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venerdì 17 novembre 2017

Ancora su Bangkok



Ci sono libri che mi restano incollati addosso.
Potrei fare molti esempi.
Ma rileggendo “Bangkok” di Lawrence Osborne (Adelphi, traduzione di Matteo Codignola), anche per il legame che questo libro intreccia con “Piattaforma”, ho ripensato con insistenza alle migliori pagine di Michel Houellebecq. 
Quella sensazione che non sto solo trascorrendo del tempo ma che sto scavando, attraverso la lettura, dentro a me stesso e facendolo da quelle pagine me sento messo a nudo, compreso, sconvolto, illuminato, cullato, percosso, cullato e questa sensazione di benessere intellettuale ed emotiva non smette mai di abbandonarmi. 

Rileggendo “Bangkok”, a metà fra un memoir, un reportage, una guida turistica, un romanzo e permeato da una sensibilità disarmante anche nei suoi brani più cupi, si sono riattivate le stesse scosse di un tempo e da cui mi sono fatto trascinare con tanto piacere, disinteressandomi di molte delle azioni quotidiane che avrei dovuto compiere una volta tornato dal lavoro.

Trascrivo due estratti, il primo perché mi ricorda tantissimo un vecchio collega di mio padre, uomo gentilissimo e totalmente innamorato del piacere, il classico puttaniere:

A Brian piaceva mettere la sua mano tremula nelle loro, scambiarsi qualche goccia di sudore, e fare due passi fino all'albergo a ore vicino al Soi Cowboy. Gli piaceva, quel posto così sordido, e gli piacevano i soldi, le formalità, il fatto che tutto quanto si svolgesse sempre nello stesso modo. Gli piaceva che fosse una faccenda nuda, essenziale, come un ballo imparato a memoria, un passo dopo l'altro.
Ne parlava col distacco ironico di chi non si fa illusioni su se stesso, e nel suo tono sentivo tutte le qualità dell'anziano puttaniere – un tipo umano con cui quasi nessuno simpatizza, ma io sì, non so che farci. Il mondo si divide in chi pensa che la vita sia una faccenda allegra, positiva e sotto controlla, e chi no. Io no. “Non ho mai capito che cosa ci trova la gente nelle prostitute,” pare abbia detto una volta Michael Myers al suo amico Graham Greene, che ne andava notoriamente pazzo, “è come pagare qualcuno per farsi battere a tennis”. Ma in certi momenti uno vuole proprio questo, perdere a un gioco del cavolo, provare la dolcezza della sconfitta.” (pp. 105-106)

e poi il finale del libro:

Dimenando i suoi grossi, goffi fianchi maschili, Juicy è sfilata davanti alla scuola dei monaci e al caotico mercato sul fiume, fino a raggiungere un moletto con i gradini che scendono nell'acqua, come quelli di un tempio indiano. In quel punto il fiume improvvisamente si apre, diventa immenso, color latte. Gli altri sull'altra riva hanno sempre un aspetto invernale, dovuto credo all'inquinamento. Sul molo c'è una strana statua di un marinaio in uniforme che scruta Bangkok, dall'altra parte dell'acqua, con gli occhi sbarrati. Sui gradini si ammassano centinaia di piccioni in attesa del becchino. Chissà quanto sarebbe piaciuto a Felix.
Con qualche esitazione, tenendo stretto il sacchetto del pesce gatto, Juicy ha sceso i gradini, fino a  quando le onde non le hanno lambito i tacchi a spillo. Poi ha aperto il sacchetto con un certo nervosismo e lo ha abbassato fin sul pelo dell'acqua. Il pesce ha avuto una specie di contrazione nervosa. Vita o morte? Fiume o wok?
Alla fine è guizzato via, tuffandosi fra le alghe galleggianti per raggiungere un'intera colonia di suoi simili, che veniva lì sotto a mangiare le briciole sparse dai monaci. Un calderone ribollente di pesci gatto schizzati, più qualche anguilla appena liberata.
Juicy ha rabbrividito, e si è voltata verso di me. Con quegli zigomi alti, incipriati fino all'insolenza, e quell'eccesso di rosso – per tacere dell'iscrizione sul retro – era un'apparizione. E di colp, guardando lei, ho visto tutti i farang che vivono a Bangkok, e come piccole falene girano intorno alla fiamma che a suo modo anche lei incarnava. Volgare, bellissima, dura. Il sesso di un essere senza sesso, che libera pesci gatto e sa che si incarnerà in qualcos'altro. Magari in una rana. O in un uomo.
“Bai nai?” mi ha chiesto.
In quel momento mi sono ricordato perché amo il buddhismo, anche se non riesco a crederci: perché ha bandito il dramma dell'amore. Molto semplicemente, l'amore non trova posto in una visione che giudica gli animali e gli uomini, con molta chiarezza e altrettanta freddezza, per quello che sono. Le miserie dell'amore non guadagnano mai il centro della scena. Per noi, che imparaiamo a credere all'amore fin dal primo giorno, che lo consideriamo un desiderio acquisito, è sbalorditivo. L'immagine che abbiamo di noi stessi non riesce a essere così fredda. No, noi pensiamo alle nostre vite come maestosi drammi imperniati sull'amore – e naturalmente ci sbagliamo di grosso.
Mentre scendeva la sera, e Juicy e si allontanava con un sorriso altero e un po' deluso, ho ripensato ai fiumi che amavo, il Chao Praya e l'East River, e a ben vedere mi sembravano identici. Anche i fiumi possono rinascere? E i pesci gatto? E le città? Un'altra cosa che non capivo era come mai tanti anni prima, vedendo i monaci scendere al molo 10, non avessi mai fatto due più due, non avesse mai pensato che erano i monaci del Wat Rakhang. In un certo senso mi avevano sempre fatto compagnia, ma non avevo mai pensato che fossero reali. Li consideravo immaginette di un'altra epoca, sottovalutando fino a che punto fossero vivi.
E così ho ripensato a loro. A loro in non so neanche più quale anno, che scendevano dai taxi d'acqua a Wang Lang. Alle loro tuniche, ai loro ombrelli di plastica, ai rosari, e al modo in cui guardavano in alto, verso l'uomo sperduto che beveva un gin tonic in terrazza. Sì, al modo in cui guardavano il nuovo arrivato nel suo piccolo angolo di paradiso impermanente, con l'aria ironica e distaccata di chi si chiede, “Allora, è questo, un uomo solo?”. (pp 259-260)

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