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giovedì 25 gennaio 2018

Joy Williams, Charles Bukowski, mia madre, Ezra Pound/Canto 81, Slowdive


È perfetto il titolo che è stato dato alla raccolta di Joy Williams :"L'ospite d'onore" (Black Coffee, traduzione di Sara Reggiani e Leonardo Taiuti) perché ogni racconto ospita una sorpresa che sfida il lettore e la lettrice. Sorprese che stanno nelle sfumature di una pagina, di una singola frase, di un tempo utilizzato, di una punteggiatura, di un ritmo, di un dialogo, di un personaggi. Estranianti e pericolosi, pungenti e vaporosi, pieni di ferite e dolore, di rinascite e mareggiate questi racconti sono tutti da leggere, rileggere. Impossibile, almeno per me, dimenticarli.

Un estratto dal racconto "L'escursione":

"Ogni tanto Jenny dice una bugia. È una bambina piccola, con le sue paure. Ha paura che dal gabinetto escano in volo degli uccelli, storni dagli occhi lucidi e neri. Ha paura degli alberi, dei pesci, delle ossa nella carne. Ogni tanto dice una bugia, ma niente di serio. A volte sembra dimenticarsi dove si trova. Si perde in un luogo che non è la sua infanzia. A volte dice a qualcuno, per esempio alla maestra Coogan della Capt'n Davy Nursery School, che sua madre è morta, e pure suo padre, anche il cane, Tonto. Dice che non ha niente con cui giocare, che in casa ci sono dei macchinari che non sa usare, che vive in una casa dove non ci sono finestre che affacciano sulla strada, che abita con degli estranei. Nessuno la aiuta a capire, deve fare tutto da sola.
Povera maestra Coogan! Le accarezza la spalla. Jenny indossa bei vestiti dall'aria costosa e delle scarpe da ginnastica azzurre. È un amore. Ha i capelli biondi che le ricadono su una fronte piuttosto bassa e un viso interessante, espressivo. Fa tutto troppo velocemente. Che sia l'ora del bagno, di pranzo o della nanna, lei va di corsa. Corre anche quando dorme, con il respiro breve e affannato. Tanta fretta non è necessario. Corre incontro perfino ai ricordi.
Jenny non sa giocare. Quando gli altri bambini giocano lei sta ferma, con la pancia in fuori, a guardarli con espressione distaccata, indifferente. Se una voce improvvisa, diciamo un grido, la sorprende, compie un buffo saltello sul posto. Gli occhi castani si riempiono di confusione. Sbianca o arrossisce violentemente. Eh si', certi giorni Jenny vede tutto nero. Le matite colorate sono morte, le altalene sono morte, persino il piccolo Johnny Lewis, che attende pazientemente la merenda seduto sul suo tappetino, è morto. Ha sete, e quando la maestra gli porta un bicchiere di succo, Jenny è sollevata per lui." (pp. 129-130)

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Il mio Canto 81 di Pound e questo è un piccolo regalo a una persona che passa silenziosa da questo blog e che non sta per niente bene in questo periodo. Un abbraccio a te. E cerchiamo di continuare a vivere anche se forse non è quello che abbiamo voluto. E ci è capitato addosso e forse moriremo un altro giorno. Forse domani. E ci sono giorni che davvero non riesco a capire perché devo continuare a vivere e non trovo mai risposte sensate alle mie domande.
E sto qui su blogger solo per trovare un sacco di scuse.
E perdite di tempo che mi fanno solo stare male e innaffiare il narcisismo di altra merda.

Forse per continuare ad ascoltare un pezzo degli Slowdive come Everyone Knows, sto in vita.
Per ascoltare tutti i dischi degli Slowdive.
Vorrei quasi dire.

Non certo per lavorare, pagare le tasse, contribuire alla società.





Mi basta una risposta del genere.

E mia madre oggi avrebbe cucinato il risotto con la luganiga per me e mia sorella.
Mia sorella vive lontano e non ci sentiamo.
Mio padre lo preparerà stasera e lo mangerà in solitudine e ci sono giorni che spero che si risposi con una delle donne che lo aiuta nelle faccende di casa. La quarantenne coi ricci, la divorziata con due figlie, una delle quali ha un viso d'angelo, la tunisina con gli occhi che sanno di Mediterraneo.
Io non ho voglia di mangiare un cazzo, salvo del formentino.
Preferisco berci sopra a tutto questo malessere e prepararmi per un'altra giornata di lavoro.

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