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mercoledì 28 febbraio 2018

In breve su "La bastarda della Carolina" di Dorothy Allison (Minimum Fax)


Non mi ha del tutto convinto “La bastarda della Carolina” di Dorothy Allison (Minimum Fax, traduzione di Sara Bilotti), forse per l'eccessiva lunghezza (e dire che a me le lunghe narrazioni mi piacciono), forse per la sensazione, talune volte, di stare a rileggere la stessa pagina due volte, forse per questo “pathos in attesa costante” che lascia l'amaro in bocca.

Ci sono però pagine di una bellezza cristallina che restituiscono tutte le gioie e i drammi spaventosi (violenza sessuale, povertà,...) di Bone, la ragazzina protagonista del romanzo, e di una famiglia magica e numerosissima che è difficile dimenticare una volta terminata la lettura.

Ecco un estratto:

Nella mia vita nulla era certo. Anche a me poteva succedere da un momento all'altro di andare a sbattere contro la morte. Cominciai a tremare ogni volta che papà Glen posava i suoi occhi blu su di me: era un tremore interno, profondo, che speravo non notasse mai. No, sussurravo nella note. No, non morirò. No. Stringevo i denti. No.
Mi guardavo allo specchio per vedere quello che vedevano gli altri, per scoprire da che cosa fosse possibile intuire chi ero. Che cosa vedeva papà Glen? E zia Raylene? Zio Earle? I capelli avevano cominciato a schiarirsi, i riflessi viravano sul rosso invece che sul blu, ma gli occhi erano rimasti scuri come la notte. Osservai i miei zigomi nello specchio del bagno. Mentre Reese aveva lineamenti morbidi e tondi, i miei zigomi erano alti e sporgenti. Forse brutti. Sì, probabilmente erano brutti. Girai la testa. I denti erano bianchi e forti, affilati e lucidi. Tutto il mio corpo era forte. È un fascio di muscoli, diceva mamma. Era orgogliosa di quanto fossi robusta, dei pesi che riuscivo a sollevare e della velocità con cui correvo, ma io invece, all'improvviso, avevo cominciato a sentirmi a disagio e in imbarazzo. Ero cresciuta moltissimo durante l'ultimo anno, tanto che mi facevano male le ossa.
“Dolori delle crescita”, mi disse zia Raylen. “Se continui così diventerai davvero alta, ragazzina”.
Io non volevo diventare alta. Volevo diventare bellissima. Quando ero da sola, guardavo il mio corpo ostinato, le lunghe gambe, i fianchi inesistenti, e quei piccoli rigonfiamenti dove Deedee e Temple avevano i loro grossi seni rotondi. Non avevo niente di cui essere orgogliosa, e odiavo le battute di zia Raylene sul fatto che eravamo tutte di razza contadina, che discendevamo da donne abitutate a partorire nei campi e a rimettersi al lavoro subito. Goffa, forte, brutta – perché non potevo essere carina, invece? Volevo essere come quelle ragazze nei libri, principesse con la pelle chiara e il cuore tenero. Odiavo le mie dita corte, la faccia larga, le ginocchia ossute, odiavo non avere niente in comune con le ragazze carine, dai tratti delicati e dai corpi fragili e slanciati. Avevo una faccia di pietra, insignificante, non avevo forme né sopra né sotto, ed ero nera come la corteccia di un albero di noci. Il mio corpo, come quello delle mie zie, era fatto per ammazzarsi di lavoro, per essere consumato e gettato via. Avevo letto queste cose nei libri e le avevo ignorate. Le donne che morivano in quel modo, per la fatica o per incidenti assurdi, non erano quasi mai le eroine. Zia Alma mi aveva dato una grossa edizione economica di Via col vento, con immagini a colori prese dal film, dicendomi che l'avrei adorato. Inizialmente fu così, ma poi una sera alzai gli occhi dalle guance rosa di Vivian Leigh e vidi mamma che era appena tornata a casa dal lavoro, i capelli ancora più scuri a causa del sudore e l'uniforme macchiata. Un brivido violento mi aveva attraversato il corpo. Emma Slattery, pensai. Ecco chi diventerò, ecco chi siamo tutte noi. Non Scarlett con le sue guance incipriate. Io facevo parte della feccia che viveva nelle baracche sporche di fango, che litigava con quelli di colore; ero come quegli ingrati che rubavano ai loro superiori, stupidi, rozzi, nati per ricoprirsi di vergogna e poi morire. Tremai di paura e sdegno.” (pp. 261-262)

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