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mercoledì 3 gennaio 2018

In breve su "On the Brinks. Memorie di un irriducibile irlandese" di Sam Millar (Milieu Edizioni)

Da ragazzino ero affascinato dalla questione nord-irlandese, dagli scontri per strada, da Derry, Belfast, dai guerriglieri dell'Ira. Era ancora il periodo degli attentati, degli arresti, delle discussione sulla pace e se la pace fosse possibile, dei film. Poi è arrivato il disarmo, una pace fragilissima, il proseguio della lotta della Real Ira e altre formazioni fino ad arrivare a  un oggi fatto di tante domande anche per la scelta britannica di uscire dall'Unione Europea.
Visto il mio interesse che non s'è mai spento, leggere “On the Brinks. Memorie di un irriducibile irlandese” di Sam Millar (Milieu Edizioni, traduzione di Marta Milani e Marianna Mastrorosa) è stata una vera e propria esperienza. Dentro c'é di tutto: la giovinezza in povertà, gli scontri per strada, la strage del Bloody Sunday a Derry, il duplice arresto, gli anni di carcere, lo sciopero della fame, il Long Kesh, la Blanket Protest, i pestaggi, le torture, la libertà, il tentativo di rifarsi una vita negli Stati Uniti, una rapina dai risvolti tragicomici, il nuovo arresto e il ritorno in Irlanda. 
"On the Brinks" è un memoir dolorosissimo e dal respiro picaresco/noir, scritto con stile preciso, secco, duro ma anche poetico e commovente e ci sono pagine dove è impossibile trattenere le lacrime. 
Millar non é di quei tipi autoindulgenti o fanatici che fanno storcere il naso perché troppo pieni di sé ma è rimasto sempre un combattente irriducibile, un ribelle, un uomo libero che ha scritto un memoir capace di tenere sulla corda il lettore dalla prima all'ultima pagina.  Leggendolo conoscerete un uomo impossibile da inscatolare, alieno all'ipocrisia di quei religiosi che sulle guerre ci mangiano e ne escono sempre con le mani belle pulite, che è sopravvissuto a sofferenze inimmaginabili anche grazie a  uno spirito goliardico e all'amore per i fumetti. 
Cercatelo e godetevelo.

(Nota: libro (anche l'autore lo pensa) da accostare al film “Hunger”)

Un estratto:

La mia convalescenza fu brevissima, grazie alle abilità straordinarie dei medici dell'ospedale che, nonostante le mie proteste per il dolore, decisero che quattro giorni, e non quattro settimane, sarebbero stati un periodo adeguato. Il fatto che aderissi alla protesta degli Uomini Coperta non aveva, ovviamente, nulla a che fare con l'interruzione del mio ricovero ospedaliero e, quando mi fecero uscire dalla stanza barcollante e agonizzante, in manette con quattro poliziotti al fianco, Tresette stava ancora lì a rivendicare la propria innocenza.
Tornai al blocco al ritmo di una lumaca riluttante, più accartocciato del gobbo di Notre Dame. Avevo dei punti di sutura che mi disegnavano un corsetto su tutto il corpo ed ero talmente curvo che quasi quasi  le mani mi strisciavano a terra, mentre tornavo al braccio. Una voce gridò “Sam è tornato” e poi se ne aggiunsero un altro paio. Chiunque altro mi avrebbe chiesto notizie, ma gli uomini sapevano meglio di me come stavano le cose. Non mi avevano ancora perdonato per la bugia sul Natale del '76.
“Immagino che tu non ti sia portato un po' di grugno...” giunse, solenne, la voce di Teiera, attraverso gli escrementi, ben sapendo che era impossibile che riuscissi a raccattare qualcosa dall'interno dell'ospedale di massima sicurezza. Ripeté la domanda; quando, alla terza volta, continuai a rispondere, si allontanò dalla porta, borbottando: “Bastardo. Che razza di coglione”.
Nonostante il dolore che stavo provando, dovetti sorridere alle osservazioni di Teiera. No, non era bello essere tornato; anzi, era ancor più difficile, dopo aver avuto un assaggio di tutto quello che ci eravamo persi negli ultimi anni. Ma quella sera sarebbe cambiato tutto: Teiera si sarebbe scusato, borbottando, mentre, con gli altri ragazzi, fumavano come dei pazzi grazie a un donnone di un quintale che incarnò il vecchio detto “can che abbaia non morde” e mi diede talmente tanto tabacco, ficcandomelo di contrabbando su per il culo, che quando scoreggiavo, pareva fosse esplosa la fabbrica di sigarette di Galalgher.
Nella mia testa avrei rivissuto più e più volte gli ultimi giorni trascorsi nell'incantevole soggiorno in ospedale: mi tirava su il morale l'inestinguibile convinzione che alla fine di tutta quella follia, saremmo potuti tornare a casa. Ahimé, il grande autore americano Thomas Wolfe ci aveva azzeccato in pieno quando aveva scritto il suo classico “Non puoi tornare a casa”. Allora ancora non potevo saperlo, ma nessuno di noi sarebbe mai più riuscito a tornare davvero a casa.
Ci avevano fuso in una fornace. Eravamo cambiati, nel profondo e per sempre. Non saremmo stati mai più gli stessi. Saremmo stati fuori di testa, nei secoli dei secoli.
I secondini avrebbero potuto romperci le ossa e strapparci la carne, e in effetti lo fecero. La nostra era un'esistenza minimalista fino all'estremo. Eravamo zero, nudi come appena venuti al mondo. Ma non avrebbero mai potuto colonizzare i nostri pensieri. Non avrebbero mai potuto comprendere cos'era che ci faceva scattare, per il semplice motivo che eravamo al di là di ciò che era venuto prima, e non saremmo mai più stati alla pari. Eravamo come gli Spartani. Cazzo, eravamo anche meglio degli Spartani. Eravamo gli uomini della Blanket Protest.” (pp. 114-115)

4 commenti:

  1. Come scrittore irlandese amo colui che scrisse le ceneri di Angela

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    1. Frank McCourt. È piaciuto anche a me quel romanzo.

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  2. many thanks for a beautiful review of my book. Grazie.

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