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domenica 10 settembre 2017

"L'Islam in redazione" di Maurizio Belpietro e Francesco Borgonovo (La Verità)




Molto contento di aver ricevuto in regalo "L'Islam in redazione. Perché è vietato dire che il terrore è islamico e che l'islam non è una religione di pace" di Maurizio Belpietro e Francesco Borgonovo (La Verità) che ho letto tutto d'un fiato (anche se non sbaglio nel dire di aver già letto altrove alcune di queste pagine), concordando con molte delle riflessioni in esso contenute.

Prima di lasciare un lungo estratto, alcune quisquilie e punzecchiature:

-il massacro di Charlie Hebdo mi ha segnato profondamente
-concordo con l'atmosfera generale di molte delle copertine incriminate tipo “Bastardi islamici"


-ho sempre la sensazione che puoi fare una battuta, scriver male, far satira, attaccare i cattolici mentre se ti scagli contro l'islam o l'ebraismo fai la figura dell'islamofobo, dell'antisemita o chissà cos'altro. Una volta così per scherzo raccontai una barzelletta sull'Islam a dei noti atei anticlericali e mi beccai una di quelle ramanzine da far paura e mi diedero del razzista.
-gli autori di questo libretto e un po' tutto il loro ambiente sono comunque a favore della libertà di parole, eccetera, ma spesso lo fanno a corrente alternata e spesso dei gran bacchettoni mascherati
-sono al loro fianco e contro tutti coloro che li denunciano e li portano in tribunale
-l'ipocrisia generale (compresi quotidiani, redazioni, eccetera) quando si parla di terrorismo islamico e islam in generale
-questo libro offre molti spunti per eventuali altre letture
-a furia di prendersela col pensiero unico non ci si accorge di essere figli di un altro pensiero unico

Ecco l'estratto, che tra l'altro riguarda proprio la Francia e un pensatore che rispetto molto come Zemmour:

“Ciascuno di questi attacchi, oltre che all'orrore e dal puzzo della morte, è stato accompagnato da una bella dose di ipocrisia. È l'ipocrisia, oggi, uno dei mali peggiori dell'Occidente. È per colpa dell'ipocrisia se non siamo ancora riusciti ad avere ragione dei jihadisti. Un'ipocrisia che si manifesta ogni volta in modo apparentemente diverso, ma in fondo sempre uguale. Il fatto è che, da qualche tempo, parlare di islam è diventato impossibile. A meno che non ci si adegui al pensiero unico, che non si ripetano le quattro consuete banalità sul dialogo, la comprensione, la fratellanza, la pace. Chi osa criticare, contestare ma anche solo deviare leggermente dal sentiero tracciato, viene ostracizzato, si tenta di imbavagliarlo. Ne sa qualcosa l'intellettuale Eric Zemmour. Ebreo, penna pungente, è una celebrità dell'universo culturale identitario europeo. Già editorialista per Le Figaro, conduce programmi in radio (e, fino a qualche tempo fa, in televisione). È un critico dell'islam, ovviamente, ma anche del sistema di vita degli europei, in particolare della femminilizzazione del Vecchio Contente, che ci conduce inevitabilmente allo sfascio e alla sottomissione davanti a civiltà mascoline fino al machismo, come quella islamica. Nel dicembre del 2015, Zemmour è stato condannato da un tribunale francese a tremila euro di multa per “istigazione all'odio nei confronti dei musulmani”. Lo hanno trascinato in tribunale le due principali associazioni dell'antirazzismo militante d'Oltralpe, Sos Racisme e Licra, piuttosto note per trovate di questo genere.


Zemmour dovrà risarcire anche loro, per via di alcune frasi pronunciate nel 2014. in un'intervista con il Corriere della Sera ebbe l'ardire di sostenere che “i musulmani hanno un loro codice civile, è il Corano. Vivono tra loro, nelle periferie. I francesi sono stati costretti ad andarsene”. Poi aggiunse una riflessione di buon senso: “Io penso che stiamo andando verso il caos. Questa situazione di popolo nel popolo, di musulmani dentro i francesi, ci porterà al caos e alla guerra civile. Milioni di persone vivono qui, in Francia, ma non vogliono vivere alla francese”. Per queste parole è stato accusato di fomentare l'odio, gli hanno marchiato a fuoco sul petto la lettera scarlatta dell'islamofobia. Tutto per impedirgli di denunciare una situazione che in Francia, ma anche nel resto d'Europa, è per lo meno preoccupante. È stato il britannico Daily Mail a documentare l'esistenza di un'ottantina di tribunali religiosi islamici nel Regno Unito, corti clandestine che applicano una giustizia parallela basata sulla Sharia. È toccato invece al Daily Express segnare sulla mappa di Parigi ben sette quartieri in cui è consigliabile che i turisti angloamericani non si avventurino, perché il rischio di essere aggrediti è piuttosto altro. Lo studioso di islam Gilles Kepel da anni racconta come le banlieue francesi siano, in realtà, zone franche in cui vige la legge islamica: in pratica, un piccolo Stato dentro lo Stato, in cui finisce la Francia e inizia una sorta di Califfato di periferia. Sono le stesse cose che ha denunciato Zemmour, con la differenza che Kepel è considerato un progressista, e dunque – per ore – non finisce sotto  la mannaia dell'inquisizione politicamente corretta.
(...)

Zemmour nel libro “Un quinquennio per nulla”, non usa mezzi termini e denuncia apertamente “l'inizio di una guerra civile francese, o addirittura europea, e la grande sfida lanciata dall'islam alla civiltà europea sulla propria terra d'elezione”. Poi, velenoso, chiosa: “Questo ritorno del tragico stride con una dabbenaggine presidenziale che confina con la vacuità. Come se la storia avesse atteso, ironica, che si installasse all'Eliseo il presidente più mediocre della Quinta Repubblica per fare il suo ritorno in pompa magna”.
(...)
Zemmour spiega con chiarezza “Se domani ci fossero 20, 30 milioni di musulmani francesi ben decisi a velare le proprie donne e ad applicare le leggi della sharia, si potrebbero preservare le regole minimali della laicità solo con la dittatura”. Limpido e inquietante.
È il paradosso dell'integrazione: chi integra chi, chi deve integrarsi con che cosa, quando i rapporti fra maggioranza e minoranza si ribaltano? L'islam pone delle questioni, alle quali non si può rispondere con un semplicismo ebete e grossolano. “Sinistra e destra”, spiega Zemmour, credevano e credono tuttora al mito del musulmano staccato dal suo determinismo etnico e religioso, individuo disincarnato, destoricizzato, sradicato in una società libera: “Vorranno tutti comprare delle Nike”: questo era il credo consumista, materialista e progressista dei nostri governanti. Questo dipsrezzo delle culture, delle radici, delle religioni, del passato che ha costituito la base comune delle nostre élite politiche, tecnocratiche, padronali, mediatiche e culturali, fa da 40 anni il male della Francia”. Anche perché aggiungiamo noi, le Nike e la guerra santa non si escludono affatto a vicenda. Jihad vs McWorld, si intitolava un saggio degli anni Novanta di Benjamin Barber. La cronaca di questi ultimi anni si è incaricata di decostruire questa falsa antinomia: i vari jihadisti spuntati nel Vecchio Continente sono tutti figli dei due nichilismi, contemporaneamente. Vogliono le Nike e vogliono le nostre terra. È evidente che abbiamo perso su tutti i fronti.
Ma se qualcuno prova a farlo notare, beh, cercano subito di tagliarti la lingua. Il fatto è che, se l'islam non si tocca, diventa molto difficile comprendere, per esempio, i motivi per cui tanti giovani nati e cresciuti in Europa si “radicalizzano” e si mettono ad ammazzare come cani i loro coetanei. Sono tanti, troppi, gli intellettuali, gli scrittori e i politici condotti davanti a un giudice con l'accusa di istigazione all'odio. 

Ha cominciato Michel Houellebecq nel 2022, per una frase contenuta nel romanzo Piattaforma.
A citarlo in giudizio fu, tra le varie associazioni, la Grande Moschea di Lione. Lo scrittore rischiava fino a anno di carcere e 45000 euro di multa.


Di episodi come questi la storia recente è piena. Ne ha raccontati tanti Giulio Meotti nel libro "Hanno ucciso Charlie Hebdo". Sempre nel 2002, ci fu il primo processo a Oriana Fallaci per istigazione all'odio. Ne subì tre, uno dei quali a Bergamo, mai concluso solo perché Oriana morì prima. Nel 2007 è stato proprio Charlie Hebdo a finire alla sbarra. I satirici francesi furono assolti: ci avrebbe pensato un commando jihadista a farli tacere per sempre. Nel 2014 è stato il turno di Renaud Camus, condannato a pagare cinquemila euro per istigazione all'odio, reo di aver esposto la teoria della Grande Sostituzione. Alla fine del 2015 (con singolare tempismo post-elettorale) Marine Le Pen è stata assolta in un processo, sempre per odio, che durava dal 2010. La leader del Front National aveva osato criticare le preghiere dei musulmani per strada. Se chiunque si azzardi a scrivere o a dire che l'islam è qualcosa di diverso da una “religione di pace” viene trascinato in un'aula di giustizia, allora il numero dei critici dell'islam diminuirà sensibilmente. Fino a scomparire del tutto. A quel punto, sarà impossibile parlare dei musulmani – qualunque cosa facciano – in termini negativi o, semplicemente, poco positivi. La sottomissione linguistica sarà compiuta. Ogni riferimento all'islam e ai musulmani sui giornali, nei libri e in televisione sarà espresso in termini elogiativi, l'islam diverrà sinonimo di pace e “musulmano” comincerà a indicare soltanto una “brava persona”.
Un altro intellettuale che alle condanne è abituato è Yves de Kerdrel, direttore della rivista francese Valeurs Actuelles, schierata con decisione sul fronte identitario. Denuncia l'invasione migratoria, l'espansione islamica, la mancanza di sicurezza, e per questo viene portato in tribunale. Sono in pochi a difenderlo: in Francia, come in Italia, la libertà di stampa non vale per tutti allo stesso modo. Il giornalista è stato condannato a una sanzione di duemila euro per “provocazione alla discriminazione contro i musulmani”. Come lui stesso ha spiegato, la sua colpa è aver denunciato “attraverso una copertina dove campeggiava una Marianne velata (numero di aprile 2013), i pericoli legati all'islamizzazione della Francia”.



Come prevedibile, nessuno ha solidarizzato con Valeurs Actuelles per la condanna subita.” (pp. 31-38)

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