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lunedì 16 luglio 2018

Variazioni su "Barba intrisa di sangue" di Daniel Galera (SUR)


Da quando son nato mi hanno spesso scambiato per mio cugino che di anni ne ha quasi più di venti di me. Lui l'hanno scambiato sin dalla sua infanzia per il nostro nonno materno che nessuno dei due ha mai conosciuto. E io e lui siamo poi i sosia del nostro bisnonno. Paolino ogni tanto m'hanno chiamato anche a me, come mio nonno e mio cugino Paolo. Oppure Mungusel, che è un termine di origine oscura e che ricorda lontanamente un luogo di provenienza (un paesino vicino) ma che più prettamente va a definire, razionalizzare (sempre in una forma di divagazione continua fra parole e visi, mani e tombe) una condizione esistenziale, un modo d'essere, per non dire un'identificazione quasi genetica, somatica, etnica, razziale, psichiatrica, trovate la soluzione che volete, una parte della mia famiglia. Degli strani, dei folli, dei matti, dei depressi, degli spostati, dei dediti alla fuga, dei cultori dell'abbandono e del fallimento. Io e mio cugino abbiamo molto in comune anche se conduciamo vite completamente diverse, abbiamo ideali diversi e litighiamo quasi sempre quando ci vediamo, ma tutti e due siamo perennemente insoddisfatti, attorcigliati ai nostri fallimenti quotidiani, innamorati del sesso femminile, insofferenti agli ordini e alle dinamiche di squadra.
Ma è al mio bisnonno materno che mia madre e il resto dei miei parenti mi hanno detto che somiglio. 
Lui era ombroso, astioso, depresso, malinconico, propenso a scatti d'ira, furioso. In tanti gli stavano alla larga così come oggi stanno alla larga da me. Rischiavi la pelle se gli rompevi i coglioni. Eppure potevi chiedergli qualunque cosa  e lui te l'avrebbe data. Non aveva nessun interesse per i soldi così i miei nonni materni e mia madre. Una volta quasi uccise con un'accetta degli zingari che erano entrati nel cortile di casa per rubare vestiti stesi ad asciugare. Mio nonno disse che quei ladri stavano rubando a qualcuno che nemmeno sapeva come fare ad arrivare alla fine della giornata e che rubassero ai ricchi del paese o ai vicini contadini coi soldi nascosti nei campi e agli operai amici del sindacato. E si attirò le ire di tutti. In paese vivono ancora oggi degli anziani che  lo ricordano con un misto di ammirazione e paura perché viveva a modo suo e morì a modo suo.


-mio nonno materno, soldato della Prima Guerra Mondiale-

Perché questa premessa se sto parlando di un romanzo? Mi piace prendere tempo oggi, quando penso ai libri a me viene voglia di prendermi tanto tempo ed è anche per questo che mi piacciono i libri lunghissimi. Quelli brevi se concentrano in poche pagine la grandezza della letteratura ( racconti sono poi forse la forma della mia lingua). 
Non ho nessuno a cui rendere conto. 
Se vi va di leggere questo pezzo leggetelo altrimenti andate altrove. 

E comunque lo faccio perché il romanzo del brasiliano Daniel Galera “Barba intrisa di sangue” (SUR, traduzione di Patrizia Di Malta) ruota tutto intorno al legame di sangue, intimo, sentimentale, genetico, astrale, galattico che si fa ripetizione di carattere, azioni, scelte, istinti, visioni della vita, futuro, presente, passato, morte, rinascita che passa di generazione in generazione, da padre in figlio a nipote e quando ti guardi allo specchio vedi te e chi ti ha preceduto e sembra che tu stia ripercorrendo lo stesso cammino di chi ti ha preceduto e ti senti quasi svenire ed è anche per questo che rimasi senza parole quando vidi per la prima volta “Inseparabili” di David Cronenberg con il fratello gemello che si suicida per raggiungere nel destino il fratello morto. Sei te stesso, la tua proiezione, il tuo doppio che si moltiplica lungo tutto un  rame familiare ed è ancora più straziante quando sembra che le vite si stia differenziando e accade quell'evento che riporta tutto al suo naturale finale. A un destino che è stato scritto in una maniera non tanto semplice. 


Mia madre mi ha sempre poco rotto le scatole quando le manifestavo la mia voglia di stare lontano dalla gente o ero in una condizione di perenne distrazione perché evitare il contatto umano, isolarsi, andarsene era sempre stata una caratteristica della nostra famiglia. La riconosceva nelle mie parole, nella mia tendenza all'isolamento, nella mia insoddisfazione continua, nel mio modo di fumare. D'altro canto portava il nome del fratello a sedici anni. 

Ma Galera in questa relazione fra passato, carne, sangue, falsità innesta una variazione pregevole e ancora più affascinante e suggestiva: il protagonista, uomo di sport, grande nuotatore, insegnante di nuoto e allenatore, soffre di una rara malattia, la Prosopagnosia che gli impedisce di ricordare i volti delle persone, compreso il proprio, e per farlo necessita di un continuo processo di memorizzazioni di particolari laterali, una voglia, un modo di camminare, un profumo, una voce perchè tutto scompare dalla memoria tranne il fatto che tutti gli dicono che somiglia al nonno scomparso, forse ucciso in un villaggio per una colpa non ben definita. Si fa crescere la barba e qualcuno vede in lui somiglianze che lui non può cogliere nell'immediato. E cosa siamo senza un viso, un volto, un ricordo? Forse siamo più liberi o forse viviamo costantemente in uno stato di assenza. 

“Barba intrisa di sangue” è un romanzo dai contorni noir e metafisici con protagonista un ragazzo che accettata come ineluttabile la scelta del padre di suicidarsi e in compagnia della inseparabile cagnetta Beta, per una vita fedele scudiera del padre, abbandona tutto, la città, il lavoro, le sicurezze per trasferirsi a Garopaba, una cittadina di pescatori aggrappata allo splendido litorale meridionale brasiliano, dove un tempo si cacciavano anche le balene, e cercare di trovare se stesso e scoprire cosa sia accaduto realmente al nonno. Il protagonista riscopre se stesso in lunghe giornate trascorse in mare a nuotare, a camminare, correre, parlando con pescatori, intrecciando nuove amicizie, innamorandosi e intanto riconosciuto come il nipote di Gauderio cerca di rompere la cappa di silenzio che circonda la tragica fine del nonno, la ritrosia dei cittadini che non accettano i suoi tentativi di investigazione. Vuole conoscere la verità, una verità che sarà dirompente e distruttiva quando la troverà, perché sarà una verità che si farà carne su se stesso, che si è costruita giorno dopo giorno sul suo volto, sulle sue scelte.

“Barba intrisa di sangue” è un romanzo da vivere con lentezza, facendosi ammaliare da lunghissime descrizioni naturalistiche (e da inserti metanarrativi calibrati perfettamente) che creano un'atmosfera straordinaria e che non è solo sfondo della storia ma essenza stessa del romanzo, quasi una cappa oppiacea nella quale si scivola dolcemente e insieme nervosamente mentre si legge, affrontando discussioni buddhiste sull'annullamento di sè e riflessioni filosofiche sul destino ineluttabile che attende l'essere umano e affrontando insieme all'autore questo processo di svuotamento continuo, arrotolandosi in scoppi di violenza, di eccessi, scivolando nella storia del Brasile, nella corruzione, nel passato fatto di colonizzazione e schiavismo e di un oggi fatto di un turismo che annulla tutte le differenze.

L'ho letto sul balcone mentre una squadra di operai riparava a colpi di martello pneumatico due appartamenti del palazzo vicino. Ho sentito le urla degli operai solo quando ho chiuso il romanzo.
Un effetto ipnotico.
Calmante.
Che annulla tutto quello che ti circonda.
Come quando ti droghi.
Come quando leggo.
In completa solitudine.
Per ore e ore, senza dover rendere conto a nessuno del mio tempo, del perché faccio le cose, del cosa ci faccio tutto un giorno su un balcone a leggere.


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