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mercoledì 29 agosto 2018

su "Gli atti di mia madre" di András Forgách (Neri Pozza)



Sono rimasto affascinato dalla scelta di András Forgách (scrittore, poeta, drammaturgo ungherese) nel raccontare della scoperta, in seguito di una telefona di un uomo che ha trovato quel nome in uno dei documenti finalmente consultabili degli archivi dei servizi segreti comunisti, che la madre Bruria (e anche il padre) fosse stata per anni una collaboratrice segreto del regime comunista ungherese. L'autore evita accuratamente di scrivere una biografia lineare o un reportage/memoriale classico che metta in fila rivelazioni, eventi cronologici, riflessioni ma al contrario costruisce con “Gli atti di mia madre” (Neri Pozza, traduzione di Mariarosaria Sciglitano) un libro reticolare, morboso, paranoico, da Grande Fratello esattamente come ciò di cui sta raccontando ed ecco allora lunghe pagine che descrivono la vita apparentemente normale della madre e del padre, documenti della polizia e quelli scritti dalla madre e dal padre, affreschi cupi o solari di vita familiare e dell'ambiente/amicizie dei quattro figli (due maschi e due femmine), estratti di manuali per il controllo poliziesco, poesie il tutto atto a ricreare l'atmosfera paranoica di quegli anni, le meschinità ma anche l'utopia di un mondo migliore, le violenze sottili e psicologiche, i baratri della follia. L'autore si prende spazio solo nell'ultima parte del libro dove si sfoga, analizza la psicologia della madre, cerca, senza tregua e possibili soluzioni, di interrogarsi sulle motivazioni che l'hanno portata a diventare una collaboratrice e la sua voce è quella di un figlio che si sente tradito e che non sa come continuare ad amare quella madre e quel padre dai quali ha ricevuto amore, insegnamenti e possibilità di leggere, viaggiare, crescere.

Un libro cupissimo, angosciante e doloroso che mette i brividi e toglie il sonno.

Un estratto:

In molti stravedevano per Bruria, per molti questo sarà un poderoso ceffone, una delusione e un'incomprensione e un'incommensurabile tristezza. Quindi sarebbe nostra madre quella collaboratrice segreta e persona della rete. Ah, ci saranno anche quelli che lo avevano già messo in conto. Io, l'avevo già detto in anticipo, diranno, ah, io ne ero sicuro. Urliamo. Piangiamo. Sediamoci e parliamone. Parliamone di nuovo. Parliamone dieci, cento, mille volte. Leggiamo i dossier. Perché dovrei leggere questi dossier? Uno è quello del reclutamento, “R”, l'altro è quello del lavoro operativo, “L”. Apprendiamo una nuova lingua, un nuovo lessico, conosciamo da vicino il mondo che ci ripugna in maniera così elementare, per il quale ci si rizzano i peli sulla schiena, per il quale ci si gela il sangue, per il quale ci svegliamo di soprassalto nel cuore della notte, che è così scomodo e che fino ad allora avevamo contemplato comodamente a distanza. Quelli erano sempre gli altri. Altre persone sulle quali avevamo espresso giudizi con leggerezza. Sono sempre gli altri a prendere il cancro. Sono sempre gli altri a morire in un incidente automobilistico. E adesso è qui, sotto la nostra pelle, più doloroso di un tatuaggio perché é invisibile.
E ancora una cosa brutta. Uno di colpo pensa che, nonostante tutto, si tratti comunque di una cosa eccezionale, vuoi per il tormento, vuoi per il dolore o la vergogna, perché anche ora, mentre scrivo, spesso nei momenti più inopinati mi vengono gli attacchi, arrossisco per la vergogna che bisogna alleviare in qualche modo. Ma fa parte della tragedia anche il fatto che non lo sia. Alcuni casi si somigliano in modo deludente. Sono casi del tutto banali. Tutto inizia e finisce quasi allo stesso modo. La monotonia dei fascicoli, il linguaggio ottuso dei servizi segreti e dello Stato impregna ogni azione come trementina. Il tutto è come un mostro immerso nello spirito. L'olio di fegato di merluzzo che ci dava ogni sera e bisognava mandare giù. Adesso, per quel che mi riguarda, è l'odore di muffa a colmare la mia stanza. Prima, quando ci sono entrato, stavo quasi per soffocare. Bisogna prendere e visionare uno per volta fino all'ultima lettera, all'ultima busta, all'ultimo dossier, all'ultimo album fotografico, all'ultima borsa, all'ultimo ricordo. Siedo in mezzo all'odore di muffa, c'è un odore tale e quale a quello del nostro vecchio guardaroba. Odore dell'infanzia. Lo riconosco. Le vecchie carte, lettere di posta aerea, giornali ingialliti, i ritagli di giornale, opuscoli, cartoline, fotografie, documenti di riconoscimento e certificati. Finora erano sparsi per ogni dove in un disordine impressionante. Giro per casa, li raccolgo, li porto nella mia stanza. Li riguardo per la seconda volta per capire cosa sia successo. La prima volta li ho guardati a dieci anni dalla morte di mia madre. Da lì è nato il romanzo Zehuze. Ho iniziato allora a mettere ordine nella terribile babilonia. Ma comunque ordine non ce n'è.
Nel contempo, in modo perverso, questa svolta ha anche i suoi vantaggi. Getta una luce vivida sulla storia personale. Il fatto che tutto si ridimensioni, che si debba ridimensionare, costringe a misurare di nuovo il peso di ogni cosa, a prendere visione, da una certa distanza, della vita vissuta troppo da vicino e per questo non molto sensibile a connessioni più ampie. La si potrebbe definire anche una possibilità. Ultima o prima, non importa.” (pp. 231-232)



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