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mercoledì 8 novembre 2017

In breve su "Nelle terre di nessuno" di Chris Offutt (Minimum Fax)



Ci sarebbe tanto da scrivere sui meravigliosi racconti di Chris Offutt contenuti nella raccolta "Nelle terre di nessuno" (Minimum Fax, traduzione di Roberto Serrai) a partire dal titolo italiano e da quello statunitense "Kentucky Straight", della sua lingua scarna e immaginifica che è come se costruisse periodi risolti e insieme irrisolti mentre racconta una storia, di come, avanti e indietro nel tempo (questa raccolta è del 1992), si rincorrano Sherwood Anderson, Andre Dubus, Thom Jones, Flannery O'Connor, Faulkner, D'J Pancake, Donald Ray Pollock, del razzismo strisciante che vede un nero andarsene anche se ha salvato una vita, dei fantasmi e delle storie che si propagano da generazione a generazione, delle leggende che percorrono come segugi le colline e gli stati di frontiera (la frontiera è anche quella che divide città e periferia, provincia e campagna, le stesse famiglie), di quel White Trash di cui si parla tanto e che poi fa schifo a tutti ma che é fatto di uomini e donne in carne e ossa (come non riflettere sull'epidemia/catastrofe di oppiacei che sta attraversando e martoriando la classe medio/bassa e non solo dei bianchi statunitensi e su cui Trump non sembra per niente intenzionato a porre rimedio?), della decadenza politico/industriale statunitense, del sapore del sangue, della caccia come crescita individuale e collante spirituale comunitario, delle case viaggianti che scivolano lungo pendii inondati di fango, di bar fumosi ed equivoci come il Bar Australia a poca distanza da casa mia dove piccoli imprenditori, operai, pensionati, ladri, spacciatori, camionsiti giocavano a scala quaranta, lasciavano cambiali, soldi, mutui, affitti, delle fabbriche abbandonate, delle miniere prosciugate, di uomini e donne che si trascinano in vite apparentemente insignificanti, di padri che finiscono in carcere e madre che scappano, di test d'intelligenza e cultura che forse ti permetteranno di andartene anche se non hai ancora ben capito se vuoi veramente andartene, di racconti che vanno letti e riletti per assaporarne il gusto migliore e cangiante ma alla fine vi trascrivo solo il finale dell'ultimo racconto "Palla 9" perché sono tanti mesi che quello che voi e vorremmo fare è solo prendere tutto, andarcene e non farci piu' sentire:

"Everett lo guardo', annui', e se ne ando'. Aggancio' la rastrelliera per fucili al parabrezza posteriore e ci mise sopra la stecca da biliardo. Le colline in ombra sembravano chiudere la strada, mentre si allontanava. All'imbocco della conca dov'era casa sua schiaccio' il freno, sobbalzo' sulla strada sterrata e parcheggio' accanto al recinto dei maiali. Guardo' la banconota da cinquanta alla luce fioca della cabina. Sopra c'era Grant. Gli torno' in mente quanto il maestro delle elementari aveva detto che Grant era un ubriacone. Everett scese dal pick-ip e fece scorrere la mano lungo il filo spinato del recinto finché non trovo' una punta. Ci arrotolo' intorno la banconota, bucando la carta a ogni giro. Suo padre l'avrebbe trovata la mattina dopo. Il ritratto di Grant gli assomigliava anche un po'.
Dal buio del porcile usci' un grugnito. Se Sue poteva fare quello che voleva, allora lo stesso valeva anche per lui. Sgancio' il cancelletto e lo sposto' nel fango finché non si apri' giusto un po'. Il porcellino ora poteva andarsene, se voleva. Probabilmente sarebbe ucciso lungo la strada, ma se restava li' sarebbe morto comunque. Usci' lentamente dalla conca, con la stecca che sbatacchiava sulla rastrelliera. Arrivato sulla strada asfaltata si diresse a ovest, cercando di immaginarsi come sarebbe stato, vivere in un mondo senza colline." (pp. 155-156)

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