre, essere disposti ad accettare di essere in compagnia di un uomo che non si lascia sfuggire una donna.  Non c'è verso. Con tutte le donne che incontra deve flirtare, fare il galante, porre domande imbarazzanti, leccare il culo, metterle in difficoltà, sprizzare desiderio sessuale da ogni poro, mostrarsi in tutte le sue debolezze possibili. 
Sto parlando di libri con una donna che conosco da tempo? 
Arriva lui e si fa spazio per raccontarle di una libreria di Birmingham dov'è stato. 
C'è la barista con la super scollatura e lui fa di tutto per far gocciolare la sua femminilità nella tazzina del caffè. 
È da quando son piccolo che le cose vanno in questo modo. 
Mia madre invece si attirava le attenzioni degli uomini senza fare praticamente nulla.
Era tipo il miele e frotte di uomini che le facevano complimenti rimanendole attaccati. 

Onestamente oggi c'è stato un momento in cui ho pensato che mio padre e la cameriera potessero andare nel bagno a scopare.
Non sono stato l'unico dei presenti a pensarlo.

È faticoso stare in giro con lui, ti demolisce perché poi parla di lavori passati, visioni della vita, paranoie, esprime giudizi su tutto e mi fa sentire una merda perché molte volte  è la gente come me la vittima dei suoi attacchi.
Perché per lui sostanzialmente quelli come me non valgono un cazzo.
Non hanno ambizioni, non vogliono migliorarsi, non si impegnano, non faticano, non hanno obiettivi.
Sono degli inetti.

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E domani è una giornata da dedicare ai libri.
Alla scrittura.
Alla rielaborazione di alcuni appunti sui libri che ho letto.
Alla quiete senza far altro che rimanere in casa a leggere, mangiare del riso bollito con piselli.
Farsi scorrere via la giornata tenendosela dentro.

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Molto contento che in queste cantonali ticinesi il PS abbia mantenuto il seggio in Consiglio di Stato e che in Gran Consiglio siano state eletti Laura Riget e Fabrizio Sirica perchè segnano un ringiovanimento del Ps.


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Ovviamente felicissimo per il ritorno del Lecco in Serie C.


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venerdì 5 aprile 2019

Di lavoro, Northwest, libri


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Ieri è stato un giorno in cui tutti i problemi attuali del mio lavoro e più generale del mondo lavorativo mi sono, nuovamente, caduti addosso:

- ho finalmente avuto conferma definitiva che godo della malattia solo nei giorni in cui sono inserito nel programma settimanale, altrimenti son cazzi miei. Dovessi tipo finire all'ospedale il prossimo lunedì per aver preso la dimaglite e rimanerci per un mese, mi pagherebbero solo 3 giorni e il resto sarebbero cazzi miei. L'ho sempre saputo ma una collega diceva che avrebbero calcolato i soldi da versarmi facendo una media dei giorni lavorati annualmente/mensilmente...e invece...

- dopo tanti mesi che non era lui a consegnarmi la merce mi arriva un camionista che mi porta carta igienica e altro materiale per il cinema e cominciamo a parlare, gli offro un caffè e gli chiedo di A., un suo collega simpaticissimo scomparso nel nulla. "Andy", mi fa lui, "Non lo sai? L'hanno licenziato dall'oggi al domani. 57 anni. Ci sono i padroncini ormai e ce la stanno mettendo nel culo a tutti quanti e se vuoi lavorare devi essere disposto a correre come un malato di mente" e mentre me lo raccontava aveva le lacrime agli occhi questo ragazzone di quasi due metri.

- poi leggo la notizia di una fabbrica dove secoli fa ci lavorarono un sacco di cari amici con contratti interinali: Sciopero alla Husqvarna, “clima non tollerabile” la denuncia dei sindacati

- la sera in tv vedo questo programma: "Le Ceneri del lavoro" e vi copio incollo l'argomento trattato: 

"“Dovevamo lavorare otto ore al giorno, sulla carta, ma…spesso si lavorava 13 o 14 ore. Molto spesso di notte. Tutte in galleria”. La denuncia arriva da alcuni lavoratori impiegati sul cantiere della nuova galleria ferroviaria del Monte Ceneri. Ma i soprusi non si fermerebbero agli orari di lavoro, anche le retribuzioni non sarebbero state quelle promesse: a fronte di 15 o 16 ore effettive, sulla busta paga figuravano sempre al massimo 8 ore. E come se non bastasse ci sarebbero anche stati casi di caporalato. Le testimonianze sono convergenti e chiamano in causa la ditta che ha ottenuto l’appalto per l’armamento ferroviario. Un appalto ricevuto anche grazie all’offerta di prezzi più bassi rispetto alla concorrenza. Ed è una storia che si ripete, perché la stessa azienda era già stata al centro di uno scandalo simile in Danimarca, dove vicende analoghe sono state segnalate su ben tre cantieri. E allora viene da chiedersi; ma come è possibile che su cantieri pubblici così importanti non si riesca a far rispettare il contratto collettivo di obbligatorietà generale, firmato proprio con lo scopo è di garantire ai lavoratori dei salari minimi? 

L’inchiesta di Falò, sostenuta da una serie di testimonianze e di documenti raccolti tra il Ticino e la Danimarca, rivela le ombre di un’opera fondamentale per la Svizzera, salutata con favore dal grande pubblico, ignaro però di quanto succedeva dentro e attorno al cantiere del secolo."


---- A questo punto sono andato a letto e avrei voluto leggere ma mi sono semplicemente infilato le cuffie con l'incredibile album dei Northwest e, con affianco la mia compagna immersa nella lettura di Furore, ho cercato di immaginare possibili soluzioni a questa situazione di merda, vie di fuga, vite alternative, corsi professionali, un nuovo lavoro e sono rimasto li' a pensare fino ad addormentarmi con le cuffie accese nelle orecchie e a svegliarmi alle 4 e 36 per tornare al lavoro.

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E fa un freddo cane Kurt.

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mercoledì 3 aprile 2019

Idee diverse, incontri, Nadia Campana, Jane Weaver

Giorno libero e seppure è tornato il freddo ho deciso di uscire per riportare libri in biblioteca, leggere i giornali, pagare un paio di bollette. 
Nella sala letture ritrovo dopo tantissimo tempo una donna che incontravo spesso nei miei primi tempi ticinesi. Una bellissima svizzero tedesca sui cinquantacinque anni, di grande cultura, insegnante, molto ma molto di destra con la quale mi è capitato di intavolare lunghe discussioni politiche e non solo. 
La ritrovo invecchiata ma sempre con le sue labbra e unghie rosse, i capelli corvini, i vestiti di alta sartori e l'abitudine di sbuffare una pagina sì e l'altra anche mentre legge i quotidiani e domenicali locale. È lei a salutarmi per nome e a chiedermi come va al Cinema anche se dimostra di conoscere a meraviglia vita, morte e miracoli della Catena per cui lavoro. 
Finiamo prevedibilmente a discutere delle prossime elezioni cantonali (lei voterà UDC, partito di destra e maggioranza relativa in Svizzera) e di altre questioni sensibili come scuola, lavoro, migrazioni, Unione Europea, diritti. 
Seppure la pensiamo praticamente all'opposto su quasi tutti gli argomenti io adoro discutere con persone come lei: perché sono inflessibili ma aperte al confronto, sanno ascoltare, mettermi in dubbio e farmi tacere quando non so come rispondere alle loro domande, affermazioni e anche offese sottili e sanno mettersi in gioco quando apri delle crepe nelle loro certezza. 
Quel tipo di interlocutrice e interlocutore che mi ha fatto crescere, aperto strade prima sconosciute, educato al confronto e rispetto reciproco. 

C'è stato un periodo della mia vita in cui ero assetato di integralismo, di purezza e non mi sarei fatto problemi a zittire le opinioni diverse dalla mia e tutte le volte che ci ripenso mi vergogno di me stesso, di quanto ho scritto e di come mi sono comportato. 

E amo Radio Radicale perché si fonda su questa modalità di esistenza e mi permette di ascoltare opinioni molto diverse dalla mia, esattamente come accaduto per il World Congress of Families XIII di Verona (i cui temi e relatori sono molto lontani da me e difficili da accettare come ipotesi di discussione) che Radio Radicale ha trasmesso integralmente, dimostrando ancora una volta cosa significhi fare un vero e proprio SERVIZIO PUBBLICO.

Sono anche le ragioni dell'altro, del diverso da me, delle idee estreme, di quelli che qualcuno che indica come Nemico, come Voci da Zittire e Boicottare, a darmi la forza per continuare a studiare, ascoltare, dialogare, crescere, affermare, scrivere, camminare, sorridere, costruire alternative.
È una pratica di vita faticosa e certe volte avrei una gran voglia di mandare a fanculo tutti ma se lo facessi manderei a fanculo prima di tutto me stesso, il mio respiro e le persone che mi hanno amato e aiutato.

E comunque con la signora Anne condivido il grande amore per il Gorgonzola e Kafka e non è poco.

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Jane Weaver.


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martedì 2 aprile 2019

Tre libri e due dischi



"West" di Carys Davies (Bompiani, traduzione di Giovanna Granato) è un romanzo che ho iniziato a leggere sul finire della sera e concluso nella notte proprio come se stessi leggendo una fiaba che mi accompagnasse al sonno.  Un romanzo che racconta da una parte l'ossessione di un uomo che parte per il West alla ricerca di animali misteriosi e per dare un senso alla propria vita e dall'altra della figlioletta rimasta nella fattoria che aspetterà il ritorno invano il ritorno del padre, cercando di sopravvivere a un mondo crudele che vuole impossessarsi della sua verginità. Una fiaba con tanto di cavaliere nativo Shawnee che restituirà nelle pagine finale un minimo di luce che forse è un po' arduo chiamare lieto fine.


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Ci sarebbe tanto da scrivere su "Una libertà felice. La mia vita" (Mondadori) ma io mi limito a trascrivere un breve passaggio che Pannella dedica alla madre, la Franzosa:

"Mia madre è stata il tributo che, in qualche modo, mio padre accettò di pagare contro le tradizioni locali. Tradizioni ferree, ovviamente, tradizioni piuttosto autarchiche, in cui lo straniero era una presenza rara e perciò guardata con molta circospezione, in certi casi anche con qualche diffidenza. Credo che fossero comportamenti tipici di molta provincia italiana, in quel periodo. Quando mio padre si rifece vivo a Teramo, nel 1927, dopo la lunga assenza per gli studi, aveva accanto una moglie pescata in un luogo lontano, addirittura un luogo straniero. E c'è poco da fare, questa moglie esotica violava diverse regole. Per cominciare, non parlava una parola d'italiano, e fin qui siamo ancora di fronte a una colpa che, con un certo sforzo, si poteva pure perdonare. Ciò che invece passava come un affronto, come una diversità del tutto intollerabile, è che non conoscesse affatto l'abruzzese. Inoltre, per rendere tutto definitivamente più grave, aveva la patente di guida, portava i capelli corti e indossava gonne altrettanto corte. Non so dire quanto corte, di sicuro troppo per il buon gusto teramano dell'epoca. Lì le donne normali indossavano abiti neri pesanti, abiti che in ogni stagione arrivavano alle caviglie. Inoltre portavano capelli lunghissimi, sempre raccolti nel cosiddetto truppo, quello che per i francesi è il toupet." (pagg. 57-58)


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