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mercoledì 22 maggio 2019

Arab Strap, Joyce Carol Oates, libri, Le Samouraï, Linda Guilala





Due giorni liberi, un periodo di calo di lavoro che potrebbe essere risollevato dal tempo instabile, dalla pioggia che aiuta le sale cinematografiche a riempirsi e speravo di godere di questo sole inaspettato uscendo a fare due passi ma ieri ho resistito solo un paio d'ore all'aperto.
Ho accompagnato la mia compagna al lavoro e poi ho proseguito a piedi fino al lago per trovare una panchina dove poter leggere il giornale e poi un libro ma ho resisto solo per un paio d'ore. 
Disturbato dai passanti, dalle donne col cane al guinzaglio, dai martelli pneumatici, dalle sirene delle ambulanze, dai muratori che fischiano e cantano ho preferito tornare a casa tanto mi stavo irritando e perdendo voglia di fare qualsiasi cosa. 
Quando sono rientrato c'erano ben due vicine che stavano ascoltando uno schifo di talk show politico che passava su La7.


E mi ero portato appresso questo romanzo di Joyce Carol Oates "Una famiglia americana" (Il Saggiatore, traduzione di Vittorio Curtoni). La scrittrice statunitense è una di quelle che o la ami o la odi. Non ci sono mezze misure. Se non si riesce a entrare in sintonia col suo stile "pieno di" non ne vai a capo e molli. Ti strapazza, ti sommerge. Per me la Oates è uno dei piu' grandi autori viventi e ci ho messo anche un po' a capirlo o forse adesso che sto invecchiando io e lei siamo riusciti a capirci. E anche se questo romanzo non è, almeno per me, uno dei suoi migliori alle fine sono uscito commosso e spiazzato. Addolorato e cullato.


E questi due libri me li sono segnati:




-qui-

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Adoro Jean-Pierre Melville e "Le Samouraï con Alain Delon è uno dei film della mia adolescenza. Un amore che ho condiviso con mia madre che amava questo film, in generale i film noir, e stravedeva per Alain Delon. Se lo sarebbe scopato sul letto di casa. Ci sono state polemiche al festival di Cannes, in realtà ci sono da un sacco di tempo.


"Le  acide polemiche non sono riuscite a guastargli la festa. Visibilmente riconoscente, in lacrime, Alain Delon ha ricevuto dalle mani della figlia Anouchka  la Palma d’oro alla carriera.

Prima il red carpet lo aveva accolto sulle note di ‘Il clan dei siciliani’, vergate da Ennio Morricone per la pellicola di Herni Verneuil in cui l’83enne star appare accanto ad altri due grandi, Jean Gabin e Lino Ventura. Conferimento carico di emozioni e certamente  dovuto per  quello che appare indubbiamente come un mostro sacro della settima arte. I numeri: 60 anni di carriera, 90 film. I nomi che lo hanno accompagnato nello straordinario percorso: troppi per essere ricordati tutti qui. Sono quelli tra gli altri dei registi Joseph Losey, Luchino Visconti, René Clément, Jean-Luc Godard, Michelangelo Antonioni, senza dimenticare attori e attrici tra cui uno dei grandi amori della sua vita,  Romy Schneider. Il gotha di una magica lunga stagione del cinema.

"Ma qualcuno ha pensato che il protagonista di ‘Rocco e i suoi fratelli’, de ‘Il Gattopardo’ o di ‘Monsieur Klein’ non avesse cittadinanza sul proscenio del festival cinematografico più importante al mondo. 23mila firme in calce a una petizione lanciata negli Stati Uniti hanno cercato di convincere l’establishment artistico di Cannes a negargli quell’onorificenza. Le colpe di Delon sono sintetizzate nella triade “razzista, misogino, omofobo”. Simpatie per Jean-Marie Le Pen, ex leader della destra radicale, ammissione che aveva schiaffeggiato la moglie, opposizione alle adozioni gay. Ad alcune obiezioni ha risposto schizzando un velenoso «je m’en fous» (matrimoni gay), ad altre spiegando (sì, sono contro le adozioni da parte di coppie omosessuali), ad altre infine ammettendo (sberle sì, alcune date e molte ricevute).

Di fatto però è la natura stessa della contestazione a evidenziare l’incongruenza delle accuse: qualsiasi esse siano, nulla hanno a che vedere con la qualità artistica dell’attore. Le promotrici della petizione, indossando gli abiti di novelle Torquemada o inaugurando una versione occidentale dei Basij, i guardiani del buon costume che scorrazzano nelle strade di Teheran, hanno inserito nel contesto culturale categorie di giudizio morale. Che sono agli antipodi della creazione artistica. Per ragioni analoghe uno dei più grandi scrittori del secolo scorso, Jorge Luis Borges, fu privato del Nobel. 

Quanti nomi rimarrebbero nella storia della pittura, della musica, del pensiero, se depennassimo quelli di chi non ha aderito ai canoni morali o di chi ha fatto opera di sedizione nei confronti del pensiero dominante? Attribuire un premio unicamente ad attori che si schierano per l’adozione da parte di coppie omosessuali o che hanno amicizie solo negli ambienti progressisti sconfina nel farsesco. Prova ulteriore che nel mondo dei prêt-à-porter ideologici e dell’immediatezza, la cieca partigianeria prevale quasi sempre sul senso del ridicolo.

Una forma mentis che cancella al tempo stesso la complessità di fatti, situazioni e persone. Delon ha girato un lungometraggio contro la pena di morte, ha finanziato una pellicola contro la guerra d’Algeria. “Il mio unico rimpianto – afferma in un’intervista – è di non esser mai stato diretto da una donna”. Lacuna che colmerà presto, ma a teatro, in una pièce di Jeanne Fontaine: ‘Le crépuscule d’un fauve’. Lui che il proprio crepuscolo lo ha già interpretato sul grande schermo: “Alla fine di diversi film scompaio o muoio” ricorda Delon, che aggiunge: “Mi è sempre piaciuto morire, mettere il vero punto finale”.

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Tra l'altro proprio ieri su La Regione che faticavo a sfogliare sulla panchina c'erano pagina 2 e 3 dedicate interamente ad Axel Mitbauer, campione di nuoto della DDR, che nel 1969 riusci' in maniera rocambolesca, 25 chilometri a nuoto nel Mar Baltico, a sfuggire alla dittatura comunista.
Non sapevo nulla di quest'uomo e di questa storia ed è stato molto bello conoscerla.

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Di tutto il resto preferisco non parlare che è meglio.

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-Linda Guilala-



domenica 19 maggio 2019

Noir, Marco Vicentini, Marissa Nadler, Mattia Feltri

Quando mi chiedono cos'ho trovato di buono nell'ambiente editoriale io rispondo sempre: Quasi niente. 
Fra le pochissime persone meritevoli di essere ricordate ci metto sicuramente Marco Vicentini, dell'allora Meridiano Zero. 
Non so quanti anni sono passati da quella volta che al Salone del Libro ci mettemmo a discutere di libri e noir, di Hugues Pagan e James Ellroy, di Veneto e Derek Raymond, della birra che stavo bevendo e del rumore di sottofondo.
Non lo so davvero ma conservo il ricordo di una persona che mi è rimasta sotto pelle.
Sono anni che ragiono attorno alle sue parole.
A un suo consiglio che non ho mai avuto il coraggio di fare mio.
Ho ripensato a lui, alla sua disponibilità nei miei confronti e alla sua visionarietà intellettuale quando ho trovato questo sorprendente romanzo al mercatino dell'usato:


E comunque, davvero, se vi piace il noir, quello vero, e volete scoprire qualche nome finito un po' ai margini dell'interesse editoriale cercate Pagan e Raymond.


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Negli ultimi giorni mi sembra quasi di percepire una certa atmosfera fumosa dove quelli del Movimento Cinque Stelle non sono mai stati quello schifo che sono stati da sempre e che non sono al governo insieme a Salvini. Manovre assurde volte a un'alleanza fra sinistra e cinque stelle che sembra essere gradita a un certo numero di commentatori ed elettori che pensano di essere di sinistra. Tutto all'insegna della voluta confusione, della pressapochezza politica e istituzionale.

In questo libretto proposto da Il Foglio ci sono sette anni di Massimo Bordin e trascrivo, in avvicinamento delle elezioni europee, un pezzo di Massimo del 10 marzo 2018 che punge, punge tantissimo anche in prospettiva futura:

Beppe Grillo nel movimento da lui creato, insieme alla Casaleggio Associati, ha un po' il ruolo della voce della verità su quello che il movimento deve rappresentare. Ogni tanto interviene in modo da richiamare tutti ai loro doveri verso i principi del movimento stesso, implacabile. Oggi probabilmente teme che Pinocchio Di Maio possa finire preda del gatto e la volpe e da garante si fa Grillo parlante per ricordare cosa va correttamente inteso per reddito di cittadinanza.
Il ragionamento, diciamo, che espone sul suo blog è in fondo lineare: “Ė il reddito che ti include nella società, non il lavoro. Abbiamo l'idea che l'uomo non possa far altro che lavorare, che sia la sua finalità ultima avere un lavoro. Niente di più sbagliato. Abbiamo abitato questo pianeta con una moltitudine di ordini sociali, i quali per la maggior parte, soprattutto agli albori della nostra storia, non prevedevano nessun cartellino da timbrare o reddito da esporre. Le risorse ci sono, ci vuole solo la volontà politica”. Tornare agli albori della nostra storia. Definire regressivo un ragionamento del genere è fin troppo poco anche se non propone il ritorno alla caverne, ovviamente. Fa solo un pasticcio fra Toni Negri, Serge Latouche e gli ecologisti estremi, ma è chiaro che questo pericoloso pasticcio è il suo programma. Infatti l'ha semplicemente ripubblicato, il testo risale a prima delle elezioni. Ora, dopo i risultati, non resta che attendere i pareri di Michele Emiliano, di Pif, di Massimo Franco e dei professori Ignazi, Pasquino e De Masi che lo definiranno un interessante sviluppo dei Gundrisse, sul quale la sinistra ha il dovere di confrontarsi.

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-Stravedo per Marissa Nadler ed è appena uscito questo disco tutto da scoprire:

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Il Buongiorno di Mattia Feltri del 17 maggio che s'intitola “Il suo sangue su di noi”:

“Intanto che la politica (e non solo la politica) si appassiona alle indagini, alle mazzette di Legnano e di Milano, ad Armando Siri, a Tangentopoli che torna e altre filastrocche degli onesti, succede che si celebrino anche dei processi. Di solito più interessanti delle indagini. Ieri per esempio a Caltanisetta ha deposto Vincenzo Scarantino. Era un rubagalline e insieme ad altri rubagalline fu arrestato nel settembre del '92 con l'accusa di aver fatto saltare in aria Paolo Borsellino e la scorta. Scarantino ha raccontato ieri che in carcere lo denudavano, lo picchiavano nelle parti intime, lo prendevano a calci e schiaffi, gli orinavano e gli mettevano vermi nella minestra, gli impedivano il sonno, non gli fecero cambiare la tuta per sei mesi, gli gettavano secchiate d'acqua addosso e, dopo oltre un anno e mezzo di questo trattamento dello Stato italiano, Scarantino confessò: sì, Borsellino l'ho fatto saltare in aria io. Lui e altri furono condannati all'ergastolo e sono stati dentro 16 anni finché un altro pentito, Gaspare Spatuzza, si è dichiarato responsabile e li ha scagionati. Un “colossale depistaggio”, lo ha definito una sentenza successiva. Ancora ieri la figlia di Borsellino, Fiammetta, si chiedeva quanto sia credibile che il colossale depistaggio appartenga ai soli tre poliziotti ora alla sbarra, a chi ubbidivano, e perché i magistrati non si sono accorti di nulla, delle prove che non reggevano, perché la procura generale della Cassazione e il Consiglio superiore della magistratura tacciano, per poi presentarsi mesti alle commemorazioni di suo padre. Il problema, enorme, è che se lo chiede solo lei.”


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Voi fate mai sogni/incubi di cui poi vi vergognate o vi confondono ma che contengono molto di voi?
Io son due giorni che ne faccio e ne ho fatti tantisssimi durante la mia vita.


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sabato 18 maggio 2019

NESSUNO TOCCHI CAINO NEWS

NESSUNO TOCCHI CAINO NEWS

Anno 19 - n. 20 - 18-05-2019 

Contenuti del numero:

1.  LA STORIA DELLA SETTIMANA : TENNESSEE (USA): GIUSTIZIATO DONNIE EDWARD JOHNSON
2.  NEWS FLASH: ALABAMA (USA): GIUSTIZIATO MICHAEL BRANDON SAMRA
3.  NEWS FLASH: BIELORUSSIA: CORTE SUPREMA CONFERMA CONDANNA CAPITALE PER OMICIDIO
4.  NEWS FLASH: BAHRAIN: CONDANNE A MORTE CONFERMATE PER DUE ATTIVISTI ANTI-REGIME
5.  NEWS FLASH: MALESIA: RIENTRATI A CASA TRE MESSICANI CHE ERANO STATI CONDANNATI A MORTE
6.  I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA : 


TENNESSEE (USA): GIUSTIZIATO DONNIE EDWARD JOHNSON

Donnie Edward Johnson, 68 anni, bianco, è stato giustiziato in Tennessee il 16 maggio 2019.

Era accusato, e in parte aveva confessato, di aver ucciso, l’8 dicembre 1984, la propria moglie, Connie Johnson, 30 anni. Venne condannato a morte nella Shelby County nel 1985. Lo scorso 3 aprile la figlia della vittima (e sua figliastra) Cynthia Vaughn, si era rivolta al Governatore per chiedergli un incontro, e soprattutto un atto di clemenza per l’assassino della madre.
Inizialmente Vaughn era stata molto favorevole alla condanna a morte di Johnson. Nel 2006, quando per la prima volta fu fissata una data di esecuzione che avrebbe dovuto avvenire sulla sedia elettrica, la stampa riporta una sua dichiarazione: “Voglio che quel balordo bruci”. Dopo che quella esecuzione fu rinviata, Johnson cercò un contatto con la figliastra. Nel 2012 i due si incontrarono. In un passaggio della petizione di clemenza Vaughn descrive la sua visita come rivelatrice. "Dopo aver finito di raccontargli tutti gli anni di dolore e sofferenza che mi aveva causato, mi sono seduta e ho sentito una voce. La voce mi ha detto: "Ecco, lascia perdere". "La frase successiva che è uscita dalla mia bocca ha cambiato la mia vita per sempre. "L'ho guardato, gli ho detto che non potevo continuare a odiarlo perché l’unico risultato che stavo ottenendo era uccidere me invece che lui. poi ho detto: "Ti perdono". Nell’illustrare alla stampa la richiesta di clemenza rivolta al governatore Bill Lee, i suoi avvocati avevano evidenziato che Johnson, già dopo i primi mesi di carcere, si era avvicinato molto alla religione, e nel corso degli anni, in qualità di seguace della Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno, è diventato un punto di riferimento per gli altri detenuti. I suoi legali hanno evidenziato che la chiara conversione cristiana dell’imputato, e la fede cristiana nel nome della quale la figlia della vittima ha espresso il suo perdono dovrebbero trovare ascolto nel governatore, che nella sua campagna elettorale aveva fatto molto leva sui valori cristiani. "Questa è una storia con tre capitoli", ha detto il reverendo Charles Fels, uno degli avvocati di Johnson, durante una conferenza stampa. "La Redenzione, questo è Don. Il Perdono, questa è Cynthia". "Il terzo e ultimo capitolo è la Misericordia, e questo è per il Governatore dello stato del Tennessee." Ma il Governatore non ha concesso clemenza, e oggi Johnson è diventato il 1° giustiziato dell’anno in Tennessee, il 10° da quando lo stato ha ripreso le esecuzioni nel 2000, il 7° dell’anno negli Usa, e il n° 1497 da quando gli Usa hanno ripreso le esecuzioni nel 1977. 

(Fonti: The Tennessean, The Marshall Project, 16/05/2019)

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NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH

ALABAMA (USA): GIUSTIZIATO MICHAEL BRANDON SAMRA

Michael Brandon Samra, 41 anni, bianco, è stato giustiziato il 16 maggio 2019 in Alabama. Era stato condannato a morte nel 1998 con l’accusa di aver partecipato, il 23 marzo 1997, allo sterminio di una famiglia. Le vittime furono Randy Duke, la sua fidanzata Dedra Mims Hunt, e le due figlie della donna, Chelisa Nicole Hunt, 6 anni, e Chelsea Marie Hunt, 7 anni. 
All’epoca fu condannato a morte anche il figlio di Randy Duke, Mark Duke, che pare sia stato l’ispiratore del massacro dopo una lite con il padre. Mark Duke aveva 16 anni all’epoca dei fatti, e dopo che nel 2005 la Corte Suprema Usa ha dichiarato incostituzionale la pena di morte per i minorenni, la sua condanna è stata commutata in ergastolo senza condizionale. 
Samra aveva 19 anni all’epoca dei fatti. Samra diventa il 2° detenuto giustiziato quest’anno in Alabama, il 65° da quando lo stato ha ripreso le esecuzioni nel 1983, il 6° detenuto giustiziato quest’anno negli Usa, e il n° 1496 da quando gli Usa hanno ripreso le esecuzioni nel 1977. 
(Fonti: AL.com, The Marshall Project, 16/05/2019)


BIELORUSSIA: CORTE SUPREMA CONFERMA CONDANNA CAPITALE PER OMICIDIO

La Corte Suprema bielorussa il 14 maggio 2019 ha confermato la condanna a morte di un uomo - Alyaksandr Asipovich - riconosciuto colpevole degli omicidi di due donne, nonostante le richieste dell'Unione europea affinché Minsk metta fine alla pena capitale.
L'attivista per i diritti umani Andrey Paluda, che coordina i Difensori dei Diritti nella Campagna contro la Pena capitale, ha dichiarato a RFE / RL che Asipovich ha il diritto di appellarsi contro la decisione della corte presso il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite.
Paluda sostiene che il diritto di Asipovich a un processo equo sia stato violato.
Secondo la legge bielorussa, Asipovich ha 10 giorni per presentare una richiesta di grazia al presidente Alyaksandr Lukashenka.
La madre di Asipovich ha detto a RFE / RL che suo figlio ha intenzione di chiedere la grazia.
Il 36enne Asipovich ha precedenti condanne per furto, rapina, teppismo e lesioni fisiche.
E’ stato condannato a morte il 9 gennaio 2019 per gli omicidi nel 2018 di due donne nella città orientale di Babruysk.
(Fonti: rferl.org, 14/05/2019)


BAHRAIN: CONDANNE A MORTE CONFERMATE PER DUE ATTIVISTI ANTI-REGIME

La suprema corte d'appello del Bahrain il 12 maggio 2019 ha confermato le condanne a morte di due attivisti anti-regime.
Le condanne capitali di Zuhair Ibrahim Jassem e Mohammad Mahdi sono state confermate dalla Corte di Cassazione sulla base di dichiarazioni estorte sotto tortura, secondo quanto riferito dalla rete televisiva in lingua araba Lualua.
Amnesty International ha invitato i propri sostenitori ad appellarsi al re del Bahrein Hamad bin Isa Al Khalifah in favore dei due detenuti nel braccio della morte, che sono a rischio di esecuzione.
Amnesty ha esortato il monarca "a non ratificare le condanne a morte inflitte ai due uomini e a garantire che non vengano giustiziati".
Ha anche richiesto un "nuovo processo che sia pienamente conforme agli standard internazionali del processo equo, che escluda le prove ottenute sotto tortura e senza ricorso alla pena di morte".
(Fonti: Press-Tv, 12/05/2019)


MALESIA: RIENTRATI A CASA TRE MESSICANI CHE ERANO STATI CONDANNATI A MORTE

Tre cittadini messicani che erano stati condannati a morte in Malesia sono stati graziati e sono rientrati nel loro Paese, ha riportato Riviera Maya News il 14 maggio 2019.
Il ministero degli Affari esteri messicano ha riferito che José Regino, Luis Alfonso e Simón González Villarreal, i tre fratelli González Villareal, sono stati rimpatriati dalla Malesia dopo aver ricevuto la grazia dal Sultano dello Stato di Johor. I tre erano stati arrestati in Malesia nel 2008 con accuse legate alla droga e condannati a morte nel 2012.
Il governo del Messico ha detto di riconoscere l'azione umanitaria di Sultan Ibrahim Ismail Ibni Almarhum Sultan Iskandar Al-Haj, che lo scorso settembre aveva annunciato la decisione di commutare la pena capitale dei tre messicani.
(Fonti: riviera-maya-news.com, 14/05/2019)

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I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA


ROMA: NESSUNO TOCCHI CAINO E PARTITO RADICALE PRESENTANO IL LIBRO ‘BASTA DOLORE E ODIO. NO PRISON’




Nessuno Tocchi Caino e il Partito Radicale presentano il libro “Basta dolore e odio. No Prison” di Livio Ferrari e Massimo Pavarini, Apogeo Editore, venerdì 31 Maggio, ore 10.30 sala conferenze del Partito Radicale - Via di Torre Argentina, 76 Roma.

“Il dire no al sistema carcerario deve essere compreso nel senso che la prigione non è ciò che si crede sia, infatti non è parte della soluzione al problema del crimine ma è parte del crimine stesso.” 
Mai come oggi, mentre si dichiara la fine della Storia, avvertiamo il bisogno di utopie. 
Ipotizzare una società senza prigioni sembra essere tra le più provocatorie e irrealizzabili, ma non avremmo potuto proiettare e realizzare società alternative, ad esempio senza schiavitù, pena di morte e con i diritti umani fondamentali riconosciuti universalmente, se non vi fossero state visioni impossibili per futuri migliori. 

Sarà presente:

Livio Ferrari, giornalista, scrittore e autore del manifesto "No Prison" 

Intervengono: 
Rita Bernardini, Presidente di Nessuno Tocchi Caino e coordinatrice PRNTT 
Lucia Ercoli, medico, responsabile dell’Associazione Medicina Solidale Elisabetta Rampelli, avvocato, presidente dell'Unione Italiana Forense 
Elisabetta Zamparutti, tesoriere di Nessuno Tocchi Caino e presidenza PRNTT 
Padre Guido Bertagna, sacerdote gesuita, mediatore in percorsi di giustizia riparativa 
Pastore Stefano Bogliolo, Chiesa Evangelica Valdese, volontario in carcere 
Sergio D'Elia, segretario di Nessuno Tocchi Caino, coordinatore Presidenza PRNTT 
Loris Facchinetti, scrittore, segretario del Tribunale delle Libertà Marco Pannella


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DONA IL 5 X 1000 A NESSUNO TOCCHI CAINO

Sostieni la lotta per l'affermazione del diritto alla speranza per chi è condannato alla pena di morte e alla pena fino alla morte che nel nostro Paese si chiama "ergastolo ostativo". Spes contra spem è il motto di una vita di Marco Pannella che continua ad orientare l'impegno di Nessuno tocchi Caino e del Partito Radicale. 
Aiutaci ad essere speranza quando tutto intorno sembra remare contro. 
Scrivi il codice 96267720587 nel riquadro “Sostegno del volontariato...” della tua dichiarazione dei redditi. 


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Per maggiori informazioni: http://www.nessunotocchicaino.it

venerdì 17 maggio 2019

Endless - Holding Patterns


alla fine eccolo "Endless"
un disco che è parte di me
tutto da ascoltare live

Tutto quello che non ricordo, attualità, letture e Guerra e Pace, Il Ciclo del Vuoto



Tutto quello che non ricordo” di Jonas Hassen Khemiri (Iperborea, traduzione di Alessandro Bassini) è un romanzo struggente e ne sto leggendo tanti ultimamente di questi libri che mi mettono a nudo nelle mie emozioni più segrete. Un romanzo polifonico ambientato in Svezia che intreccia memoria, teatro, la questione dell'immigrazione, il razzismo, l'amore, la perdita dei racconti, l'amore, la voglia di superare i limiti, l'amicizia per gettare luce sulla morte di un ragazzo per incidente o per un presunto suicidio. Raccogliendo voci, ricordi, particolari e storie l'autore costruisce un romanzo che gioca sull'inganno, sulla fragilità della memoria, su come una persona possa essere più persone nei ricordi altrui. Perché alla fine cosa siamo veramente se non un gioco di ricordi mentre la nostra memoria, giorno dopo giorno, si affatica e si sfilaccia sempre più fino a scomparire nell'oblio?

Vi lascio la chiusura della nota del traduttore:

La ricostruzione dell'ultima giornata di vita di Samuel, del suo rapporto con la fidanzata Laide e con l'amico Vandad, riflette la lunga esperienza di scrittura per il teatro. Le voci dei personaggi si intrecciano sulla pagina apparentemente senza alcuna rielaborazione, come se appartenessero ad attori chiamati a salire su un palcoscenico immaginario per fornire la propria versione dei fatti. E le versioni non coincidono, perché le voci a volte si contraddicono e modificano gli eventi, dando una descrizione di parte o completamente diversa rispetto a quanto appena affermato con forza dalla voce precedente. Anche quando il protagonista, Samuel, prende la parola, la certezza che questa sia l'autentica versione dei fatti è smentita poco dopo dalla voce dello stesso Khemiri, che improvvisamente entra in scena lasciando intuire che forse la storia di Samuel è la storia di qualcun altro. Ironico e drammatico al contempo, Tutto quello che non ricordo, è un romanzo sulla forza della memoria, ma anche sulla sua natura sfuggente e talvolta ingannevole, e sul nostro disperato bisogno di ricordare e di essere ricordati.” (pagg. 328-329)


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Ogni volta che vengo a conoscenza di nuovi arresti/indagini (di chiunque si tratti) sento sempre la voglia di ricordare una banalità: ovvero che tutti sono innocenti fino a prova contraria e che i processi si celebrano in tribunale e non nelle piazze, al bar, in tv, nei talk show, in internet, sui social o sui giornali. Mi piace anche ricordare che anche mio nonno fu indagato e processato nei primi anni '50, insieme a un suo collega, per una presunta distrazione di fondi/truffa nell'azienda dove lavorava.
Tutti e due furono scagionati da ogni accusa e furono poi trovati i veri responsabili ma in quei mesi mio nonno fu messo all'indice, in paese sottovoce o apertamente gli davano del ladro e del truffatore, l'albergo/ristorante di famiglia perse tanti clienti e soprattutto mia nonna abortì per lo stress di quei giorni. Un tragico evento che ho scoperto solo negli ultimi anni di vita di mia nonna.
Mio padre era solo un bambino e mi ha raccontato di come lui e suo fratello Antonio, maggiore di un anno (poi fortunatamente sarebbe arrivato anche Claudio) respiravano quotidianamente la tensione  familiare, ascoltavano le urla, i pianti, i silenzi.
In quei mesi sono in pochi si strinsero attorno alla mia famiglia.
E mio nonno, partigiano, aveva da poco superato i traumi della guerra e non si capacitava che proprio una persona come lui fosse finito in un guaio del giorno.
Non tanto tempo fa mi è capitato di incontrare in quel paesino del cazzo qualcuno che insinua sospetti, che storce il naso. Così, tanto per darsi un tono.
E queste persone mi ricordano tantissimo tutti quei giornalisti, o presunti giornalisti, incensati come firme ribelli/libere che a ogni arresto/indagine/condanna esultano come se fossero alla corrida, sorridono o sogghignano e poi se ne vanno a letto belli contenti e in pace con se stessi.

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Alcuni dei libri (ce ne sono tanti altri che mi aspettano nei prossimi giorni e settimamane) a cui mi dedicherò prossimamente:


Qui e qui.





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martedì 14 maggio 2019

Eugenio Colorni, Heather Woods Broderick, "I nuovi satrapi" di Mattia Feltri, mia madre e Notte a Caracas e Elementary



Non l'ho ancora ricostruita benissimo la storia di mio nonno partigiano, vista anche la sua reticenza, dovuto al suo Disturbo post traumatico da stress, nel raccontare di quanto aveva vissuto dal 1939, quando fu mandato in Albania a 21 anni, all'inizio d'estate 1945, quando torno' in Italia e si diresse a Roma per aggiornare anche l'elenco di morti e dispersi ma sono pieno di ricordi e spunti che mi vengono addosso in questo maggio. Di lui conservo tutte le foto della guerra e dei campi di concentramento fascisti. Fu mio nonno a parlarmi per la prima volta di Eugenio Colorni perché gliene aveva parlato suo suocero tisico, muratore e socialista. Il mio bisnonno che tanto avrei voluto conoscere. 

Non credo che in molti conoscano la figura di Eugenio Colorni, morto a Roma il 30 maggio 1944 dopo essere stato crivellato di colpi dagli assassini della Koch.

Si avvicinano le elezioni europee e Eugenio Colorni è stato un partigiano, un socialista, un giornalista, un intellettuale e uno dei promotori di una idea di Europa mai realizzata.

La Rai gli ha dedicato questo speciale: Eugenio Colorni, un militante per l'Europa


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Quello di Heather Woods Broderick è uno di quei dischi che arrivano inaspettati e ti travolgono.


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Il "Buongiorno" di Mattia Feltri su La Stampa è uno dei mie appuntamenti quotidiani.

Vi trascrivo quello di oggi intitolato "I nuovi satrapi":

"Abbiamo un problema, e un pochino ha a che fare con le case editrici di destra nerboruta in collegamento col ministro dell'Interno, con la rimozione di striscioni di garbato dissenso, col sequestro di telefonini col selfie birichino. La tendenza che molte legislature a questa parte è di un Parlamento che ha rinunciato a sé stesso per mettersi a disposizione del capo salito al governo: non approva leggi, nemmeno le propone, si limita a bollinare i decreti scritti nei ministeri o a discutere, senza discuterle, le norme di iniziativa della presidenza del Consiglio. Dice signorsì, fine. Le legislature scorse s'erano rette in piedi, quanto a tenere per il bavero il potere costituito, almeno con le opposizioni interne e le conseguenti scissioni nel Pdl di Silvio Berlusconi e nel Pd di Matteo Renzi. Ora non si vede nulla, sono tappeti stesi e piogge di petali, e figuriamoci quando dovessero inserire il vincolo di mandato, cioè l'obbligo costituzionale di obbedire al boss. La faccenda prende pieghe parossistiche: il Movimento Cinque Stelle decide chi potrà candidarsi e chi no, in base al reddito, e Matteo Salvini si scrive un decreto sicurezza bis nel quale attribuisce a sé poteri ulteriori nel controllo dei porti e poteri ulteriori alla sua polizia nella repressione delle manifestazioni ostili. Per dirla liscia: si inventano le leggi per come gli gira e se le applicano. Se le costruiscono su misura e se le fanno rispettare. E quando il potere esecutivo e quello legislativo passano sotto un unico controllo, e senza che nessuno abbia la voglia o la forza di contrapporsi, è in quell'istante che le democrazie liberali diventano illiberali."

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Il 25 maggio mia madre avrebbe compiuto 73 anni e se fosse stato per lei la sua vita si sarebbe svolta in Colombia, Venezuela e altri posti dove avevano offerto a mio padre di trasferirsi per lavoro. Nel romanzo di Karin Sainz Borgo c'è un passaggio nella parte finale che mi ha fatto pensare molto a lei e quando mi dicono che sembro lei, che ricordo lei, che ho il suo stesso carattere:

"Mi senti? Sei lì, mamma? Sono venuta a dirti cose che davo per scontate, ma non lo erano. Non lo sono. Sono venuta a dirti che non mi è mai importato che mio padre se ne fosse andato. Il tuo nome mi è bastato. Era l'unica cosa solida che avevo per coprirmi. Chiamarmi come te, Adelaida Falcon, era un modo di sentirmi al sicuro. Dalla volgarità, dall'ignoranza e dalla stupidità.
Da piccola ero segretamente orgogliosa della tua decisione di non vivere nel tuo paese - bello e salato, ma in fin dei conti un posto piccolo, asfissiante. Che preferissi altre cose alla tombola nell'ora dell'invasione e ai guarapos di rum e cannella che stordivano l'anima di chi viveva a Ocumare de la Costa. Mi piaceva che non assomigliassi alle tue sorelle. Che fossi discreta e diffidente. Che disprezzassi la superstizione e la volgarità. Che leggessi e insegnassi agli altri a farlo. Sembravi, mamma, il paese che davo per certo. Quello dei musei e dei teatri in cui mi portavi. Quello di persone attente al proprio aspetto e ai propri modi. Non ti piaceva la gente che mangiava o beveva troppo. Né chi alzava la voce o strillava in lacrime. Odiavi l'eccesso. Ma le cose sono cambiate. Adesso straripa tutto: la sporcizia, la paura, la povere da sparo, la morte e la fame.
Mentre tu agonizzavi, il paese è impazzito. Per vivere, abbiamo dovuto fare cose che non avremmo mai immaginato di poter fare: saccheggiare o tacere; saltare al collo di qualcuno o guardare dall'altra parte.
Mi rincuora che tu non sia ancora viva per vederlo. E se adesso mi chiamo in un altro modo non è perché volevo abbandonare il paese formato dal tuo nome e dal mio. L'ho fatto, mamma, perché sono stata sopraffatta dalla paura. E io, lo sai, non sono mai stata valorosa come te. Mai. Per questo, in questa nuova guerra, tua figlia sta in due fazioni contemporaneamente: con quelli che cacciano  e con quelli che tacciano. Con quelli che proteggono le proprie cose e con quelli che rubano in silenzio cio' che appartiene a qualcun altro. Abito la peggiore delle frontiere, perché nessuno reclama le perdite di chi vive, come me, nell'isola dei codardi. E io, mamma, non sono valorosa. Almeno, non nel modo discreto che mi hai insegnato tu. Ereditai valore. Non fui valorosa. Come Borges nella poesia, mamma." (pagg. 162-163) 


e poi sai mamma a te sarebbe tanto piaciuto il telefilm "Elementary" perché grazie a te ho scoperto i libri di Arthur Conan Doyle e avresti trovato credibile, nei limiti di una produzione televisiva, le figure/interpreti di Sherlock e Watson e vedi oggi mentre stavo mangiando ho visto una puntata, la chiusura della Terza stagione che si intitola "Verso l'abisso" e volevo dirti quando mancano pochi giorni alla data del tuo compleanno che mi ero prefisso un obiettivo per oggi e niente da fare, ricasco sempre nei miei soliti vizi, perché sono un debole e la vita mi viene cosi difficile da essere vissuta che la mattina mi sveglio vuoto. Magari domani andrà meglio. Senza lavoro, anche se il lavoro mi fa schifo, ci sono momenti che la mia mente crolla perché tutto il male di vivere mi rovina addosso. Sto scalando, e di tanto, almeno quello.

Una volta mamma mi hai detto, È colpa tua se ci sono giorni che mi viene voglia di tornare a fumare. 

Oggi va in questo modo.
Sarà per il vento.
Per un maggio carico di dolore.
Per questo freddo.
Per questa pace che provo solo quando chiudo gli occhi e non arrivano gli incubi o i sogni e non arriva niente e niente ricordo quando mi sveglio.



lunedì 13 maggio 2019

Un post lungo con dentro Tigers Jaw, Gianni De Michelis, Anoyo, Northwest, Lorenzo Moretto, Karina Sainz Borgo, Sleater-Kinney, Mea Culpa, Salone del libro,


-qui-


E finalmente dopo quasi un mese di lavoro ininterrotto domani e dopodomani potrò rimanere a casa.
A leggere, a fare due passi nel bosco alla ricerca di una radura isolata.
A cercare qualcosa da fare quest'estate.
A cominciare la disintossicazione da tutta la merda che ho bevuto in questi mesi.
A studiare le liste elettorali, concentrandomi su Caterina Avanza e Irene Tinagli.
Ad ascoltare un paio di dischi in arretrato.
A sistemare alcune cose che ho scritto.
A dormicchiare.
A guardare il Giro d'Italia.
Sostanzialmente rimarro' chiuso in casa.

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Per sapere di cosa parla l'opera prima di Lorenzo Moretto, “Una volta ladro, sempre ladro” (Minimum Fax) potete cliccare sul link mentre io ho trovato molto interessante tutta la prima parte mentre la seconda mi è parsa in calando. Un libro insomma riuscito a metà anche se poi confesso di essermi commosso molto mentre lo leggevo.

Lascio un estratto che mentre lo leggevo mi ha fatto riflettere sulle emozioni vissute da mia madre la volta che rischiai seriamente di trascorrere qualche giorno in carcere:

Quella sera mia madre ci ribadì che non dovevamo dire niente, a nessuno. Attaccava a parlare e subito s'interrompeva, ci guardava dopo aver caricato i polmoni e soffiato rumorosamente con il naso, l'adrenalina le attraversava le mandibole contratte, le sue frasi s'interrompevano e poi ti parlava sopra se le rispondevi, la voce cercava il tono adatto ma non viaggiava costante, zigzagava tra una frequenza e l'altra, tradiva ansia, paura crescente fino al soffio del naso, ma negli occhi chiari lampi di durezza: nelle sue vene scorreva il sangue di chi era nato e aveva vissuto a cavallo del confine Italia-Slovenia, prima di là e ora qua. Aveva imparato a gestire l'attesa. “Vostra nonna è anziana, con la pressione che ha non possiamo rischiare... magari le viene qualcosa... e poi non sappiamo neanche quanto dovrà rimanere a San Vittore”. Così cominciammo a definire la prigione di mio padre. Era il nostro modo di avvicinarci a lui: chiamavamo il carcere di Milano per nome, cercando di ridurre la distanza che ci separava e di tenere viva l'intimità di una famiglia.” (pagg. 44-45)

Non voglio nemmeno dimenticare Gianni De Michelis e disgustarmi per l'ignobile modo in cui la stragrande maggioranza dei giornali italiani ne ha scritto. 
Attualmente al governo non c'è un solo ministro/politico della sua levatura.

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“Notte a Caracas” di Karina Sainz Borgo (Einaudi, traduzione di Federica Niola) è uno splendido romanzo d'esordio che consiglio a tutti coloro che si augurano la fine della dittatura di Maduro in Venezuela e una transizione pacifica verso la democrazia e tutti quelli che amano la letteratura. 
Opera di struggente e dolorosa bellezza.

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Ormai il Salone del Libro si avvia alla conclusione ma tutte queste polemiche:

1) mi hanno messo una gran voglia di rileggere per l'ennesima una coppia di libri di Céline che mi ha sconvolto la vita e che mi porterò per sempre nel cuore: “Mea Culpa” e la “Bella rogna”. Libri straordinari, censurati dimenticati e quasi introvabili. E tanto per dire se entrate in casa nostra c'è pure una delle librerie che su due file potete trovare in bella vista anche Bagatelle per un massacro e molta altra roba che magari qualcuno vorrebbe bruciare per strada.



2) mi hanno portato a riflettere sulla mia esperienza in un sito che si chiamava Lankelot. Un luogo dove sono finito a scrivere solo grazie a Gianfranco Franchi che di quel sito era il creatore e l'anima e il coordinatore e insomma tutto e dove poi ho scelto di rimanere perché mi sentivo a casa. Ci ho pensato molto in questi giorni. Con tutte le dovute differenze rispetto alle questioni torinesi e di spicciola attualità (basterebbe ricordarsi di come si muove Casa Pound nelle strade e la loro violenza...), a me piacerebbe che in generale il dialogo/dibattito/confronto/scontro d'idee e contenuti avvenisse oggi proprio assecondando lo spirito di Lankelot. 
Su quel sito ho peccato di vanità, ho scritto recensioni pessime, mi sono autocompiaciuto, ho commesso un sacco di cazzate figlie della mia idiozia ma ho imparato ad ascoltare le ragioni altrui, a scoprire mondi a me sconosciuti, a andarci giù pesante con l'autocritica, a innamorarmi di autori dei quali mai avrei mai pensato di innamorarmi. In silenzio ho assistito a dibattiti feroci, qualche volta ombelicali, altre volte molto distanti da me per sensibilità e formazione ma ascoltavo e imparavo sempre qualcosa da questi “incontri/scontri” di idee. Ad altri ho partecipato cercando di portare il mio misero contributo. Ho assistito a rotture e abbandoni. Mi sono sentito molto vicino ad alcune firme e ad altre molto molto meno, da alcune ho imparato tantissimo e con altre mi sarebbe piaciuto incazzarmi davanti a un boccale di birra e ci sono poi giornate come oggi che mi piace ricordare un poeta, intellettuale e letterato straordinario come Patrick Karlsen che non sento da una vita intera. Un sito dove convivevano, fra le mille difficoltà e paurosi e noiosissimi scazzi e sensibilità agli antipodi, recensioni entusiaste di Militia e altre che si dedicavano a libri incentrati sulla Shoah e le mie robacce sulla letteratura statunitense. 
In questo maggio 2019 mi chiedo se e dove e quando sarà possibile far rivivere un'esperienza di tale bellezza. 
Risposta: da nessuna parte. 
Motivazione: perché Lankelot, nei suoi propositi e con tutti i suoi possibili limiti (o almeno è cosi' che io l'ho vissuta), era davvero un'agorà dove chi la pensa in maniera diversa non è un nemico da eliminare o far tacere.
Oggi, per come sono messe le cose, credo che verremmo messi all'indice, magari anche perseguiti e perseguitati e chissà che oggi forse molti di coloro che ci scrivevano allora non vorrebbero magari nemmeno scriverci in un sito del genere. 
Qualcun altro ci pubblicherebbe pezzi solo per opportunismo, magari per dare sfogo alle proprie velleità artistiche o smanie di protagonismo  o in cerca di sbocchi lavorativi nel settore editoriale. 
Io so solo che lo spirito di quel sito è cresciuto e vive dentro di me ogni giorno. 
Uno stile di vita faticoso  da portare avanti e da vivere nella quotidianità eppure ricco di incontri, cadute, scontri, dubbi, ferite come quelli che chi si definisce lettore e intellettuale dovrebbe voler sperimentare ogni giorno. 
Mi correggo: che qualunque essere umano dovrebbe voler vivere ogni volta che si alza la mattina.

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Mancano pochi giorni alla chiusura di Radio Radicale.
Ascoltatela qualche volta se vi va.