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martedì 31 ottobre 2017

Illuminando l'autunno con Silvia Valerio



Ciao Silvia, intanto come stai vivendo questo inizio d'autunno e come è andata l'estate alle spalle? E quest'anno fino ad ora come è andato?

Ciao Andrea. Che piacere. Finora è stato un anno molto interessante, in cui ho conosciuto, sperimentato e lavorato molto, anche nell’estate che si è appena sciolta alle nostre spalle. 

Stai scrivendo per caso e cosa stai leggendo o guardando per il tuo piacere personale? Non si vive solo di Ar....eh eh.

Ma certo che no! Sai che leggere e curiosare anche fuori dalle mie cerchie è un vizio di cui non mi libero facilmente.
Dunque. Il libro più bello che ho (ri)letto: ‘La veglia’ di Anne Enright. 
Le pagine metafisiche migliori: quelle di un libro di Yoga del 1965.  
Le poesie: i versi di certi scrittori orientali di centinaia di anni fa, per come sono capaci di condensare la vita e fartene sentire il sapore sotto i denti. 
I film: ‘Quel treno per Yuma’ e ‘The departed’, per come ti insegnano che la vita è una sfumatura tra bene e male. ‘Lussuria’, di Ang Lee, per l’inquietudine. ‘Dracula di Bram Stoker’, ‘Bright Star’ di Jane Campion e ‘Leon’ per la purezza dell’eros. ‘Fight club’, per l’ultimo minuto e trentacinque. 
La colonna sonora delle mie ultime giornate è affidata principalmente a Bruce Springsteen: un colpo di fulmine del tutto imprevisto, ‘Dream baby dream’, immediatamente seguito da ‘Trapped’ e ‘Devils&Dust’. 
Fear’s a dangerous thing/ it can turn your heart black you can trust/ It’ll take your God filled soul/ fill it with devils and dust.
(La paura è pericolosa, credimi: ti annerisce il cuore. Prenderà la tua anima piena di Dio e la riempirà di demoni e polvere.)
Mi sembra che abbia descritto con poche parole l’uomo moderno. Che, forse, non ce l’ha nemmeno piena di Dio, l’anima. 
Sullo scrivere, sai che sono una sciocca superstiziosa, e quindi taccio. Spero mi perdonerai!  

Cosa bolle in pentola nelle Edizioni di Ar per questi ultimi mesi del 2017 e cosa ci aspetta per il 2018? Degli ultimi pubblicati quali sono quelli che consiglieresti maggiormente? Personalmente fra gli altri ho letto quello di Cristina Coccia che fa parte di quelle letture “pericolose”. E mi piace lo stile delle nuove copertine.



Il fuoco di Ar con la stagione fredda brilla più che mai. Da poco è stato pubblicato uno studio del professor Pacilio, ‘L’invasione’, che indaga il problema migratorio nelle sue componenti più sotterranee e tragiche e spiega verso quali enormi pericoli ci stiamo dirigendo, scappando da quelli di piccole dimensioni. Si potenzia proprio se letto insieme al libro di Cristina, ‘Un futuro senza avvenire. La generazione della decisione’. In questi giorni è stato poi ripubblicato, in una nuova edizione, ‘Un amore in guerra’, di Riccardo Bacchelli, che ti consiglio sicuramente, anche solo per quella sensazione remota di un mondo in guerra e per quell’Enrico De Nada che ‘aveva confusa la stanchezza sua dentro quella d’un esercito e d’una popolazione da tre giorni senza sonno, senza pane, senza tetto; certi solo di un domani terribile. Era così grande che non poteva stargli in corpo: gli stava alle spalle; come uno fugge davanti all’onda dell’acqua straripata, la sente dietro, ma non si volta, perché solo vederla l’abbatterebbe, così per qualche miglio De Nada non sentì la sua stanchezza, neanche adesso che era solo, perché solo in pensarla vi si sarebbe sommerso.’. La storia d’amore tra De Nada e Cecchina Gritti sarà seguita dal volume ‘Kitartàs’, dedicato alle croci frecciate ungheresi

Ti lancio alcune parole: ius soli, sciopero della fame a intermittenza, legge elettorale, utero in affitto, legge Fiano, madre. Usale come vuoi. Sbizzarrisciti.

Cielo! Quanti paroloni importanti, tutti in un colpo solo. Scritti così, sparsi, sai che tentazione mi fanno venire? Quella di scriverci una storiella cretina in cui un onorevole, persa la testa per una bella immigrata conosciuta tra Montecitorio e palazzo Madama, inizia un avventuroso sciopero della fame a scopo peso forma e matrimonio. La lotta è dura ma lui non cede. Alla lunga scompaiono le guanciotte, il doppiomento. Ritorna perfino il sorriso. Infine, rinato a nuova vita, sebbene un po’ provato, l’onorevole addenta una mela e si dirige a chiedere la mano della maliarda, che però, ahimè, non lo riconosce più e si rifiuta. Il cuore dell’onorevole è spezzato, sanguina peggio della tagliata in cui adesso affonda con disperazione e suicidio il coltello, mentre tutto intorno a lui sembra crollare, e tutto perde importanza, la destra diventa sinistra, il bianco diventa nero, il voto diventa astensione. Finché, a un tratto, nei pressi del ristorante stellato, una voce non lo colpisce, risuonando in modo equivoco in quella zona sotterranea, un po’ più in giù dell’ombelico, dove la pelle è ancora più morbida, debole e gli fa riprovare le emozioni delle prime cotte, dell’adolescenza, quando ancora era felice e libero di girare in bicicletta dove e quanto gli pareva, senza fotoreporter che ti seguissero, quando i segreti non erano quelli degli scrutini ma quelli seppelliti sotto i lettini e i cinque stelle erano quelli San Montana.   
L’onorevole si volta, viene colpito da una femminilità a dir poco particolare, calze a rete fina, tacchi a spillo rosa confetto, tailleur attillato ma elegante. Ma c’è qualcosa, qualcosa di unico, di inafferrabile, che promana da quella persona, qualcosa che ha a che fare con le spalle ben definite, con lo sguardo con cui lo punta mentre fuma la Marlboro, con la seduzione aggressiva delle gambe incrociate. 
L’onorevole si abbandona. Sente scorrere di nuovo la vita, soprattutto laggiù dove non batte il sole. E sarà proprio lui, poche ore dopo, a chiedere a Rosario, detto Rose, di batterlo sulle terga adesso toniche, come faceva la mamma, appena con più tenerezza, e, d’un colpo, quanto diventa dolce pensare al collega Rosato e al Rosatellum e ad approvare quel provvedimento. L’onorevole riscopre il piacere della politica. Non pensa più di assentarsi. Non si sottrae. Si dona. Ogni giorno, dopo una notte calda d’amore con Rose, sceglie la sua camicia migliore, niente più cravatte ma solo graziosi e ariosi papillon, si profuma e va al lavoro col sorriso sulle labbra. Concede interviste, concede commenti. E soprattutto approva. Approva. Approva tutto quello che gli propongono. Provvedimenti, decreti, commenti, ipotesi, menù. Finché i colleghi non cominciano a preoccuparsi. Lo guardano con sospetto. E il sospetto diventa ansia. Di quel passo, sono rovinati. Si decidono le cose, si va troppo veloce. Nel bene, nel male. L’onorevole in sala fa venire il mal di mare. Discute, agisce. Va al punto. Pragmatico. Adolescente ma energico. Con lui, l’Italia sembra una bambinetta lanciata a duecento allora su una Maserati Levante, di quelle con finestrini oscurati e differenziale a slittamento limitato. 
Bisogna fermarlo. 
Così, come spesso succede, non tutto può andare bene nello stesso tempo. 
Con un’abile manovra, i colleghi ce la fanno. Scoppia uno scandalo. La famiglia paterna dell’onorevole viene travolta da una polemica a tema stupefacenti. Delle così brave persone, però se si deve si deve. 
L’onorevole si dimette. 
Ma non prova più dolore, neanche quando sente il vecchio padre balbettare, davanti alle telecamere delle Iene, che lui, una canna, al massimo se l’è fatta nel ’68. 
Perché la politica non sa che l’amore è tutto e tutto è amore. Che non puoi sottrarti quando il destino ti viene contro. 
L’ex-onorevole non soffre più, perché ormai ha scoperto la sua strada. 
E la sua strada è quella che dichiara nell’ultima intervista che rilascia. 
Essere madre. 

Personalmente io sono rimasto imbarazzato da questa campagna di abbattimento delle statue che sta attraversando tutto il mondo. Chissà magari un giorno ci troveremo a ammirare le statue della Boldrini nelle piazze italiane e le gigantografie di Vendola o della Cirinnnà come salvatori del genere umano. Cosa ne pensi?

Che incubo. Non suggerirmi scenari peggiori di quelli che già produce la mia immaginazione!

Nei giorni scorsi un mio amico di sinistra s'è messo a parlare di Nina Moric e del suo appoggio a Casa Pound e subito dopo mi fa “Ti ricordi la bionda che é andata in tv da Chiambretti, cazzo, è una super fascista, mica me lo hai detto quando mi hai prestato il libro”. Sono scoppiato a ridere e lui ha aggiunto “Se queste due che son state in tv si presentano alle elezioni forse prendono milioni di voti”. Ti giuro che avrebbe volentieri mandato alla malora tutto per votarvi. Allora, come commenti, non tirarti indietro, questa roba di Nina Moric e a parte questo hai mai pensato di presentarti a qualche elezione e sei mai intrigata da questa tentazione? Te l'ha mai chiesto qualcuno? (questo sarebbe un super scoop)

Intanto, ringrazia il tuo amico, per la stima e la qualifica di ‘super-fascista’ ad honorem che mi mette molto di buon umore (ci saranno abbinati dei super-poteri? Tipo il saluto romano invisibile o la croce celtica a propulsione? Chissà). Anche se, forse gli dispiacerà, ma non sento di meritarmi un titolo così altisonante.  
Per Nina Moric non ho né una grande infatuazione né un’antipatia. Non mi ha mai attirato particolarmente, come figura dello spettacolo, e non la seguo abbastanza per poter esprimere un giudizio valido; certo si intuisce che alcune critiche le vengono mosse solo sulla base della solita, vecchissima storia dell’invidia. 
Mi piace l’idea di abbinare politica e bellezza. O politica e arte. Per natura, sono due ambiti nati per stare insieme. 
Se dovessi concepire un movimento, per prima cosa recluterei tecnici e artisti. Li farei ragionare insieme e cooperare nei diversi ambiti: la scuola, il sistema sanitario, il lavoro, la giustizia, la burocrazia, lo sport – portando idee il più possibile inedite.
Il dialogo tra le due componenti sarebbe obbligatorio e costante, così da farle bilanciare. Così come mi piacerebbe introdurre una regola di osmosi tra lavoratori pratici e i cosiddetti operatori della cultura. Una volta all’anno, per un mese circa, i ruoli si invertirebbero: i giornalisti, critici, direttori di giornali etc. andrebbero, a titolo d’esempio, in campagna a gestire una fattoria e agli agricoltori verrebbe data la possibilità di ascoltare conferenze e ‘fruire della cultura’ seria. Penso che sarebbe un’occasione per liberare dai complessi d’inferiorità culturale i più semplici e far risollevare dalla depressione i radical chic e far loro scrivere cose più vive e sensate. 
Però forse a un certo punto mi appenderebbero a testa in giù.

In generale come vedi la situazione politica attuale? Io ci vedo una grande ipocrisia di fondo. In tanti mi parlano di Salvini o di questo quell'altra ma poi alla fine respiro sempre tutta questa melassa insopportabile, una volare basso molto materialista, un bla bla bla continuo di cui tendo a disinteressarmi.

Ti rimando alla storiella dell’onorevole. Direi che condensa bene la mia opinione sul tema. 
Oggi ci vorrebbe una politica fatta di verità, cuore e sguardo. Ne abbiamo piene le palle di burocrazia, ipocrisia, calcolo, prostituzione dell’anima e dei discorsi (quella dei corpi è il meno), ricerca del consenso a tutti i costi, livellamento della qualità, importanza del numero. Ci soffoca questa palude di apatia che si espande, questo nulla marcio fatto di piccole comodità, social, viaggetti, cibo, tecnologie facili, in cui piace annegarsi. 
Ci vorrebbe una politica completamente nuova. Che aprisse i polmoni.
Ma soprattutto, dall’altra parte della strada, ci vorrebbero persone provviste di questi polmoni: capaci di volontà, di responsabilità, di inventiva e iniziativa, persone che smettessero di lamentarsi e di parlarsi addosso e capissero che si fa politica sempre, vivendo. In base alle decisioni che prendiamo o non prendiamo, a quello che compriamo o non compriamo, a quello che mangiamo, che leggiamo, scriviamo, ai commenti che lasciamo sui social network, alle telefonate che facciamo o non facciamo, alle nostre parole, ai silenzi. A come facciamo l’amore. 
E se è vero, come disse Ronchi, un teologo friulano delle mie parti, che il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza, forse l’uomo medio di oggi l’amore non lo fa mai.

Visto che l'intervista gioca fra serio e faceto mi piacerebbe chiederti qualcosa sulla tv/social/internet mescolandola ad altro. Guardi qualcosa o te ne freghi completamente? Quando la accendo non faccio che incrociare talk show, noiosissimi programmi pseudo culturali, reality show di ogni genere e una valanga di programmi sulla cucina. Ultimamente sono stato a Milano e ho trovato una città che praticamente si é votata esclusivamente al turismo, con una valanga di locali che sembrano usciti dai programmi tv. Mi sono sentito come immerso in un palinsesto televisivo che sta corrodendo anche esteticamente i nostri spazi vitali. É un processo in atto da anni ma ormai sembra di vivere in un mondo che materialmente sta dimostrando la propria decadenza e nessuno se ne accorge.

Da curiosa abitatrice dell’oggi non mi tiro indietro rispetto a nulla. Navigo su internet, osservo i social, ascolto la radio. La televisione è forse quella che seguo di meno, ultimamente, però so che programmi circolano e sono completamente d’accordo con la tua diagnosi.
In un certo senso mi dispiace. (Anche per Milano: quella meraviglia del Duomo non si merita certi vicini di casa…). Questi che si sono sviluppati negli ultimi anni sarebbero tutti degli strumenti straordinari per propagare idee e raggiungere un’infinità di persone. Anche per muovere costruttivamente l’economia. Invece vivono di infinite ripetizioni e banalità costosissime. 
Qualche idea. 
1. Offrire una vacanza-studio obbligata a Fazio, Bignardi, Mentana, Blasi, Ventura, Baudo e affidare la conduzione di programmi di intrattenimento e informazione a volti mai visti prima, che avrebbero il compito di fare un po’ come gli pare. Mal che vada, sarebbe una cosa curiosa. 
2. Togliere il canone Rai ma imporre una tassa sui programmi di cucina. Per chi li produce, per chi ci lavora e per chi li guarda. Promuovono lo spreco, l’obesità, il sedentarismo – e, soprattutto, hanno decisamente rotto.
3. Snellire e rimettere in sesto tutto il sistema di agenti dello spettacolo. Qualcosa di centralizzato, pulito, controllato, accessibile e ben gestito, in grado di permettere una normale e serena candidatura degli artisti e di garantire nel tempo una giusta qualità degli stessi.  
4. Spazzare via dalla faccia della terra, in un monastero zen, tutti quei parassiti tipo gli aumentatori di mi-piace delle pagine VIP, i sostenitori dei sostenitori, gli agenti degli agenti, gli eserciti del televoto e tutti gli altri tentacoli della piovra multimediale. 
5. Stipendi variabili: medio-alti per un nuovo progetto, in calando per le ripetizioni. Per es.: alla settima conduzione del programma X, con formula sempre uguale, lo stipendio sarebbe di un terzo rispetto alla prima edizione. Al quarto film dello stesso genere che fai, meno finanziamenti. E via dicendo. Incentivi a chi porta nuove proposte, nuove formule, nuovi ospiti. Per chi raggiunge o supera un determinato reddito artistico, obbligo di reinvestirne una quota in progetti di interesse culturale. 
6. Compito annuale, per ogni personalità del mondo dello spettacolo, di segnalare almeno un esordiente con cui collaborare.   
7. Rotazione della distribuzione geografica dei talenti: siamo molto ansiosi di conoscere comici della Val d’Aosta, attori dell’Alto Adige, presentatrici del Friuli e direttori d’orchestra di San Marino.  
Eccetera. 

Ultime due domande: la prima è su Padova, che è una città bellissima. Quali sono i tre percorsi, luoghi, librerie, angoli che consiglieresti di vedere, vivere per conoscere la città?

Consiglierei per prima cosa di svegliarsi molto presto e godersi la città semideserta che si schiude sotto l’alba. Partire da Prato della Valle. Percorrere le vie centrali, via Umberto, via Roma, a testa in su, guardando le finestre, i balconi e i giardini che sporgono dai muri e cancelli dei palazzi antichi, e annusare l’aria che in questo periodo sa di osmanto e di tutti i profumi che scendono dagli alberi e salgono dai corsi. Arrivare nel cuore di Padova, quello fatto di piazze, caffè e università. Fermarsi  per qualche minuto davanti al Pedrocchino, la parte gotica del Pedrocchi incastonata tra uno degli accessi al Caffè senza Porte e le altre case vicine. Entrare in più palazzi possibile: il Bo, Palazzo Moroni, della Ragione, il piano nobile del Pedrocchi e poi quelli di piazza Capitaniato. Se si riesce, infilarsi con qualche stratagemma anche in qualche casa privata, farsi portare ai piani alti e guardare la città da lassù, scoprendo tutti i giardini che nasconde. Ridiscendere, mescolarsi alla gente che comincia a circolare, sentire la città che si risveglia tra le botteghe sotto il Salone. Ascoltare il dialetto, le conversazioni dei commercianti. Osservare i cibi in esposizione dietro le serrande rialzate e qualche scavo sotterraneo. Oltrepassare Piazza dei Signori, le pietre e i segni astrologici brillanti sul grande orologio, e scivolare tra gli alberi immensi di piazza Capitaniato, poco prima del Liviano, sede di Lettere. Sulle radici dei bagolari ci si può anche sedere, e poi fare colazione con una cioccolata alla gianduia o al peperoncino nel bar all’angolo con via Patriarcato. Dopo l’ultimo sorso, percorrere tutta via Patriarcato, camminando in mezzo alla strada - tanto le macchine non passano quasi mai - e sentire i palazzi che si raccolgono sopra la testa, come due ali. Alla fine della via, individuare sulla destra il ristorante persiano. (Tenerlo presente per la cena). A quel punto, ci si trova davanti il percorso della riviere, la scia d’acqua lucida che attraversa la città. Si può decidere se andare a sinistra, verso la Specola, l’osservatorio astronomico, e poi la zona del Bassanello, oppure verso destra, incontrando a poco a poco ponte Molino e la parte vecchia del polo di Lettere - zona più misteriosa e intima, luce che scende a sprazzi e splendidi muri in pietra antica da accarezzare a palmo aperto. Per tornare indietro, consiglio via Dante e poi una piccola digressione al teatro Verdi (imbucarsi lì in occasione di qualsiasi conferenza, tanto è talmente bello che si può passare tranquillamente un’ora seduti sulle poltroncine rosse a guardare il soffitto). Rimangono poi il Duomo; uno slalom tra le vie quasi uguali del Ghetto, negozi artigiani e piccole osterie venete, un cinema dove guardare splendidi film (preferibilmente da soli); la zona di via Zabarella, via San Francesco, via Santa Sofia, via Altinate, ricca di librerie antiquarie e tipografie modernissime o vecchissime.   

La seconda: quest'inverno come ti si riconosce? Cappello? Gonna? Tacchi? Pelliccia multicolore? Megafono? Sorrisi?

Chi lo sa? Il megafono non era programmato… Sono curiosa di scoprirlo anch’io. Amor fati…

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Ecco alcuni prossimi appuntamenti che vedono coinvolta anche Silvia:




Intervista a Cristina Coccia, Annalisa Chirico e "Il tramonto del maschio"

sabato 28 ottobre 2017

Alberto

Alberto è morto pochi giorni fa.
Era un uomo del mio paese, con una moglie e un figlio.
Quasi coetaneo di mia sorella.
Malato da una decina d'anni di un tumore al cervello.
Da giovanissimo entro' nella fabbrica dove mio padre dirigeva il settore della plastica/chimico tessile e per mio padre è stato un colpo durissimo perché l'aveva visto crescere, diventare uomo.
Era figlio di un coetaneo di mio zio.
Alberto me lo ricordero' sempre perché con in corpo un sacco di farmaci venne nella nostra vecchia casa a montare il nuovo lampadario mentre mia madre era malata di tumore.
Voleva sentirsi vivo.
Darsi vivo.
Cercare la speranza nelle sue mani.
Tornavo dalla Svizzera e lo trovai in soggiorno a lavorare sui fili che scendevano dal soffitto.
Mia madre era sdraiata sul divano col colore dei capelli appena fatto.
Pallida e sofferente ma contenta di parlare con qualcuno che stesse combattendo come lei una battaglia impossibile.
Mia madre quel giorno gli disse che lei voleva morire nella sua stanza e che non sarebbe mai morta in un hospice.
Lui se ne è andato in un hospice.
L'hanno seppellito a pochi metri da mia madre.
Tutte le volte che rientro in paese la sua è una delle prime case che incontro.
Da cosa sei circondato? mi hai chiesto un giorno.
Dalla morte.

Julien Baker

giovedì 26 ottobre 2017

"Trilogia dell'inumano" di Massimiliano Parente (La Nave di Teseo)

Le galassie sono terrificanti quanto le nostre cellule, l’infinitamente grande sgomenta quanto l’infinitamente piccolo. Ci penso ogni volta quando vado sulla terrazza, spegnendo tutte le luci del giardino, restando al buio a guardare la Via Lattea, e penso alle persone che amano guardare le stelle sulla volta celeste con uno sguardo ancora primitivo, e nella loro ignoranza astronomica, anziché sentirsene dilaniati dall’angoscia come lo sarebbero se avessero una vaga idea di cosa significa il cielo, stupidamente lo ammirano come una consolazione, una scenografia rassicurante, una promessa d’eternità.


Finalmente riuniti in un solo volume tornano i tre romanzi di Massimiliano Parente: "La macinatrice", "Contronatura", "L’inumano". E fanno 1600 pagine. Lo compro domani "Trilogia dell'inumano" (La Nave di Teseo).

Riconfigurarsi nel dolore



Il dolore che ci ha rovinato e ci rovina la vita tutti i giorni si avvolge e si riavvolge. Scompare e ricompare. Farlo scomparire, annientarlo, prosciugarlo è il sogno di tanti. Anche il mio. Ma c'è sempre un prezzo da pagare nel farlo che è la cancellazione dei ricordi e un futuro confezionato, lo stravolgimento di volti, relazioni, errori. Riconfigurarsi nella vana attesa di un presente migliore. Di un futuro senza qualcuno che ti bussa dentro alla testa mentre stai mangiando e ti fa lasciare il piatto per cominciare a rivivere quella volta che stavi su una spiaggetta e ti mancava il fiato, eri caduto sui sassi stravolto e ti eri fatto male e poi eri su una autoambulanza e avevi scoperto che a una ragazza di cui ti fidavi non gliene fregava nulla di te. Quel gelido terrore di alzarsi e andare a scuola. Di svegliarsi la mattina. 
Se dovessi riavvolgermi per cancellare il dolore, i miei traumi, le mie ferite, gli incubi che vivono in ogni mia notte non rimarrebbe quasi più niente di me.
Nemmeno come ho incontrato la donna che amo.
Una figurina da attaccare su un annuario.
Un volto, un nome, un cognome.
Nient'altro.
E forse, allora, finalmente scomparirei.

"Hystopia" di David Means (Minimum Fax, traduzione di Katia Bagnoli) è un romanzo di una freddezza complicata nel suo essere un atto d'amore (complottista, cospirazionista, lisergico, acido, Stooogissiano) verso coloro che hanno visto la propria vita segnata da orrori indescrivibili e che cercano comunque di tornare a vivere, in un modo o nell'altro. Che muoiono alla ricerca della propria pace interiore e di quei frammenti di vita che mai vorrebbero vedere andare persi. Che tornano ad abbracciarsi. E che per farlo devono lasciarsi alle spalle il passato, il presente e il futuro senza mai lasciarselo veramente alle spalle. Questo di Means è un romanzo dentro al romanzo. È Un romanzo scritto da Eugene Allen. Un reduce che ha scritto il romanzo dentro al romanzo. Prima di suicidarsi.


Di questo romanzo trascrivo Il primo punto del “Breve manuale della teoria dell'avvolgimento” di Eugene Allen:

"1)

Il metodo di riattuazione degli eventi causali ripiega il trauma su se stesso (lo avvolge). La confusione è senza dubbio un elemento del processo terapeutico; un misterioso annebbiarsi del confine tra ciò che accadde e ciò che viene ricostruito. Le due cose si amalgamano, e durante il periodo di adattamento capita che il paziente provi una sensazione di scissione e smarrimento. Capita che il/la paziente rifiuti con veemenza il processo terapeutico, con affermazioni come “Sono tutte cazzate. Ricordo tutto. Non ho rimosso niente. Sono lo stesso fuso di sempre. Non potete sbattermi qui dentro, farmi rivivere tutta la merda che mi è capitata, una patetica imitazione che non  assomiglia per niente a come è stato veramente, e pretendete che poi me la dimentichi”. Ma nella maggioranza dei casi il paziente dimentica, completamente immerso nel trauma ricostruito che azzera il trauma reale. (Nota dell'editor: Lo scrittore John Horgan ha coniato un termine – Scienza Ironica – per definire un ramo della scienza la quale “non avanza ipotesi che possano essere confermate o invalidate empiricamente”. Il processo di avvolgimento potrebbe essere il peggior esempio di Scienza Ironica o il miglior esempio di scienza visionaria.)" (pp. 25-26)

martedì 24 ottobre 2017

Sul nuovo "IT", Tom Drury, Paolo Isotta, referendum



Ieri sera abbiamo visto il nuovo "IT" e per vari motivi l'abbiamo visto nella sala 4DX del cinema dove lavoro. Cosa dire? Intanto che (ma lavorandoci, non è stata una novità) il 4DX è sostanzialmente una cazzata, almeno per come intendo io il cinema. Sul film: prodotto discreto, abbastanza sopra la media del genere ma niente di incredibile. E come la mia compagna in alcuni passaggi mi sono quasi addormentato. Alcune manifestazioni orrorifiche le ho trovate sinceramente indecenti. I protagonisti quasi tutti azzeccati. Eviterei i confronti col romanzo capolavoro di King che ho amato e amo ancora oggi. Su Pennywise cosa dire? Pennywise è Pennywise ma personalmente ho preferito quello della passata trasposizione, anche se quello di Muschietti sembra essere piu' fedele al romanzo.

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Grande attesa per questo "nuovo" romanzo di Tom Drury.

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"Il canto degli animali" di Paolo Isotta (Marsilio) sembra molto interessante. Ne hanno scritto qui.

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Referendum.
Devo fare la spesa.
Pulire casa.
Potete immaginare quanto me ne freghi dei favorevoli e dei contrari ai quesiti e della tecnologia del supermondo industriale lombardo.
Di sicuro le facce di Zaia e Maroni mi sono indigeste.
Da noi lecchesi/lombardi "bigoli" ha anche un altro significato oltre a quello di pasta buonissima veneta (e anche di una certa Lombardia).
Diciamo anche "bigul" o "bigui" (non so scriverlo, lo trascriverlo come lo dicevano i miei nonni).

Odio l'utilizzo dei referendum/consultazioni in maniera ipocrita.
Basta vivere o essere cresciuti in Lombardia o Veneto per capire di cosa sto parlando.
Tutto il resto son chiacchiere.
(Senza aprire ulteriori discorsi e a latere su come, e lo scrivo tristemente, ci sia in molti giornali/giornalisti/pensatori una visione riduttiva/lontana/distorta/pregiudiziale/misera della parte settentrionale dell'Italia e di come stia aumentando la distanza fra metropoli/territori in maniera molto diversa da quanto accadeva in passato)
È l'ennesima manifestazione del degrado morale/civile/intellettuale di molti che si riempiono la bocca di "politica" .

sabato 21 ottobre 2017

Schubert e mia madre

Ci sono giorni in cui sento maggiormente la mancanza di mia madre.
Alcune volte quando mi metto a cucinare vedo lei che si muove ai fornelli con una leggiadria capace di far girare la testa a molti degli uomini entrati in casa nostra.
C'era anche della vanità nel suo modo di porsi.
Quel modo di lavarsi e asciugarsi le mani.
Mio nonno che gestiva un albergo diceva che mia madre era la cuoca migliore che avesse incontrato.
Mia madre aveva imparato guardando gli altri e stando zitta e mai aveva lavorato in una cucina.
I suoi gesti erano essenziali, vedevo il suo viso manifestarsi nella purezza dei movimenti racchiusi in una cucina grande come una scatola di fiammiferi.
Cerco di recuperare dalla memoria spezzoni della sua voce mentre mi elargisce ammonimenti, mi spiega come cucinare un carciofo, disossare un coniglio, preparare un rognone, le quaglie, i piccioni, le lumache, il capitone, i peperoni ripieni.
Quando lei cucinava io mi sedevo al tavolo a leggere. 
Era come una musica.
Lei non parlava.
Io non sapevo nemmeno cosa stava cucinando e intanto leggevo.
Mi piaceva appoggiare la schiena al calorifero acceso o spento e stare li' a leggere.
Ho letto tutto Hubert Selby Jr in cucina mentre lei cucinava o puliva e asciugava i piatti.
La stessa posizione in cui si sedeva la mia nonna materna a leggere il giornale e poi il mio nonno paterno, a bere un bicchiere di vino bianco, fumare una sigaretta e guardare mia madre cucinare.
Mia madre adorava essere disturbata.
Era come se il disturbo le permettesse di educarsi alla concentrazione.
Vorrei chiederle stasera: "Ti ricordi quegli spiedini agrodolci che preparasti per la Cresima del tuo pronipote? Come riuscisti a prepararli in cosi' breve tempo mentre eri impegnata in tutt'altre faccende?"
Vidi comparire gli stecchi, gli ingredienti e poi arrivo' quel pane infilzato di stecchi che sbalordi' i presenti.
A te piaceva sorprendere, cercare il regalo impossibile, il vestito migliore, il biglietto d'auguri a 20 euro ma le feste, le cerimonie, le foto ti consumavano. Stavi male, l'emicrania ti distruggeva, ti venivano gli attacchi di panico, vomitavi per strada, chiedevi di tornare a casa.
Una volta ti tenni la testa mentre vomitavi.
Io piangevo e un passante ti prese per una prostituta tossica.
Erano diventate leggendarie le tue cadute.
Ci sono persone che ancora me le ricordano: "Ti ricordi alle cascate di Sciaffusa?" e ti mancavano ancora 5 ore per tornare a casa
Detestavi i bar affollati, gli happy-hour, le bocche piene, i piatti strabordanti, l'abbuffarsi, la musica troppo alta.
Consideravi volgari gli esseri umani che mangiano e mangiano e mangiano.
Per te la cucina era cucina, senza caricarla di troppi significati.
E detestavi le persone che ti parlavano di cucina.
La mia compagna di vita mi chiede spesso come faccio a leggere mentre lei usa la macchina da cucire, ascolta musica, parla al telefono.
Mi dice che sono come assente.
Come se fossi da tutt'altra parte.
Lo devo a te.
Leggevo a venti centimetri da te che sbucciavi patate.
Allora stasera vorrei raccontarti che lunedi' andro' a vedere It con Eva.
E non c'è It senza mia madre.
Che sto ascoltando Schubert.
E non ho ancora capito come riuscisse a cucinare cinque piatti contemporaneamente e a tenere pulite tutte le superfici della cucina.
Vorrei dirti che mi dispiace, tanto, di non averti portata a Berna per le cipolle.
A Creta.
A Rodi.
In Cornovaglia.
Ma stavo male e non volevo vedere gente.
Fuori è arrivato il freddo.
Sono l'unico che si veste pesante.
Giorni fa si sono celebrati vent'anni dalla morte di mio zio.
Il fratello di mio padre.
C'è una foto bellissima che ti riprende a 23 anni, mio padre 21, mio zio 22.
Loro hanno i capelli lunghi e sono dei ragazzini anche se sono anni che lavorano e studiano 365 giorni all'anno.
Tu sei esile, magrissima, hai una sigaretta in bocca e con la mano destra fai fuoco al cuore di mio padre.
Sembri uscita dalla Factory.
Mio zio veniva a casa nostra per chiedere consigli su tutto a mia madre.
Per mio padre, mio zio era un fratello e un amico carissimo.
Loro tre erano un qualcosa che non ho mai piu' visto altrove.
Come se mia madre fosse la sorella che mio zio non aveva mai avuto.
Quando mori' mio zio anche mia madre perse anni di vita.
Invecchio'.
Prima di andare in coma mio zio mi disse "Tua madre è una donna durissima, feroce ma devi capirla. Devi aiutarla a farsi capire da te."
E quando mio padre stette male e rischio' di morire, mia madre mi disse "Perché tuo zio è morto?"
Oggi va cosi'.
I pensieri girano a vuoto.
Sconnessi.
Tanto dolore dentro alla testa.
Mi accompagna fin dalle 3 di questa notte quando mi sono svegliato e sono rimasto alzato fino alle 5 e 30 quando sono uscito per andare al lavoro.
Bevo una birra cara mamma.
È la terza.
Non ho ancora smesso.
Mi dispiace.
Almeno ho smesso di fumare.
Tu fumavi lavando i piatti.
Ti giravi e dicevi "È ora di andare a letto".

venerdì 20 ottobre 2017

Penfold, "Amateurs And Professional"; il libro del Papa/Polonia; i libri/David Means


Sono un innamorato dell'emo di un tempo. I Penfold sono stati uno di quei gruppi poco conosciuti, non di primissima fascia come per esempio i Mineral, ma in grado di realizzare un disco veramente bello come "Amateurs And Professional", uscito nel 1999. Ve lo consiglio, se amate il genere.

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Mi hanno chiesto se mi andasse di leggere il libro del Papa uscito per Il Manifesto e ho declinato l'offerta. 
Nutro sin dalla sua nomina, un'antipatia a pelle per Bergoglio. 
Non mi convincono i suoi modi melliflui, la sua presunta "rivoluzione", la sua dottrina e le sue ipocrite aperture ma in fin dei conti non è che poi me ne freghi tanto visto che non sono credente e non frequento messe o parrocchie, pur avendo studiato in un Collegio ed essendo ancora in grado di recitare a memoria un sacco di preghiere. 
Ma sono intristito da questa deriva che vede la religione mettersi mediocremente al passo coi tempi, che diventa sostanzialmente un codice civile di buon senso condominiale con ogni tipo di portata e molto materialista/progressista. E coi grandi assenti, lo scrivo semplificando (molto), da profano e spettatore poco attento (anche se discuto spesso coi miei parenti religiosi di questi argomenti), che mi sembrano essere Dio, la spiritualità, la fede, i dogmi, i miracoli, la resurrezione, l'irrazionalità, i rituali, la messa, la confessione, i sacramenti, la conversione, il matrimonio religioso, eccetera. Aggiungo che conosco bene il dibattito interno/fratture che da millenni percorrono il Cristianesimo e vivo in una Confederazione che sta celebrando la Riforma.
Per questo apprezzo maggiormente quanto accaduto in Polonia, con la preghiera di quel milione di fedeli schierati quasi spettralmente alle frontiere.


Non ci avrei mai partecipato (forse a curiosare si') ma esteticamente l'ho trovata una manifestazione volgare, splendida, arcana, medioevale, irrazionale, violenta e onestamente quasi pagana.
Forse perché mi sono sempre piaciute le processioni e i cortei funebri.
Non lo so dove vuole andare questo discorso
Boh.

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Sono a metà di questo bel romanzo di David Means e anche se coi racconti lo scrittore statunitense dà il meglio di sé, mi piacerebbe ringraziarlo di persona perché per la prima volta nella mia vita ho guardato in faccia mio nonno dentro a un libro. La sua sindrome post traumatica, la sua ritrosia, i suoi occhi feriti. I suoi modi. Non riesco quasi piu' a leggere/scrivere recensioni perché ho la sensazione che imbriglino i libri dentro a una prigione di cui i libri non hanno bisogno.

giovedì 19 ottobre 2017

Imparare; Chiara Appendino; Julia Kent; Kate Tempest

- A mia sorella e mio padre che continuano (come negli ultimi giorni) a rompermi i coglioni con l'università, posso solo rispondere che la sola idea di tornare all'università mi mette i brividi e che preferisco di gran lunga una giornata di lavoro/apprendimento come quella di ieri trascorsa con uno dei miei migliori colleghi in assoluto e che purtroppo oggi staziona in quel di Zurigo. 
Imparare come si smontano alcuni componenti dei proiettori e pulirli, staccare fili e ricollegarli.
Scoprire il funzionamento degli "effetti speciali" del 4dx e permettere che a ogni proiezioni tutto scorra liscio. 
Il tutto condito dal silenzio e da saltuarie e mai banali discussioni sul cinema, i rapporti di lavoro, il Giappone, la vita privata. 
Benessere fisico dato da braccia/gambe stanche ma senza che si siano generate scorie mentali.  
Il dolore e l'ansia che non scompaiono, perché non scompaiono mai, ma che restano sotto la soglia minima che è già altissima.
Giornate di lavoro come queste sono rarissime e all'università ho respirato solo disperazione e dolore. 
Poi tornare a casa, lavarsi, controllare le piante, bere un paio di birre, fare la lavatrice, ascoltare musica, rileggere alcune pagine, scrivere qualche riga.
Aspettare la mia compagna e consolarla.
Sorridere di faccende stupidissime.
Stamattina ecco invece tornare l'ansia.
Questo freddo che sta arrivando e già mi devasta e la certezza che la vita è una gigantesca, violenta, dolorosa ferita che non si rimarginerà mai.

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I grillini.
Gentaglia insopportabile.
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martedì 17 ottobre 2017

Privato, letteratura italiana (Giorgio Falco, Giuseppe Genna, Matteo Trevisani), trovato in edicola, Chris Offutt ,

-Davanti al cinema ci sono alcuni parcheggi con strisce gialle. Alcuni sono per i disabili, altri sono privati e riservati al personale del cinema. Quotidianamente mi accade di litigare con qualcuno che occupa questi posti senza permesso e senza nemmeno chiederlo. 
Domenica arrivano due Maserati e parcheggiano davanti ai miei occhi nei parcheggi riservati al personale. Scendono 8 ragazze e due personal coacher. Vicino c'è lo stadio e la zona del cinema è un luogo di partenza/ritrovo di sportivi. Li invito gentilmente a spostare la macchina nel retrostante parcheggio comunale che costa di domenica 50 centesimi l'ora. Le donne mi sorridono strafottenti mentre i due uomini mi rispondono di farmi i cazzi miei. Mentre sto litigando con loro arriva una familiare che si piazza nel posto dei disabili. Ne scendono 4 bambini e un padre diretti al campo di calcio. 
Sfinito, lascio che sia una mia collega a sbrogliare la situazione.
Lunedi' mattina la scena si ripresenta, con altri interpreti.
Questa volta, una ragazza disabile, trovando i parcheggi occupati, ha risolto la situazione chiamando la Polizia.
Tranquilli quando pensate al malcostume italiano, queste cose accadono quotidianamente anche in Svizzera.

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Un po' di letteratura italiana sulla scrivania:


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sabato 14 ottobre 2017

Sulla legge elettorale, Personal Shopper, Kristen Stewart, Chiara Barzini, i gruppi whatsapp

In questi giorni ho avuto modo di scambiare due chiacchiere con mio padre sulla legge elettorale. Lui è un fedele lettore di Repubblica, l'Espresso, socialista, oggi piddino e sostenitore sostanzialmente di due opzioni:
1) due/tre grandi partiti di riferimento (lui preferisce lo scontro Democratici-Repubblicani alla statunitense)
2) un maggioritario con soglia di sbarramento al 5%.
Ha sempre avuto un certo rigetto per i partitini.
Lui mi punzecchia sempre su questi argomenti ben sapendo che non voto e l'ultima volta gli ho ribadito che pur fregandomene altamente, se io mi occupassi di democrazia mi andrebbe bene il sistema proporzionale. Credo che per quelli che continuano a riempirsi la bocca di democrazia dovrebbero guardare al sistema elettorale del Canton Ticino: ripartizione dei seggi col sistema proporzionale con una robusta iniezione di referendum che è poi uno dei pilastri della Confederazione. In Canton Ticino e in generale in Svizzera accade pero' che in seguito alle elezioni si possono andare a formare governi con piu' partiti. L'attuale ticinese è composto da 4 partiti: Lega dei Ticinesi, Plr, PPD e badate bene, il Partito Socialista che è molto piu' a sinistra del PD.

E arrivo al nocciolo del discorso: molto spesso parlando con i sostenitori del proporzionale mi sono trovato a incontrare dei Maggioritari in fieri, dei puristi assoluti che mai un'alleanza con quello che mi siede vicino, che a parole parlano di democrazia ma poi hanno in mente i soviet o il manganello, dei tipi alla "Quando avremo la maggioranza comanderemo noi e ve la faremo vedere", "Vogliamo il 51% per ribaltare il Paese" e via dicendo, quando invece il proporzionale è proprio quel sistema che spinge al confronto, alle convergenze, a trasformare le proprie battaglie di minoranza/maggioranza (come fece il Partito Radicale) in battaglie politiche che coinvolgono il resto del Parlamento/Paese e allora allora che dire?

- "Ma dopo tutti questi inutili discorsi non vi è venuta voglia di farvi qualcosa di forte, di comprare una cassa di birre e berle una alla volta sul balcone, mettervi a correre, nuotare, pescare, rubare, leggere, ascoltare a tutto volume il nuovo disco che avete comprato, scopare, scoreggiare, camminare fino a Belgrado e tuffarvi alla congiunzione fra Danubio e Sava, masturbarvi, farvi un bagno caldo, provarci con un ragazzo, offrire un gelato a una sconosciuta?
Ecco, tanto per dire quante cose migliori ci sono da fare che stare a preoccuparsi di queste cazzate e del consueto ritorno del fascismo."

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Ho rivisto questo capolavoro ieri sera e l'ho ritrovato entusiasmante e commovente. Per me è uno dei film piu' belli in circolazione sulla contemporaneità, sulla ricerca dell'io e la solitudine.
E Kristen Stewart è bellissima:



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Mia sorella e mia madre sono sempre state delle estimatrici di Benedetta Barzini. Adesso sulla scrivania è arrivato (non so dirvi se gradito o no) il romanzo di Chiara Barzini "Terremoto" (Mondadori)

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Spopolano i gruppi.
Io sono inserito, come tutti i miei colleghi, nel gruppo del cinema.
Già mi sta sul cazzo vedermi invadere da messaggi su questo o quell'altro da fare, migliorare, disposizioni, eventi con risposte annesse ma è ancora piu' odioso e da farmi salire la merda in bocca quando i colleghi si mettono a usare il gruppo dei colleghi esattamente come se fosse il loro Facebook e allora foto delle loro gite, il cibo, la fidanzata, battute, filmati e tutto il resto che uno si puo' immaginare.
Perché bisogna ridere, condividere, diventare un gruppo.....
Che voglia di prendere un Ak-47.....

giovedì 12 ottobre 2017

Posta - Disco dell'anno in assoluto - Chabon

Sono uscito di casa solo per andare a spedire delle buste, pagare alcune cose e bere un caffè.
La barista era la sosia di Corin Tucker delle Sleater Kinney.
Glielo avrei anche detto se fossi stato di un umore migliore.
Sto trascorrendo il tempo che mi resta di questo giorno di riposo ad aspettare il ritorno al lavoro, nutrire il mio narcisismo, rovinarmi il fegato, leggere, perdere tempo.

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Mi ha travolto e lo sto ascoltando e leggendo tantissimo.
Pieno di rimandi, tutto quello che si vuole, ma è come quando sei nel buio e hai una paura terribile e arriva una mano che afferra la tua e ti fa sentire meno solo in mezzo alla catastrofe.

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L'ultimo romanzo di Michael Chabon è dolorosamente bellissimo.
Mi sono bastate le pagine dedicate alla nonna per farmi innamorare.
Ed è bello seguire uno scrittore romanzo dopo romanzo.
Seguirne i movimenti, le trasformazioni, le cadute, le fiammate.

mercoledì 11 ottobre 2017

Sorella




Parlare con mia sorella, avere uno scambio con lei, condividere qualcosa con lei mi è praticamente impossibile.
Anche ora che avremmo invece bisogno di scambiare due chiacchiere, qualche opinione su alcune scelte che ci interessano e che nei prossimi mesi ci costringeranno a prendere alcune decisioni.
Anche quando mia madre stava morendo.
Ci provo e ci ho sempre provato.
Questo vale anche lei, lo so, ne sono consapevole.
È una donna intelligente e brillante e con una cultura spaventosa.
Sensibile.
Lo so.
Ma io e lei condividiamo tentativi che creano solo altro dolore, altre incomprensioni, altre ferite, altro rancore, altre parole sprecate.
Tanti sbuffi, bicchieri di vino, birre, farmaci, incensi, libri.
Condividiamo lo stesso sangue.
E per me questo schifoso e putrido sangue ha ancora un suo significato anche se poi ogni sangue è sempre sangue infettato dal materialismo dei nostri pensieri.
Siamo troppo diversi e viviamo in mondi distanti galassie.
A lei faccio schifo anche proprio esteticamente, per come mi vesto, per come parlo, per le mie idee.
E non ci vedo niente di male nel fatto che lei mi disprezzi.
È giusto che mi disprezzi se le faccio schifo.
Il disprezzo è una sacrosanta forma di relazione.
Non crediamo nei gruppi di recupero anche se li conosciamo, nella retorica della scoperta di nuove strade per stringere relazioni, contatti.
Poi un giorno ci aggrapperemo a uno scenografico e melodrammatico amore quando verremo chiamati a recitare la parte del fratello e della sorella, del figlio e della figlia.
Ricostituiremo il nido familiare davanti alla dissoluzione di qualunque passato e futuro immaginabili.
Una volta, quando avevo 25, 26 anni mia madre mi disse: "Dovresti andartene lontano, scomparire, ripartire da zero, non tornare mai piu'. Se tu lo facessi io ci starei malissimo, ne morirei, ma so che per te sarebbe finalmente una liberazione."
Mia madre è morta.
Da questo autunno mascherato da primavera mi sento preso per il culo.
Un caro ragazzo che conosco sta morendo in un hospice.
E io che vivo nella solita ipocrisia che mi consuma lentamente.
E domani, che non lavoro, mi dovro' inventare un'altra scusa per alzarmi dal letto.
Ma domani è uno di quei giorni che restero' a letto e non faro' nulla.
Mi dicono che fuori c'è un mondo intero di corsi, svolte, appagamento, sollevazioni, opportunità lavorative, possibilità di redenzione, strade, vie, vicoli, cessi.
Lo dicono.


martedì 10 ottobre 2017

Fuori




Fra qualche giorno tornerò ad ospitare sul blog l'amica Silvia Valerio con un'intervista frizzante e spero interessante. Si parlerà di vari argomenti, nuove uscite, anche molto leggeri.


(Alla stessa Silvia ho detto che l'ambientazione ferroviaria ricorda quella di Blade Runner e a proposito dell'ultimo "2049" di Villeneuve ho letto e ascoltato pareri discordanti. Personalmente ho visto molti spezzoni del film in 4dx con gli occhialini da 3d ed é difficile per me al momento esprimere un qualsiasi tipo di giudizio ed è anche un, ormai lunghissimo, periodo che non mi va di sedermi in sala. So solo che Ana de Armas è bellissima.)

Due film:



"Transamerica" di Duncan Tucker mi ha fatto ricordare quel trans che ci provò con me a Milano. Avendo fallito l'approccio per una possibile scopata, rimanemmo a parlare per ore. 
La feci sorridere quando le dissi che aveva le caviglie veramente strettissime. 
Al mattino ero cosi' ubriaco che ci volle mezza giornata per ricordarmi dove avessi parcheggiato l'auto.


Un film modesto ma che mi ha emozionato moltissimo.

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Sono pochissime le cose che mi rendono felice.
Cose come il ritorno di un romanzo straordinario come "Last Exit to Brooklyn"


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Quasi tutti giorni, all'alba, quando vado al lavoro, incontro un anziano.
Ci salutiamo e ci sorridiamo.
Ieri pomeriggio ci siamo visti fuori dall'ufficio stranieri.
-Dove lavora lei?
-Al cinema.
-Ci vediamo tutti i giorni.
-Sì.
-Fa bene camminare.
-Io e mia moglie ci alzavamo presto la mattina e camminavamo fino al cinema poi tornavamo indietro, bevevamo un caffé, entravamo nel cimitero e poi andavamo fino al lago. Da quando è morta tutte le mattina mi alzo e ripeto lo stesso giro. Ma adesso non vado al lago, entro nel cimitero e ci parlo, gli racconto tutto.
-Fa bene.
-Buona giornata.
-Buona giornata a lei.
Ho pensato a mio padre.
Poi sono tornato a casa.
Ho bevuto tre birre e l'ho chiamato.
L'ho lasciato parlare, ho riattaccato e mi sono seduto sul divano a luci spente.
La gente come mio padre mi mette sempre addosso la voglia di uccidere anche il primo che passa per strada.

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sabato 7 ottobre 2017

"L'estate che sciolse ogni cosa" di Tiffany McDaniel (Atlantide)


"L'estate che sciolse ogni cosa" dell'esordiente Tiffany McDaniel (Atlantide, traduzione di Lucia Olivieri) è uno splendido e commovente romanzo gotico e di formazione in cui s'intrecciano l'arrivo del Diavolo, il lacerante conflitto fra Bene/Male e Luce/Ombra e Inferno/Paradiso, "Il buio oltre la siepe", la vita di provincia, i sottili meccanismi della vita familiare, la Bibbia, un'estate afosa, il razzismo, Milton e il suo "Il Paradiso Perduto", l'omofobia, la solitudine, la poesia e molto altro. 
Uno di quei romanzi che vi farà sentire pieni di dolore.
Perché esiste quel tipo di dolore che sta nella vita e che io conosco bene, che non ha nulla a che vedere con i piccoli inciampi della vita/un lavoro perso/un brutto voto/pochi soldi/ e che so che scomparirà solo con la mia morte.

(e comunque se non lavoro, io passo il tempo esclusivamente a leggere)

Un estratto:

"Gli ho raccontato la storia di Century"
Chiusi gli occhi. "Okay, racconta, allora".
"Lo chiamavano tutti Cen. Aveva una vigna, e un inverno trovò un grappolo d'uva, cresciuto fuori stagione. 
Mangiò quell'uva e la gente disse che fu la ragione della sua malattia. Era contro natura mangiare un grappolo d'uva fuori stagione. Contro i dettami di Dio. Avevano dimenticato che Dio è colui che permette ogni cosa e un grappolo d'uva può crescere fuori stagione soltanto con il Suo permesso.
Per ignoranza e per paura, la gente lo scacciò, costringendolo a rifugiarsi nel bosco, dove Cen cominciò a vivere in solitudine, addolorato di non essere accettato da nessuno a causa della sua malattia.
Un giorno ogni luce scomparve. Il sole non is levò più. Non fu possibile accendere le torte. Gli stoppini delle candele non prendevano fuoco. Dio voleva che comprendessero cos'avevano fatto scacciando Cen, e li lasciò al buio.
Dopo settimane di notte perpetua, un chiarore comparve d'improvviso nel bosco. Tutti, disperati dopo tanto buio, corsero verso quella luce e rimasero sconcertati di trovarsi davanti Cen. Erano così sicuri di essere nel giusto quando lo avevano giudicato un uomo malvagio. Perversi i suoi desideri. Eppure, in quelle tenebre, l'unica luce permessa da Dio era quella di Cen.
La luce proveniva dal suo sangue. Si era tagliato un dito per errore e il sangue che si riversava dalla ferita scintillava luminoso. Ecco il risultato di aver gustato quell'uva. La luce era il dono offerto all'uomo che non aveva osato mettere in questione il proprio appetito per un frutto fuori stagione.
La gente cadde in ginocchio, pentita, davanti alla luce. Dichiararono di avere commesso un errore a scacciarlo. Erano stati folli, dissero. "Ci potrai mai perdonare?", implorarono.
Un altro li avrebbe scacciati, ma Cen era un grand'uomo e permise a quella gente di godere della luce del suo sangue. Anzi, avrebbe permesso loro di goderne per sempre se il dito non avesse smesso di sanguinare e la luce non si fosse spenta. 
"È di nuovo così buio!", esclamarono. "Come potremo fare ritorno a casa?".
"Vi aiuterò io", disse Cen.
Lui estrasse il temperino e si incise il braccio e la luce li condusse attraverso il bosco fino alle loro case. C'erano così tante persone da accompagnare a casa che Cen continuò a tagliarsi in modo che potesse sgorgare abbastanza luce per tutti.
Dopo averli accompagnati a casa, fu costretto a sedersi. Era troppo debole per proseguire. Aveva versato troppo sangue, non gliene restava neanche più una goccia per sé. Morì solo, nell'oscurità.
Il mattino seguente il sole tornò a levarsi e tutti poterono vedere il corpo senza vita di Cen, riverso, a terra. Qualcuno disse che si era ucciso, procurandosi quelle ferite nel braccio, e in effetti così era stato. Ma si era ucciso per uno scopo. Ecco la storia che ho raccontato a Grand.
Immagino che quel taglio nel braccio fosse il suo modo di accompagnare a casa qualcuno. Forse se stesso. Come puoi odiarlo, Fielding, se Grand è voluto tornare a casa?".

venerdì 6 ottobre 2017

Il nostro grande pollice grigio, Cavalieri, David Means, Lisa Germano, Riccardo Bacchelli, Anna K. Valerio ricorda Cappello


Io e mia madre eravamo accomunati da quello che lei chiamava, alla maniera dei Peanuts, "Il Nostro Grande Pollice Grigio". In pratica, pur amando tantissimo fiori e piante, non abbiamo mai avuto tanta fortuna in questo campo. Mia madre si innamorava sempre quando scendeva dal Passo del San Gottardo e arrivando a Andermatt trovava tutti i campi fioriti e mi diceva per telefono "Quei fiori Andrea...se potessi portarmeli tutti a casa o avere i prati così in paese....".
Quando comprava una pianta o gliene regalavano mi divertivo a scommettere con lei sulla durata di vita. Non ci azzeccavo mai ma morivano sempre. Tranne un Ibiscus dai fiori rossissimi che però era di sua madre (mia nonna l'aveva comprato poco prima di morire) e che le fu rubato anni dopo quando stavamo pensando di piantarlo nel giardino dei palazzi. Sì, le fu rubato da una donna che viveva a duecento metri da noi. Tra l'altro a farla sentire Una Fottutissima Grande Pollice Grigia c'era sua suocera che puntualmente in sua presenza si vantava del suo giardino (bellissimo) dove risplendevano le ortensie, le rose, i tulipani e ogni altro genere di pianta e fiore immaginabile. 
Mia madre adorava le rose bianche.
Vorrei che mia madre fosse qui ora per farle vedere la nostra rigogliosa Beaucarnea che sta con noi da due anni e l'ultimo arrivato, l'Avocado, che siamo riusciti a far germogliare e adesso vedremo cosa succederà.
Ma lei è morta e quando guardo queste due piantine mi sento ancora piu' solo.


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Se amo Rodi/isola di Rodi è anche per la Via dei Cavalieri nella città vecchia di Rodi. Ci eravamo stati a Rodi a fine stagione turistica anche se il mare era ancora caldissimo e il sole mi asciugava il dolore. Quel giorno, forse per uno strano incanto, la città vecchia era quasi vuota e le comitive, gli altri turisti ci stavano anticipando, ci precedevano, ci evitavamo, non lo so ma ci trovammo a percorrere la Via quasi in perfetta solitudine e posso dirmi di essermi emozionato e commosso.
Mi sentii vivo.
Finalmente a casa.
Quella vacanza fu bellissima, fra spiagge, camminate, luoghi appartati, ristoranti improvvisati capaci di sorprendermi con piatti incredibili.
E quel greco che mi disse "Tu e Eva siete albanesi?"

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David Means è uno straordinario scrittore di cui si parla forse troppo poco. Fra poco uscirà questo.

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Su Barbadillo un bel ricordo di Pierluigi Cappello scritto da Anna K. Valerio: "Il dolore perfetto di Pierluigi Cappello, poeta"