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giovedì 31 gennaio 2019

Chi se ne va; su Salvini; un libro splendido tornato in libreria e un album da strapparvi il cuore




Avverto la presenza delle ultime tre birre che riposano come pepite d'argento in fondo alla mia borsa. Sotto di noi rilucono le fiamme blu e arancioni dei lampioni lungo la via principale. Beviamo e guardiamo il sole che si dissolve sulla Sierra, e per un breve momento scintillante siamo quello che un tempo eravamo.” (da “Virginia City” in “Nevada” di Claire Vaye Watkins, Neri Pozza, pagg. 244, 245)



Ad aprile me ne vado. Sono stanco di vedere le solite facce, le solite montagne sin da bambino, i pensionati con in mano la Provincia, la gente che mi chiede Come sta tuo padre? E tuo fratello?, mi ha detto Thomas qualche giorno fa quando ci siamo incontrati per caso in un supermercato.
Io e lui ci siamo conosciuti tantissimo fa ai tempi del Liceo. Stessi gusti musicali, stessa insofferenza, stessa passione per un certo tipo di letteratura, stessa provincia ma solo un paese un po' più in là. Gli stavano stretti la nostra zona, i nostri paesi, il Besanino, come sfondo il Cornizzolo/Grigne/Resegone, la statale 36, le parentele che ti assorbono centimetro dopo centimetro ma dopo il diploma ecco arrivare un primo lavoro e poi un secondo che gli aveva dato certezze, denaro e poi un appartamento nella casa di famiglia, un matrimonio con la fidanzata storica che conosceva dai tempi delle superiori e lentamente, giorno dopo giorno, la vita di provincia l'aveva assorbito totalmente. 
Poi una domenica mattina lui, sua moglie e il bambino di quattro anni sono andati in paese per una colazione e il giornale e qualcosa si è rotto definitivamente dentro di lui e sua moglie.
È stata prima Clara a dirmi che ne aveva piene le scatole di questo paese, di Lecco, di Como, dell'Iperal, dei parenti che ti scassano il cazzo. Basta, mi ha detto, non ne voglio più sapere dell'asilo, delle maestre, di quelli che sanno tutto di me o fanno finta di saperlo, di queste facce di merda che sopporto fin da quando son un bambino. E allora mi sono messo a cercare ed è venuta fuori questa offerta per trasferirsi all'estero e l'abbiamo presa al volo. Il bambino è ancora piccolo ed è il momento di muoverci e possiamo provarci, ha continuato Thomas.
Era un'esplosione di felicità e l'ho lasciato parlare senza mai interromperlo, congratulandomi con lui per la loro scelta di vita ma era soprattutto Clara che guardavo, una donna finalmente sorridente che spingeva il carrello della spesa, serena come me la ricordavo a sedici anni sul treno quando mi scazzava il cazzo dicendomi che i Green Day erano il gruppo migliore di tutti i tempi.

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La mia lontananza da Salvini, dalle sue idee, dal suo mondo, dalle sue prediche, dalle sue decisioni politiche è totale ma nello stesso tempo non riesco nemmeno a sopportare quelli che si augurano la sua morte o la gogna pubblica o quegli altri che si augurano di vederlo marcire in carcere buttando la chiave. Mi sono iscritto al Partito Radicale anche per questi motivi, perché, come ha ricordato Irene Testa dopo la visita in carcere a Cesare Battisti, “se anche ci fossero dei leghisti in carcere saremmo andati a trovare anche loro".

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"The Lioness" album di Songs:Ohia è uno di quei dischi che io porterei su un'isola deserta. Jason Molina è morto nel 2013 divorato dalla vita. E in giro c'è una nuova versione arricchita di questo album che mette i brividi tanto è bella.


mercoledì 30 gennaio 2019

"Il grande silenzio" di Sergio Corbucci (1968)




Io e la neve non andiamo molto d'accordo, diciamo che la detesto, ne ho scritto spesso su questo blog, anche se poi uno dei più bei racconti della mia vita è proprio ambientato nella neve, e quindi certe volte strizzo, egoisticamente e nichilisticamente, l'occhietto al riscaldamento globale e al ciuffo trumpiano e nei prossimi giorni dovrò trasformarmi in un piccolo orsetto in letargo per sopravvivere agli accadimenti. Visto che non amo la neve non potrei nemmeno amare un film dove la neve e le montagne sono praticamente dappertutto e la fanno da protagoniste. Ma proprio dappertutto sono. Le scene senza neve sono davvero poco. Sto parlando di uno splendido e precursore western del 1968 di Sergio Corbucci e che si intitola "Il grande silenzio" e che vede come protagonisti Jean-Louis Trintignant e Klaus Kinski, nonché la splendida Vonetta McGee. Per una recensione migliore del film vi rimando all'imprescindibile blog di Mario Raciti mentre io limito a riflettere su come questa pellicola sia stata sicuramente studiata da Robert Altman per "I compari", da Quentin Tarantino e sospetto anche da Michael Cimino per "I cancelli del cielo" visto l'argomento della pellicola. 

Ci sono tanti passaggi indimenticabili ne "Il grande silenzio" che ne fanno una delle migliori pellicole western della mia vita e secondo me una sorta di spartiacque nel genere e anche una delle chiavi di svolta per avvicinarmi allo spaghetti western che non è mai stato nelle mie corde. Provate a guardarlo e arrivate fino alla fine. Resterete senza parole. Il finale è assolutamente straziante e decisamente attuale.


martedì 29 gennaio 2019

Una madre e un figlio

Domenica mattina al cinema era stata organizzata la première di Dragon Trainer: Il mondo nascosto in una delle due sale al piano terra. 
Io stavo al primo piano a sistemare le ultime cose per la mattinata e per il pomeriggio che si sarebbe poi trasformato in un vero e proprio assalto di bambini al cinema. 
Di quella mattina conserverò per sempre i volti e la delicatezza di una giovane madre in carrozzina e del figlio timidissimo che non sapeva come tenere fra le mani un sacco L di popcorn e sbucati dall'ascensore per usare il bagno dei disabili. 
Scorreva così tanto amore fra loro due che mi sono quasi commosso quando il bambino mi ha chiesto senza guardarmi negli occhi se avevo per caso visto il film e poi offrirmi due popcorn con le sue dita tremanti quando gli ho risposto che sì che l'avevo visto e che sicuramente gli sarebbe piaciuto tantissimo. 
Prima di prendere l'ascensore la madre si è girata verso di me e mi ha rivolto un Grazie  sottovoce che mi ha spezzato il cuore.


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Ho cominciato a leggere i racconti di "Nevada" e mi stanno rapendo. E sono rimasto particolarmente colpito da come l'autrice ha saputo raccontare della sua particolare storia personale nel primo racconto della raccolta "Fantasmi, cowboys". L'autrice infatti è la figlia di Paul Watkins uno dei membri, e primo accusatore, della Manson Family, e un lettore si sarebbe potuto aspettare un racconto strappalacrime, una confessione, il resoconto dettagliato delle azioni del padre e invece l'autrice espande stilisticamente i confini della sua condizione di figlia risalendo ai cercatori d'oro, alle miniere d'argento, ai test atomici e raccontando la storia del ranch/set cinematografico per film western dove la Manson Family trovò sistemazione, degli sceneggiatori che la contattano per eventuali film, di una sorellastra nata in quel ranch. Insomma fa qualcosa di assolutamente incredibile e insieme molto toccante e commovente. 


domenica 27 gennaio 2019

Cristina Portolano - una foto che guardo spesso


Che bello quando, sotto l'odiata ma necessaria neve, mi arriva fra le mani "Io sono mare" di Cristina Portolano (Canicola). Seguo Cristina da una vita e che bello seguire passo dopo passo il suo percorso. I diversi fanno sempre un sacco di paura e libri come questo forse aiuteranno qualcuno ad aprire qualche finestra nel proprio cuore e nella propria mente.

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Questa foto la guardo spesso. La terza da sinistra, in seconda fila, è mia madre. Perché la guardo spesso? La guardo per la sua faccia sbarazzina e sfrontata, per quel suo modo di tenere aperto il cappottino che si è portata avanti fino alla morte, per quel maglioncino girocollo, per le mollette nei capelli e perché mi ricorda i film della Nouvelle Vague.

E perché oggi sono a un passo dal rassegnare le dimissioni dal lavoro.

L'ansia e la depressione mi stanno mangiando dentro e non posso piu' sopportare telefonate del cazzo, inutili discussioni, furbizie, falsità.



sabato 26 gennaio 2019

Una canzone/video che mi ha fatto piangere



"Uncomfortably Numb" è il secondo estratto dal nuovo album degli American Football che uscirà il 22 marzo 2019 e video e canzone raccontano/suonano/narrano situazioni, parole, emozioni, stati d'animo che conosco molto bene, che ho vissuto per anni e che continuo a vivere e che stanno dentro di me. 
Mi sono commosso quando l'ho visto l'altra sera e mentre piangevo ho bevuto due birre di fila senza nemmeno accorgermene.
Oggi faceva un freddo cane fuori e dentro al cinema e quando sono tornato dal lavoro la mia compagna ha detto che avevo il viso livido e tristissimo. 
Hai pure la febbre sulle labbra e ti sta crescendo anche sulle palpebre, mi ha detto. Che brutto e cattivo ragazzo.
E sono scoppiato a ridere.
Poi quando sono dovuto uscire avrei tanto voluto diventare invisibile per non avere a che fare con gli esseri umani.


venerdì 25 gennaio 2019

Sopravvivere al lavoro

Ci sono giornate talmente di merda al lavoro che per mantenere la calma devo appellarmi a tutti gli insegnamenti nonviolenti che ho imparato. Praticamente oggi ne sono successe di ogni al lavoro e per un istante ho avuto fra le mani l'accetta di Delbert Grady da calare sulla testa di chi so io. Per scaricarmi tutto di dosso sulla strada verso casa ho alzato il volume nelle cuffie di uno dei dischi piu' importanti della mia vita:


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In questi giorni la mia speranza è che si concluda definitivamente la parabola di Maduro e che si pongano le basi necessarie per dare il via a una vera trasformazione democratica del Venezuela, evitando il rischio di una guerra civile. Non mi metto tra quelli che sognano golpe filo questo o filo quell'altro ma non riesco a sposare la causa di chi, da sinistra o da destra, difende odiosi dittatori come Maduro. 

Semplificando e molto: mi sento lontano dai governi/dittature/oligarchie/ di Paesi come Stati Uniti, Iran, Russia, Cuba, Brasile, Cina, Nicaragua, Siria, Turchia, Italia, Ungheria, Polonia, Corea del Nord, le monarchie del Golfo, Egitto e molti altri. Non mi va di giocare alla geopolitica o sostenere i sovranisti di qualsiasi colore o i difensori estenuanti di rivoluzioni comuniste/popolari/beffarde/fallite.

Non sto nemmeno con Carlo Freccero e il suo sovranismo/populismo da perfetto lacchè indicato da qualcuno (????) come un coraggioso uomo esponente di una sinistra che non esiste piu'. 

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Se siete a Firenze domani c'è questo appuntamento.

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Se non avete mai letto Lauren Groff vi dico che vi state perdendo una grandissima scrittrice. Cercate tutte le sue opere e ne uscirete sorpresi. I racconti contenuti in “Florida” (Bompiani, traduzione di Tommaso Pincio) mi hanno richiamato immediatamente alla rilettura. Malsani, aspri, delicati e di una potenza linguistica cristallina. Un paesaggio di animali, rettili, sudore, Florida, vegetazione, corpi, memorie, favole, amori. Racconti che m'hanno scardinato il cuore e la carne come il ciclone di uno di questi racconti.  



mercoledì 23 gennaio 2019

"Sfrattati. Miseria e profitti nelle città americane" di Matthew Desmond (La nave di Teseo)



“Sfrattati. Miseria e profitti nelle città americane” di Matthew Desmond (La nave di Teseo, traduzione di Alberto Cristofori e Premio Pulitzer 2017) è un libro che mi ha demolito, commosso, rapito, scavato dentro e, se vi fidate, vi consiglio di prenderlo in prestito o comprarlo a scatola chiusa

Sono cresciuto in un appartamento in affitto in un condominio dove vive ancora mio padre che se anche avesse voluto comprarlo non avrebbe mai avuto i soldi per farlo ma nemmeno se li avesse avuti lo avrebbe fatto. Fosse stato per mia madre ci saremmo trasferiti ogni anno in giro per l'Europa e il mondo e per farlo sarebbe bastato che mio padre avesse accettato i lavori che gli proponevano piuttosto che rimanere in quella Brianza che loro due, ma anche io e mia sorella, abbiamo sempre odiato. Anzi, un paio di volte dovette pure contrattare col padrone di casa per non farci sloggiare perché ci fu una sequela disastri quasi impossibili da prevedere.

Ci furono alcuni anni molto duri per la mia famiglia ma i miei genitori li affrontarono con una dignità che a ripensarci mi viene da piangere. Adesso vivo in un appartamento in affitto in un grande palazzo svizzero dove quasi tutti sono in affitto perché acquistare una casa in Svizzera è quasi impossibile se non hai un super stipendio, non sei ricco o non hai i genitori che ti hanno lasciato dei soldi. Ho già visto tre case qui in Svizzera e sono sempre state quasi tutte piccole, ridotte, tutte uguali.

Ho visto nella mia vita famiglie che conoscevo sbattute fuori di casa per ristrutturazioni o per mancati pagamenti, altre finire per strada e dissolversi, precetti esecutivi che si accumulavano dentro al cuore, appartamenti disastrosi dove vivevano ammassati fino a due famiglie con bambini, amministrazioni vigliacche, case popolari inabitabili, gente umile che non sapeva come arrivare alla fine del mese, una famiglia che si attaccò al nostro contatore rubandoci l'elettricità e quando furono beccati il capofamiglia, pregiudicato costante, minacciare di morte mia madre. Ho visto tanto altro come un ragazzo ubriaco sfasciare la finestra di un monolocale trasformato in un bilocale dove vivevano due persone a cui volevo bene e che pur lavorando a tempo pieno non potevano permettersi nient'altro in quella città.

Ma non ho mai sentito la necessità di avere una casa di proprietà anche perché mi piacerebbe cambiare casa spesso, spostarmi e a breve per esempio succederà e quindi nuova casa, nuovi mobili, nuovi vicini, nuova strada, magari anche nuova città. E sono uno di quelli che dai propri genitori riceverà in eredità solo degli spiccioli e uno sgombero mobili da organizzare.

Ci sono storie incredibili in “Sfrattati” ma quello che davvero colpisce è come l'autore ha raccontato queste storie ambientate a Milwaukee. Non c'è quella roba chiamata buonismo e tantomeno lacrime facili ma c'è la durezza delle contraddizioni sociali e dei “protagonisti” di queste storie, di uno Stato che non ha minimamente a cuore i propri cittadini e che pensa solo al profitto. Ci sono campi caravan, case invivibili, gente disperata che finisce ai margini e precipita, persone che non si fanno mancare una coda di aragosta perché anche se sei povero vorresti avere quel sapore in bocca, gente che si fa dalla mattina alla sera, amministratori che si dividono fra vacanze e sfratti.

“Sfrattati” è un reportage magnifico che non ha bisogno di immagini o filmati per entrarvi dentro al cuore.


martedì 22 gennaio 2019

Dopo sei giorni


Finalmente dopo sei giorni domani potrò riposare, anche perché almeno fino a stasera non sono ufficialmente a riposo visto che mi aspetto un paio di telefonate sempre di lavoro. Ma intanto è stato bello tornare a casa, mangiare una minestra di verdure preparata dalla mia compagna, sbrigare corrispondenza mail, preparare una serie di lettere da spedire e poi, sfidando il freddo gelido, uscire con le cuffie  e passare in farmacia per il rimborso delle medicine e poi andare in centro, entrare in libreria e acquistare Nevada e Ragioni per vivere (solo racconti, ho bisogno di racconti in questo periodo) e acchiappare una delle ultime copie del domenicale ancora in circolazione. Aprire bocca solo per dire Buongiorno, buonasera, arrivederci e grazie. Cercare di evitare facce conosciute, bar, possibili offerte di aperitivi, chiacchiere. E infine camminare col viso ghiacciato fino a casa da dove uscirò solo giovedì mattina alle cinque per andare al lavoro. Una giornata, domani, da trascorrere interamente sui libri. Nient'altro. 

domenica 20 gennaio 2019

"Il Falco" di Hernan Diaz (Neri Pozza) e altri libri



Mi è stato impossibile durante la lettura de “Il Falco” di Hernan Diaz (Neri Pozza, traduzione di Ada Arduini), finalista al Premio Pulitzer e al PEN/Faulkner Award, alla tragedia delle migrazioni, di quegli uomini, donne, bambini, bambine, giovani che, scappando dalla miseria, fame, guerre, genocidi, sfidano la morte, trovandola purtroppo molto spesso, per raggiungere un mondo migliore e costruire una nuova vita per sé e per i propri cari. Una terra promessa da cui verrano rifiutati o dove vivranno una vita di sofferenze e stenti pur di conquistare la libertà, sicurezze, denaro, lavoro e costruire una casa per i propri figli e nipoti. 

Protagonista di questo romanzo che ho letto qualche settimana fa è un ragazzino svedese, Hakan Sodstrom, che nei primi del Novecento, insieme all'adorato fratello maggiore Linus, parte per raggiungere l'allora terra promessa: gli Stati Uniti, New York. I due si perdono a Portsmouth, in Inghilterra, prima dell'imbarco, e piuttosto che sbarcare a New York, che non conosce una sola parola d'inglese, raggiunge la San Francisco della corsa all'oro. Da quel momento cominciano le tragiche avventure di Hakan, che ormai viene chiamato, per la storpiatura della lingua, Hawk, Falco (succede spesso a molti migranti), e che desidera in tutti i modi raggiungere New York e lo vedremo al seguito, come animale da soma, di una famiglia di cercatori d'oro sprovveduti che lo aveva assistito durante il viaggio in mare, poi sequestrato da una banda di tagliagole con un'anziana megera che lo alleva e custodisce come un tesoro privato, insieme a un scienziato/biologo/scienziato alla ricerca del senso della vita che gli trasmette i saperi della chirurgia e poi incontrando una carovana di pionieri e scivolando sempre più negli abissi di violenze, distruzione, solitudine, soprusi subiti, arresti, follia, voglia di scomparire e di raggiungere un sogno irrealizzabile.

“Il Falco” è un romanzo dove ho respirato le atmosfere metafisiche, rarefatte, crudeli, violenti, spirituali di Meridiano di Sangue, con descrizioni quasi bibliche dei protagonisti/ambienti/accadimenti/esplosioni di sangue che trasporano la narrazione in una dimensione a-temporale.

Diaz fa compiere al protagonista un percorso di decostruzione del sogno del West e del progresso e lo distrugge raccontando, in maniera bizzarra e tragicamente picaresca, della follia della corsa all'oro/denaro/Capitalismo, dello sterminio dei nativi, della criminalizzazione dei diversi, della giustizia che è sinonimo di violenza, della religione utilizzata come strumento di oppressione, della scienza che libera l'uomo ma che non sa dare tutte le risposte. È come se durante tutto il romanzo ci dicesse: non c'è una Terra Promessa e ha senso vivere questo orrore? E questo orrore che cova dentro l'uomo è qualcosa che non potremo mai sconfiggere? 
Ci sono passaggi di questo romanzo così terrificanti che sembrano proprio aprire degli squarci nella carne del lettore e  si viene inondati da un carico di dolore di cui quasi si ha voglia di farsi carico pur di far stare meglio questo gigante svedese che si aggira come un bambino in un mondo putrido e senza speranze.
Hawk ha una sola speranza: scomparire nelle lande gelide e desolate dell'Artico per cercare di tornare a casa. 

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Due spunti sul reddito di cittadinanza e finalmente Sharon Van Etten

Non sono un grande amante del lavoro anche se quando ho avuto un impiego ho sempre lavorato tantissimo e ho cercato di dare il mio meglio. 
Senza lavoro sto benissimo, anche se poi il mondo del lavoro (conosco un certo tipo di mondo del lavoro: quello della produzione, dei servizi, pulizie e ho svolto sempre lavori molto umili) lo conosco bene visto che ho avuto e ho parenti e amici ben addentro anche nei processi di trasformazione del mondo del lavoro e allora resto sbigottito quando sento addurre come giustificazione per il reddito di cittadinanza che i posti di lavoro stanno per scomparire e i cittadini dovranno essere sempre più aiutati economicamente per vivere. 

Affermazioni del genere sono pressapochiste e anche frutto di una certa ignoranza ma soprattutto dimostrano la consueta sfiducia nel futuro e in generale una totale mancanza di progettualità e volontà di trasformazione. 

È sempre più facile distribuire soldi e promesse che sarà sempre qualcun altro a pagare piuttosto che mettersi a ragionare seriamente sul futuro.

Il mondo cambierà e sta cambiando ed è ovvio che tanti lavori spariranno e altri resteranno come nicchie, magari di qualità, ma questo accade da sempre, triste dirlo, ma è così e a meno che non vogliamo fossilizzare l'epoca che riteniamo la migliore possibile (credete davvero che ne esista una?) e riportare indietro le lancette del tempo e ibernarle fino alla fine dell'eternità, ci toccherà affrontare questi cambiamenti cercando di renderli il meno indolori possibili.

Personalmente auspico che lo Stato, inteso (in maniera molto sommaria) come comunità fatto di pluralità di soggetti con interessi/idee/provenienze diversi, si assuma consapevolmente la responsabilità di queste trasformazioni senza però trasformarsi nello Stato Famiglia a cui chiedere ogni cosa, anzi favorendo la libertà delle persone. 
Uno stato insomma che possa garantire un presente e un futuro dignitosi senza per questo trasformarsi in un Stato Assistenziale, iperliberista o che nazionalizza ogni aspetto della nostra vita. 
Più che di soldi, ovviamente necessari per aiutare le persone in difficoltà, servirebbero investimenti e progetti seri e mirati nella scuola e nella formazione, una rivoluzione completa del welfare state, fondi per la riqualificazione continua, incentivi/sgravi/agevolazioni per coloro che decidono di aprire un'attività e mettersi in proprio e una burocrazia sicuramente più leggera, un fisco più giusto ed equo anche per i cittadini come me che non possono scaricare nulla e che praticamente nemmeno possono evadere e che dalle tasse ricevono servizi spesso scadenti, una cornice legislativa che possa garantire la nascita di realtà, serie, no profit.

E soprattutto uno Stato che non diventi un agglomerato informe completamente votato al Turismo e che non sopravviva grazie all'aiuto dei pensionati o all'azione sostitutiva del volontariato.

Forse sono un sognatore e leggo troppi libri ma a quarant'anni, e vi ribadisco che sono a tutti gli effetti un proletario, respiro il bocciolo di lavori che arriveranno in futuro.

Sapete perché lo scrivo?

Perché mi basta vedere come si è modificato in questi anni il lavoro di due archeologi, mia sorella e suo marito, con l'arrivo della tecnologia che da un lato li ha costretti ad apprendere nuove competenze ma nello stesso ha offerto loro possibilità di studio e ricerca prima impensabili.
Oppure le trasformazioni nel cinema e alcune competenze che sono stato obbligato a imparare per poter continuare a lavorare e anche osservando alcuni elettricisti di ultima generazione che sembrano più dei tecnici che gli elettricisti per come li ricordavo io.

Più li ascolto e più mi convinco che invece gli esponenti dell'attuale governo (i precedenti non erano migliori) ignorano volutamente il mondo della scuola e del lavoro. Come se vivessero in un pianeta chiamato Rete o spot.

Ieri parlavo con mio padre proprio di lavoro e ogni suo discorso era un'interconessione con mille altre settori, trasformazioni, difficoltà, adeguamenti, fallimenti. 
Ogni volta che mi parlava delle attività che aveva svolto non poteva che parlarmi di questo o di quell'altro settore necessari allo sviluppo delle sue idee, con grande ammirazione anche per ambiti tecnici molto diversi dal suo ma lo faceva sempre in un'ottica di trasformazione e miglioramento continuo.
Nelle sue parole c'erano preparazione scolastica e tecnica, interesse per le nuove idee, curiosità, sconfitte, disastri, baratri ma anche quella sana incazzatura di non poter assistere alle nuove strade della moda e del settore chimico/tessile.

Poi certo, come già scritto sopra, ciascuno può pensare che non si debba per forza cambiare e che tutto debba restare in un certo modo perché é meglio così e rispetto chi ha questa posizione, ci mancherebbe altro e pure io amo tantissime cose del passato. 

Ma io non sono quel genere di persona che vorrebbe vivere in un mondo che non cambia mai.


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Finalmente è uscito il nuovo disco di Sharon Van Etten, "Remind Me Tomorrow" (Jagjaguwar). Sono molto affezionato a questa cantante statunitense che seguo fin dalle sue prime cose e sono molto ma molto contento di questa sua svolta e la copertina è magnifica. Aspetto di comprare il cd in un negozio. Nei prossimi giorni lo farò anche per i nuovi album di Massimo Volume e Be Forest. Voglio avere tra le mani l'oggetto fisico. 



mercoledì 16 gennaio 2019

Grunge, Anni Luce, Andrea Pomella




Sono stato (e lo sono ancora oggi nel cuore e come ascolti preferiti) un grunge anche se poi quando ero un ragazzino il grunge era a un passo dalla decadenza. 
I Nirvana, in particolare Bleach e In Utero, sono il gruppo della mia vita e sono uno di quelli che, restando ai nomi più noti, ho sempre preferito Nirvana e Alice in Chains a Pearl Jam e Soundagarden. 
Di quegli anni, di paura, furori, amicizie svanite, depressione, del passaggio traumatico all'età adulta e del rapporto viscerale coi Pearl Jam (i primi tre album , Ten, Vs, Vitalogy) racconta il sofferto “Anni luce” di Andrea Pomella (add editore) e che vi consiglio se amate la musica, se avete vissuto come me forse l'ultima esplosione rock della storia della musica e avete vissuto e vivete ancora quel certo tipo di sofferenza che non ti si stacca mai di dosso. 

Andrea Pomella è un autore da tenere d'occhio anche per il suo “L'uomo che trema" (Einaudi).

Trascrivo un brano che restituisce perfettamente anche il mio modo di approccio alla musica:

Insomma, non potevo definirmi un fan dei Pearl Jam perché forse ero qualcosa di più. Il fan è accecato dai propri idoli, non mantiene per sé uno spazio di lucidità critica, è pronto a immolare se stesso e i suoi affetti concreti in nome della propria sfrenata devozione. Non possedevo la stoffa dell'idolatra, e quindi tenevo a distanza ogni tentazione di paganesimo. Eppure, attratto come ero dalle storie, mi chiedevo perché non avessi alcun interesse per le biografie dei Pearl Jam, cosa che invece capitava quando avevo a che fare con i miei amati scrittori americani. Nel caso dei Pearl Jam, tutto ciò di cui avevo bisogno era già lì, nelle canzoni. La mia sete veniva placata semplicemente da un disco. Non mi serviva altro. Immagino che questa sia, tra le varie forme di godimento artistico, la più perfetta. La mia passione per la musica dei Pearl Jam era fine a se stessa. La sofferenza del fanatico è invece il prezzo da pagare per la propria soddisfazione. Per colpa di questo prezzo, la gioia stessa dell'esperienza artistica diventa sterile, la fame inesaudita genera forme di dipendenza, e così i desideri non trovano conforto. Se fossi stato un fan dei Pearl Jam, i momenti di bellezza intensa e sfavillante dati dall'ascolto delle loro canzoni si sarebbero corrotti, e la proiezione compiuta che in esse trovavo della mia vita si sarebbe sfocata. La musica dei Pearl Jam si sovrapponeva all'individuo sociale che ero, le loro canzoni riproducevano esattamente la mia visione delle cose, e non lo facevano solo attraverso i testi, ma soprattutto attraverso il suono, quel suono lancinante riprodotto dagli strumenti e dalla voce di Vedder. Non mi importava dunque il nome dei Pearl Jam in sé, mi importavano alcune cose che esso mi evocava e che ogni lavoro diventasse al primo ascolto l'intermediario obbligatorio per l'acquisizione della mia consapevolezza del mondo, che portasse a galla i sintomi della mia costernazione, dei miei traumi, della mia angoscia, che fosse il grimaldello capace di forzare la scatola magica del mio gusto, e che abbellisse, accanto alla coscienza del dolore, i momenti più cupi della mia gioventù.” (pp. 69-79)


Quest'anno faccio quarant'anni e quando mi rimetto ad ascoltare il grunge è come se fossi nato e vissuto in un'altra epoca, in un altro mondo e mi riaffiorano davanti volti di ragazzi e ragazze che mi hanno regalato una vita intera. Non sento il bisogno di ritrovarli, di rivederli perché mi basta attaccare lo stereo o infilare le cuffie per ritrovarmeli qui davanti e sorridere con loro.


martedì 15 gennaio 2019

Un'infermiera e Urali

Maurizia (nome di fantasia) è l'infermiera a domicilio che assistette mia madre durante la malattia. Una donna vulcanica, bellissima, venezuelana ma anche silenziosa, delicata, complice. Una di quelle donne che sa donare a pazienti terminali squarci di vita luminosa, speranze quotidiane fatte di discorsi, attualità, caffè. La ricordo mentre medicava le ulcere sulla schiena, sulle gambe, sulle braccia di mia madre, le disinfettava la ferita della colostomia, le asciugava le lacrime e le raccontava di avventure, di famiglie brianzole piene di stronzi, di dottori imboscati.
Oggi l'ho rivista nell'ambulatorio del mio piccolo paese.
Sprizzava sesso da tutte le parti mentre mi medicava il dito.
Lei è una di quelle donne che ti parla apertamente di sesso, auspicando relazioni possibili per mio padre (magari lei?, non sarebbe male), prendendosela con la maleducazione di molti pazienti, spingendomi a partire per il Sud America.
Io so solo che il mio dito stava benissimo fra le sue mani.

Ovviamente pure lei mi ha fatto il culo per varie cose.
Quasi tutti quelli che incontro mi fanno il culo quando comincio a parlare e a tenere la bocca chiusa.
Ma lei sarà per sempre una delle pochissime persone alle quali glielo concederò, senza rispondere.

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Sono uno di quelli che nutre una venerazione assoluta per "Persona" di Urali e da poco è uscito l'ultimo disco di Urali "Ghostology" di cui ho ascoltato per bene solo qualche canzone ma che sembra promettere grandi cose


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sabato 12 gennaio 2019

Chi voterò alle prossime europee e poi di spiagge luganesi, aria stantia, qualche libro,


Le elezioni europee si avvicinano e dopo una vita intera tornerò a votare e il mio voto andrà a Stati Uniti d'Europa. Tutto ancora ben da definire ma se vi interessa potete leggere questa intervista a Maurizio Turco, presidente della Lista Pannella e legale rappresentante (oltre che uno dei quattro coordinatori della presidenza) del Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito: "Maurizio Turco: "Stati Uniti d'Europa e rosa nel pugno, i nostri vaccini per l'alternativa""


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-l'ipotesi di spiaggia luganese-

A Lugano e dintorni è molto difficile trovare accessi liberi al lago per potersi tuffare e sdraiarsi senza pagare. Certo, i lidi della mia zona, sono splendidi ma io preferisco non pagare per potermi tuffare. Alcuni giorni fa un linguista ha espresso il sogno di una croisette luganese, insomma di trasformare il lungolago e costruire delle vere e proprie spiagge. Su questo sogno/progetto, sui suoi costi/fattibilità e sul senso generale non voglio più di tanto addentrarmi (a me per esempio questo voler rimodellare alla Rimini non mi convince molto, preferirei qualcosa di piu' selvaggio, sassi o erba magari) ma sapevo che ci sarebbe stato qualcuno che avrebbe protestato e sapevo che sarebbero stati quelli che vedono con orrore l'arrivo di bagnanti in centro, magari orde di ragazzini delle periferie, buzzurri immigrati con la brace e lo stereo. 

Ok, anche io detesto quel genere di casino e infatti evito un certo posticino del lago che d'estate si riempie di griglie, cani, stereo e non ci si può muovere ma ho sorriso quando ho letto dell'orrore di qualcuno per la possibile presenza in centro/Piazza Riforma (la piazza del comune a due passi dal lago) di bagnanti con ombrellone, infradito, costumi e ho ripensato a come invece questa gente non abbia mai provato orrore per gli evasori che portavano i soldi nelle banche svizzere, che spendevano nei negozi di lusso e giocavano al Casinò, per tutti quei magnati di provenienza dubbia che spostano la residenza fiscale in Svizzera per godere di tutti i possibili vantaggi e se ne fregano di tutto.
Quanta ipocrisia...

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Sempre in questi giorni accendendo la tv o leggendo i giornali mi sembra di vivere in una specie di remake della mia infanzia-adolescenza o robe che sento da vent'anni. 
Quei suoni, quei nomi, quel sottofondo, quelle facce, quelle robe che un po' mi hanno anche rotto i coglioni, al di là che mi possano piacere o no ( ci sono cresciuto): e andiamo coi vent'anni della morte di De André e quelli che cercano il suo erede, Claudio Baglioni, Bruno Vespa, Pupo, Beppe Grillo, Vincenzo Mollica, le questioni sulla Tav e intanto si sta per volare su Marte, Holly & Benji, Lupin, i Puffi (sembrano scomparsi completamente i robottoni) discussioni sui vaccini e sull'Aids, Freddy Mercury, quanto ci aveva visto giusto Gaber, Forum e vai con la solita grandezza di Pasolini, Michelangelo, Dante, Caravaggio, Socrate, Platone, la tragedia greca, gli appelli di Corrado Augias a studiare, come se non ci fossero scrittori contemporanei da leggere c conoscere e poi Berlusconi, Maroni che aveva promesso il bollo, le Pensioni ed è da quando son nato che ogni anno sento parlare di pensioni e pensionati e arrivederci.

E lo so che c'è la rete, che ci sono grandi novità, nuovi cantanti, telefilm, serie tv, dischi, mostre e che c'è di tutto ovunque ma la sensazione prevalente è quella di aver lasciato (anche se continuo a frequentarlo) un Paese immobile  e che è anche un po' felice di vivere nella culla delle rassicurazione, rivolto quasi sempre a un passato volutamente rimodellato per non affrontare i cambiamenti, incapace di vivere una contemporaneità rinnovata e aperta alle nuove generazioni, del tutto restia ad abbracciare quel presente inascoltato/nascosto/celato/vilipeso che possa finalmente tracciare una nuova strada verso il domani.


E comunque visto che sono cresciuto con De André: "Tutti morimmo a stento" è il suo album che mi è sempre piaciuto di più.

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Quattro libri in arrivo che mi sono segnato:


-esce il 31 gennaio e di lui ho amato "Iron Towns"


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mercoledì 9 gennaio 2019

L'ignoranza al governo e le mie mani insieme a quelle di Sharon Van Etten

Sono mesi (anni, a dire la verità) che continuo a pensare che dello schifoso governo attuale la parte più pericolosa per la democrazia sia quella composta dai Cinquestellati. I leghisti li conosco da una vita, sono detestabili ma in realtà anche abbastanza facili da collocare in un contesto politico, le loro idee sono note da tempo e anche la loro furbizia mimetica mentre i cinquestellati con il loro carico di giacobinismo d'accatto, ignoranza ostentata, fantomatica democrazia digitale, moralismo senza morale, pauperismo coi soldi degli altri, dialogo continuo con la pancia degli italiani sono assolutamente imprevedibili e per questo ancora più pericolosi, ambigui e devastanti per la già fragile e totalmente incompiuta democrazia italiana. Tra l'altro ormai è sempre più difficile trovare delle differenze credibili fra i due firmatari del patto del disastro.

In questi giorni si sta parlando dei referendum e i cinquestellati hanno indicato la Svizzera come esempio. Una cazzata del genere me la aspetto dai cittadini comuni, da chi discute al bar fra una birra e l'altra ma non da un parlamentare che dovrebbe avere, secondo logica, una preparazione necessaria, che dovrebbe studiare e informarsi ogni giorno anche solo prima di parlare. Anche se ormai si apre bocca solo per sparare parole a vanvera. Tra l'altro sarebbe stato anche semplice informarsi su questa questione. Sarebbe bastato utilizzare la loro amata rete per trovare qualche risposta sul funzionamento referendario svizzero,  sul bilanciamento fra poteri, sulla concordanza svizzera, sulla compostezza del dibattito politico, sulle discussioni sull'abuso dell'utilizzo referendario per risolvere ogni questione.

Le differenze le ha spiegate bene il costituzionalista Giovanni Guzzetta su Il Foglio ma tanto questi politici improvvisati che rispondono ai bisogni della GGGEnte non le capiranno mai, per loro dibattito parlamentare, discussione politica, studio, confronto, analisi sono degli inutili orpelli, strumenti del passato. 
Meglio i talk show, Travaglio, il loro blog, le schedature, i pulsanti da schiacciare, i balconi, le forche pubbliche.

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In questi ultimi giorni di lavoro mi sono letteralmente massacrato le mani fra tagli e vesciche e dolori alle falangi e il vento e il sudore acido. Dopo essere tornato dal cinema ieri sono uscito di casa senza cerotti e una garza in un punto critico e la barista di un locale aveva davvero schifo a portarmi un caffè. Speriamo che la situazione migliori entro domani altrimenti son cazzi amari nei prossimi giorni. L'aglio ha funzionato poco e le creme cicatrizzanti anche. 

Per fortuna ci sono Sharon Van Etten a farmi compagnia:




e un saggio sulle migrazioni ticinesi preso in prestito:






lunedì 7 gennaio 2019

Un libro dell'anno, i miei scrittori dell'anno e avventure/disavventure coi popcorn


Di sicuro fra i miei libri in assoluto del 2018 c'è questo. Aiuta a rallentare i ritmi forsennati. A pulire il cervello dalle tossine dell'immediato. A isolarsi per studiare, imparare, perdersi.

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Non parlo di altri libri che mi sono piaciuti tantissimo nel 2018 e nemmeno di molti bravi scrittori che ho conosciuto ma mi limito a citare quegli scrittori che mi hanno accompagnato anche quest'anno (e molti mi accompagnano da quasi trent'anni) come dei maestri, amici, suggeritori, infermieri, fra letture e soprattutto tante riletture. Eccoli, senza link:

- Herman  Melville
- Louis-Ferdinand Céline
- Lev Tolstoj
- Hubert Selby Jr
- Martin Amis
- Andre Dubus
- J. D. Salinger
- Malcolm Lowry
- Michel Houellebecq
- Thom Jones
- George Saunders
- William T. Vollmann


-un pezzo di me-

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Preparare popcorn al cinema è un lavoro molto impegnativo, con ritmi serrati, metodico e che necessita di grande attenzione. Non ci si può mai fermare. Le due pentole eruttano continuamente grandi quantità di popcorn, devi svuotarle nella vasca centrale, riempirle nuovamente, far scendere l'olio, riempire i dosatori con mais e sale e poi riempire i sacchi e via da capo. Tempi contingentati. E il peggio è quando si incrociano sostituzione dei cartoni dell'olio e bidoni da riempire col mais. 
E poi c'è la macchina da pulire e quella è un altra questione di merda.
Dopo 5 ore a fare popcorn si è morti.
Se qualcuno ha lavorato su una catena di montaggio particolarmente tosta capirà perfettamente di cosa sto parlando.

Se non mi sono portato il ricambio dei vestiti (spesso mi viene comunicato solo all'ultimo momento che devo farli e non sono io il responsabile della produzione del cibo) esco che praticamente sono ricoperto di essenza di popcorn.

Proprio domenica ero in fila alla cassa un distributore di benzina e dietro di me qualcuno ha cominciato a sghignazzare e a prendermi bonariamente per il culo e un cane mi ha leccato scarpe e jeans. Spesso i cani quando, uscito dalla sala popcorn, cammino per strada mi guardano come se volessero mangiarmi o accoppiarsi con me. Mi annusano i pantaloni, si strofinano contro le mie mani. Sentono il mio odore. Qualche volta anche gli esseri umani vorrebbero addentarmi. Si eccitano. Vedono in me l'oggetto del desiderio. Per le donne e gli uomini della notte mi trasformerei volentieri in uno spacciatore di popcorn.

Poi ci sono quelle persone che, anche giustamente, mi rompono il cazzo, come un tizio sulla quarantina che una volta salito sul bus fuori dal cinema (al 90% non lo faccio e preferisco tornare a piedi) mi ha urlato da quanto tempo non mi lavavo. Di solito mi succede con quegli esseri umani col giornale sottobraccio o che leggono libri di grande spessore culturale o che al telefono parlano d'affari, di operazioni chirurgiche, di razzisti da cacciare a calci in culo, del controsoffitto della casa al mare. 
Coi tossici o gli spazzini ci facciamo invece grandi risate. 
Con elettricisti, muratori, imbianchini, idraulici ci intendiamo a pelle. 
Gli studenti sanno subito da dove arrivo. 
Ma la lingua e gli occhi imploranti dei cani valgono uno stipendio.


sabato 5 gennaio 2019

Tornando dal lavoro....Crash Of Rhinos, Hélène Grimaud , Brahms



Quanto mi piace tornare a casa dal lavoro e trovare sul tavolo, grazie alla mia compagna, Il Foglio, il Corriere del Ticino (per un'intervista a Fabio Celestini, allenatore del FC Lugano), Mister No che mi sta facendo del male e questa seconda uscita mi ha commosso, Zagor che mi accompagna sin dall'infanzia e affianco c'è lo splendido saggio di Jonathan Israel "Il grande incendio"(Einaudi, traduzione di Dario Ferrari e Sarah Malfatti) che consiglio a tutti quelli che sono interessati al contributo dato dalla Rivoluzione Americana ai cambiamenti democratici in Europa e non solo.

E oggi (ma anche ieri e ci lavoro spesso insieme) ho lavorato con un collega portoghese di 62 anni che ieri aveva lavorato per dieci ore quasi filate e che poi era tornato a casa, si era lavato, aveva mangiato ed era poi uscito per andare al bar e restarci per giocare alle carte fino alle 3 di notte e perdere e vincere soldi, sbronzarsi, flirtare con donne (lo conosco e non millanta nulla) per poi tornare a casa, dormire pochissimo e presentarsi al lavoro alle 7 spaccate, sbarbato, lavato e profumato.

Io e l'altra mia collega stavamo già lavorando da un'ora e abbiamo ascoltato divertiti le sue avventure.

Succede raramente di avere buone giornate lavorative e gggi, grazie anche a lui, è stata una di quelle migliori, seppur devastante dal punto di vista fisico.

E intanto che lavoravo canticchiavo questa canzone, anzi, quasi la urlavo.
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Ecco, mi devo occupare di parecchie cose, mi interesso di altre, mi spendo per quel che riesco per alcune questioni ma di interessarmi di Freccero, Luca e Paolo e del resto della combriccola con tutti i soliti discorsi che sento da quarant'anni non ne ho per un cazzo voglia.

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giovedì 3 gennaio 2019

Paura dei soldatini, due libri e Quiet, The Winter Harbor




Fossi ancora un bambino questi giorni di vacanza li trascorrerei praticamente sempre in casa a leggere fumetti e libri, sbrigare i tanti compiti assegnati e a giocare coi regali ricevuti e soprattutto coi soldatini. 
Sono da sempre innamorato dei soldatini. 
Me ne compravano a centinaia da piccolo. 
Quasi tutti di plastica, quelli che costavano poco insomma, tranne alcuni più costosi che mi comprava mio padre quando aveva la luna buona. 
Mi succede ancora oggi che quando entro in qualche negozio di giocattoli o di modellismo di sbirciare le scatole dei soldatini o quelli in vendita nelle vetrine e prima o poi un giorno mi regalerò i garibaldini in piombo e realizzerò un diorama di una battaglia della guerra di Secessione americana. 

Quando gironzolo su Ebay e trovo questo tipo di giocattoli, impazzisco e rimpiango anche di non avere dei figli.

Ma trovare soldatini, sia quelli nei sacchetti di plastica che quelli da dipingere, nei negozi che vanno per la maggiore è diventato praticamente impossibile. Per trovare quelli di plastica si deve andare nei negozi dei cinesi o in quei grandi magazzini che vendono roba cinese o vietnamita. Altrimenti tutto nei negozi di modellismo ma solo i soldatini di qualità.

Altra epoca quella in cui sono cresciuto.

Qualche tempo fa una persona che non vedevo da tempo mi raccontò che quando suo figlio aveva spiegato in classe che adorava giocare alla guerra coi soldatini e inscenare battaglie campali col papà e la mamma, una delle maestre e poi quattro o cinque madri (tutte quante di quel certo tipo di sinistra che io tendenzialmente detesto) aveva stigmatizzato quella passione, additandola come foriera di comportamenti bellicosi, violenti, sanguinari e invitando il padre a indirizzare il figlio verso giochi più educativi. 
Il padre e la madre erano rimasti senza parole. 
E io con loro, ben consapevole che un fondo di verità nelle parole della maestra, anche se molto sottile, esiste. 

Ma secondo te Andre quali sono questi giochi giusti per mio figlio? Gioca coi soldatini, costruisce palazzi barcollanti coi Lego, gioca a calcio col resto dei bambini, corre, salta, fa i compiti, disegna alla cazzo, cerca di leggere i miei Tex, gioca alle bambole con la sorella. È un bambino come me, te, mia moglie e tutti gli altri ragazzini del cortile. E siamo persone diverse fra noi ma mica siamo diventati degli assassini, violenti o brutte persone, mi fece lui, perchè abbiamo giocato coi soldatini o alla guerra in cortile, tu sei pure uno di quelli di Pannella. Se lo travesto da comunista oppure gli dico che mio figlio gioca a fare il partigiano o lo scienziato o il medico di sto cazzo che guarisce i barboni o lo travesto da Masha, secondo te avrebbero ancora da ridire? 

Non sarebbe ancora abbastanza, gli risposi disilluso. Conosciamo tutti e due quel tipo di persone...rovinano sempre tutto.

A quella gente piacciono quei giochi dove l'orso non mangia il miele, il serpente si sposa col topo, il lupo si scopa l'agnello, altro che fingere di essere un cavaliere della Tavola Rotonda concluse lui, democristiano come tutta la sua famiglia, disgustato e sfinito da un mondo che non fa per lui. 

Chissà cosa passerebbe questo povero padre se dovesse anche raccontare che adora Red Dead Redemption e che nelle battaglie campali familiari vince quasi sempre l'alleanza  di soldatini Zulu-Nazisti-Giapponesi...

E penso tanto ai soldatini in questi giorni perchè quando pulisco le sale, con la mia mano destra gonfia e rotta a furia di stringere il tubo dell'aspiratore, trovo sotto ai sedili molti giocattoli persi da bambini e bambine. Tipo questa bambola:


e molti di questi giocattoli non verranno mai ritirati.


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Due libri ricevuti in regalo. Uno di Andre Dubus che è dei miei autori in assoluto e l'altro  di Michele Silenzi che mi sta affascinando:



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