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lunedì 17 settembre 2018

"Rockaway Beach" di Jill Eisenstadt (Edizioni Black Coffee)



Ho comprato a scatola chiusa “Rockaway Beach” di Jill Eisenstadt, uscito originariamente nel 1987, e pubblicato quest'anno da Edizioni Black Coffee con la traduzione di Lorenzo Taiuti, perché sono sempre stato innamorato degli scrittori che facevano del cosiddetto Literary Brat Pack. Scrittori che ho letteralmente amato e su cui mi sono formato nell'adolescenza e giovinezza. Gente come Donna Tartt, Bret Easton Ellis, Jay McInenerney e poi altri come Tama Janowitz e Susan Minot ha lasciato su di me un'impronta indelebile.

Eppure “Rockaway Beach” nella prima parte è un romanzo che non mi ha veramente conquistato. L'avessi letto vent'anni fa mi avrebbe invece sicuramente dilaniato sin dalle prime pagine, affascinato, irretito con le sue polaroid di vita adolescenziale, di amori perduti e conflitti generazionali, di serate trascorse ad alcolizzarsi sulla spiaggia del Queens, di feste improbabili, di locali sgangherati, di stanze del college con coinquilini strafatti, di scherzi goliardici e noia infinita.

Ma da metà in poi Jill Eisenstadt mi ha invece letteralmente travolto quando si mette a descrivere con commozione e partecipazione la fine della giovinezza e l'inizio dell'età adulta, di quel sottile confine che separa quasi due vite distinte. C'è un momento in cui non ti riconosci più allo specchio e ti chiedi perché stai frequentando quelle persone, perché sei innamorato di quella donna, che cosa ci stai a faire in quel paese, in quella casa, su quella spiaggia con quattro amici che non sai più se sono degli amici o dei fantasmi. È quando scopri che da alcune scelte non potrai più tornare indietro e se vorrai farlo dovrai farcela da solo e non ce la farai mai, forse, e che tutto avrà delle conseguenze che non somiglia per niente a ciò che immaginavi e che non sono certo i postumi di una sbronza da risolvere con due aspirine. 

Sono pagine di un lungo addio segnate da una tensione salmastra, dai tentativi maldestri di trattenere il tempo, di non far passare le giornate ma anche di accorciare il respiro delle ore che ci mancano prima di andarcene, di baciare per l'ultima volta quella ragazza che è già altrove con la mente, il cuore e il corpo.
Sono pagine dove si descrive perfettamente come all'improvviso non ti importa quasi più nulla di tutto quello a cui prima tenevi tantissimo.
E ti senti solo.
Maledettamente solo.

Stavolta è Alex, ma lei canta invece di recitare la filastrocca, e gli passa le dita sulla schiena soltanto quando arrivano il corvo e la croce.
Timmy non vuole muoversi mai più. Non si è ancora mosso da quando l'hanno depositato lì con una coroncina di alghe...quanto tempo fa? Sloane ha sollevato una nuvola di sabbia con un calcio. “Direi che può bastare” ha detto, “Benvenuto nel Club degli Assassini”, e come gran finale si è fatto il segno della croce. Ma il vero finale si svolgerà sul ponte. Non c'era bisogno di dirlo, anche se Bean l'ha fatto lo stesso. Ha perfino avuto il coraggio di chiedere a Timmy “Ti senti bene?, prima che svenisse.
Ora se ne sono andati tutti, tranne ovviamente Alex; tranne ovviamente Chowderhead, che va qua e là, dice che non salterà; tranne ovviamente Peg, che dice che invece lo farà. Ha sempre voluto farlo, e ora lo farà. “Che vuoi che sia? Sloane non è mica un supereroe, chiunque può buttarsi da un ponte, che vuoi che sia?” Si capisce che è spaventata mentre cerca di accendersi una canna nel vento.
Timmy piega un braccio dietro la schiena e ferma la mano di Alex, la tiene stretta. È freddissima, e sudata allo stesso tempo. Si gira per prendere l'altra, entrambe se le preme sul petto. Non la attira su di sé come vorrebbe ma immagina di farlo. La sensazione della sua pelle, calda di sole
Alex guarda Timmy che la guarda. La marea si sta alzando, sta per bagnarli. L'acqua si allunga a sfiorarle la scarpa, poi si ritira, ci riprova, si ritira. Assomiglia agli esercizi di karate di Lars, per cui devi arrivare il più vicino possibile a una cosa senza colpirla, o al gioco dell'amore, quando vi piacete ma non osate toccarvi. Timmy è già bagnato, non c'è bisogno di avvisarlo. Ridotto così le fa venire in mente i giornalisti che ha visto oggi pomeriggio sulla spiaggia, e anche un gioco che facevano da piccoli. Si chiamava “L'uomo che è spuntato dal mare”. A turno ciascuno interpretava la parte di un tizio arrivato a nuoto dalla Cina, strisciava sulla sabbia mezzo morto di fatica e veniva preso d'assalto da una folla di giornalisti (gli altri), che parlavano tutti insieme e gli puntavano in faccia bottiglie vuote a mo' di microfoni.
“Ci dica, uomo che è spuntato dal mare, com'è stato? Di cosa si è nutrito? A che cosa pensava? Quanto ci ha messo? Perché l'ha fatto, e come vanno le cose in Cina? Lo sa che è famoso? Entrerà nel Guinness dei primati, come si chiama? Andrà in TV. Tutti la conoscono e tutti la amano, uomo che è spuntato dal mare”. (pp. 240-241)


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