Archivio blog

mercoledì 23 gennaio 2019

Sfrattati



“Sfrattati. Miseria e profitti nelle città americane” di Matthew Desmond (La nave di Teseo, traduzione di Alberto Cristofori e Premio Pulitzer 2017) è un libro che mi ha demolito, commosso, rapito, scavato dentro e, se vi fidate, vi consiglio di prenderlo in prestito o comprarlo a scatola chiusa

Sono cresciuto in un appartamento in affitto in un condominio dove vive ancora mio padre che se anche avesse voluto comprarlo non avrebbe mai avuto i soldi per farlo ma nemmeno se li avesse avuti lo avrebbe fatto. Fosse stato per mia madre ci saremmo trasferiti ogni anno in giro per l'Europa e il mondo e per farlo sarebbe bastato che mio padre avesse accettato i lavori che gli proponevano piuttosto che rimanere in quella Brianza che loro due, ma anche io e mia sorella, abbiamo sempre odiato. Anzi, un paio di volte dovette pure contrattare col padrone di casa per non farci sloggiare perché ci fu una sequela disastri quasi impossibili da prevedere.

Ci furono alcuni anni molto duri per la mia famiglia ma i miei genitori li affrontarono con una dignità che a ripensarci mi viene da piangere. Adesso vivo in un appartamento in affitto in un grande palazzo svizzero dove quasi tutti sono in affitto perché acquistare una casa in Svizzera è quasi impossibile se non hai un super stipendio, non sei ricco o non hai i genitori che ti hanno lasciato dei soldi. Ho già visto tre case qui in Svizzera e sono sempre state quasi tutte piccole, ridotte, tutte uguali.

Ho visto nella mia vita famiglie che conoscevo sbattute fuori di casa per ristrutturazioni o per mancati pagamenti, altre finire per strada e dissolversi, precetti esecutivi che si accumulavano dentro al cuore, appartamenti disastrosi dove vivevano ammassati fino a due famiglie con bambini, amministrazioni vigliacche, case popolari inabitabili, gente umile che non sapeva come arrivare alla fine del mese, una famiglia che si attaccò al nostro contatore rubandoci l'elettricità e quando furono beccati il capofamiglia, pregiudicato costante, minacciare di morte mia madre. Ho visto tanto altro come un ragazzo ubriaco sfasciare la finestra di un monolocale trasformato in un bilocale dove vivevano due persone a cui volevo bene e che pur lavorando a tempo pieno non potevano permettersi nient'altro in quella città.

Ma non ho mai sentito la necessità di avere una casa di proprietà anche perché mi piacerebbe cambiare casa spesso, spostarmi e a breve per esempio succederà e quindi nuova casa, nuovi mobili, nuovi vicini, nuova strada, magari anche nuova città. E sono uno di quelli che dai propri genitori riceverà in eredità solo degli spiccioli e uno sgombero mobili da organizzare.

Ci sono storie incredibili in “Sfrattati” ma quello che davvero colpisce è come l'autore ha raccontato queste storie ambientate a Milwaukee. Non c'è quella roba chiamata buonismo o lacrime facili, c'è la durezza delle contraddizioni sociali e dei “protagonisti” di queste storie, di uno Stato che non ha minimamente a cuore i propri cittadini e che pensa solo al profitto. Ci sono campi caravan, case invivibili, gente disperata che finisce ai margini e precipita, persone che non si fanno mancare una coda di aragosta perché anche se sei povero vorresti avere quel sapore in bocca, gente che si fa dalla mattina alla sera, amministratori che si dividono fra vacanze e sfratti.

“Sfrattati” è un reportage magnifico che non ha bisogno di immagini o filmati per entrarvi dentro al cuore.


martedì 22 gennaio 2019

Dopo sei giorni


Finalmente dopo sei giorni domani potrò riposare, anche perché almeno fino a stasera non sono ufficialmente a riposo visto che mi aspetto un paio di telefonate sempre di lavoro. Ma intanto è stato bello tornare a casa, mangiare una minestra di verdure preparata dalla mia compagna, sbrigare corrispondenza mail, preparare una serie di lettere da spedire e poi, sfidando il freddo gelido, uscire con le cuffie  e passare in farmacia per il rimborso delle medicine e poi andare in centro, entrare in libreria e acquistare Nevada e Ragioni per vivere (solo racconti, ho bisogno di racconti in questo periodo) e acchiappare una delle ultime copie del domenicale ancora in circolazione. Aprire bocca solo per dire Buongiorno, buonasera, arrivederci e grazie. Cercare di evitare facce conosciute, bar, possibili offerte di aperitivi, chiacchiere. E infine camminare col viso ghiacciato fino a casa da dove uscirò solo giovedì mattina alle cinque per andare al lavoro. Una giornata, domani, da trascorrere interamente sui libri. Nient'altro. 

domenica 20 gennaio 2019

"Il Falco" di Hernan Diaz (Neri Pozza) e altri libri



Mi è stato impossibile durante la lettura de “Il Falco” di Hernan Diaz (Neri Pozza, traduzione di Ada Arduini), finalista al Premio Pulitzer e al PEN/Faulkner Award, alla tragedia delle migrazioni, di quegli uomini, donne, bambini, bambine, giovani che, scappando dalla miseria, fame, guerre, genocidi, sfidano la morte, trovandola purtroppo molto spesso, per raggiungere un mondo migliore e costruire una nuova vita per sé e per i propri cari. Una terra promessa da cui verrano rifiutati o dove vivranno una vita di sofferenze e stenti pur di conquistare la libertà, sicurezze, denaro, lavoro e costruire una casa per i propri figli e nipoti. 

Protagonista di questo romanzo che ho letto qualche settimana fa è un ragazzino svedese, Hakan Sodstrom, che nei primi del Novecento, insieme all'adorato fratello maggiore Linus, parte per raggiungere l'allora terra promessa: gli Stati Uniti, New York. I due si perdono a Portsmouth, in Inghilterra, prima dell'imbarco, e piuttosto che sbarcare a New York, che non conosce una sola parola d'inglese, raggiunge la San Francisco della corsa all'oro. Da quel momento cominciano le tragiche avventure di Hakan, che ormai viene chiamato, per la storpiatura della lingua, Hawk, Falco (succede spesso a molti migranti), e che desidera in tutti i modi raggiungere New York e lo vedremo al seguito, come animale da soma, di una famiglia di cercatori d'oro sprovveduti che lo aveva assistito durante il viaggio in mare, poi sequestrato da una banda di tagliagole con un'anziana megera che lo alleva e custodisce come un tesoro privato, insieme a un scienziato/biologo/scienziato alla ricerca del senso della vita che gli trasmette i saperi della chirurgia e poi incontrando una carovana di pionieri e scivolando sempre più negli abissi di violenze, distruzione, solitudine, soprusi subiti, arresti, follia, voglia di scomparire e di raggiungere un sogno irrealizzabile.

“Il Falco” è un romanzo dove ho respirato le atmosfere metafisiche, rarefatte, crudeli, violenti, spirituali di Meridiano di Sangue, con descrizioni quasi bibliche dei protagonisti/ambienti/accadimenti/esplosioni di sangue che trasporano la narrazione in una dimensione a-temporale.

Diaz fa compiere al protagonista un percorso di decostruzione del sogno del West e del progresso e lo distrugge raccontando, in maniera bizzarra e tragicamente picaresca, della follia della corsa all'oro/denaro/Capitalismo, dello sterminio dei nativi, della criminalizzazione dei diversi, della giustizia che è sinonimo di violenza, della religione utilizzata come strumento di oppressione, della scienza che libera l'uomo ma che non sa dare tutte le risposte. È come se durante tutto il romanzo ci dicesse: non c'è una Terra Promessa e ha senso vivere questo orrore? E questo orrore che cova dentro l'uomo è qualcosa che non potremo mai sconfiggere? 
Ci sono passaggi di questo romanzo così terrificanti che sembrano proprio aprire degli squarci nella carne del lettore e  si viene inondati da un carico di dolore di cui quasi si ha voglia di farsi carico pur di far stare meglio questo gigante svedese che si aggira come un bambino in un mondo putrido e senza speranze.
Hawk ha una sola speranza: scomparire nelle lande gelide e desolate dell'Artico per cercare di tornare a casa. 

...












Due spunti sul reddito di cittadinanza e finalmente Sharon Van Etten

Non sono un grande amante del lavoro anche se quando ho avuto un impiego ho sempre lavorato tantissimo e ho cercato di dare il mio meglio. 
Senza lavoro sto benissimo, anche se poi il mondo del lavoro (conosco un certo tipo di mondo del lavoro: quello della produzione, dei servizi, pulizie e ho svolto sempre lavori molto umili) lo conosco bene visto che ho avuto e ho parenti e amici ben addentro anche nei processi di trasformazione del mondo del lavoro e allora resto sbigottito quando sento addurre come giustificazione per il reddito di cittadinanza che i posti di lavoro stanno per scomparire e i cittadini dovranno essere sempre più aiutati economicamente per vivere. 

Affermazioni del genere sono pressapochiste e anche frutto di una certa ignoranza ma soprattutto dimostrano la consueta sfiducia nel futuro e in generale una totale mancanza di progettualità e volontà di trasformazione. 

È sempre più facile distribuire soldi e promesse che sarà sempre qualcun altro a pagare piuttosto che mettersi a ragionare seriamente sul futuro.

Il mondo cambierà e sta cambiando ed è ovvio che tanti lavori spariranno e altri resteranno come nicchie, magari di qualità, ma questo accade da sempre, triste dirlo, ma è così e a meno che non vogliamo fossilizzare l'epoca che riteniamo la migliore possibile (credete davvero che ne esista una?) e riportare indietro le lancette del tempo e ibernarle fino alla fine dell'eternità, ci toccherà affrontare questi cambiamenti cercando di renderli il meno indolori possibili.

Personalmente auspico che lo Stato, inteso (in maniera molto sommaria) come comunità fatto di pluralità di soggetti con interessi/idee/provenienze diversi, si assuma consapevolmente la responsabilità di queste trasformazioni senza però trasformarsi nello Stato Famiglia a cui chiedere ogni cosa, anzi favorendo la libertà delle persone. 
Uno stato insomma che possa garantire un presente e un futuro dignitosi senza per questo trasformarsi in un Stato Assistenziale, iperliberista o che nazionalizza ogni aspetto della nostra vita. 
Più che di soldi, ovviamente necessari per aiutare le persone in difficoltà, servirebbero investimenti e progetti seri e mirati nella scuola e nella formazione, una rivoluzione completa del welfare state, fondi per la riqualificazione continua, incentivi/sgravi/agevolazioni per coloro che decidono di aprire un'attività e mettersi in proprio e una burocrazia sicuramente più leggera, un fisco più giusto ed equo anche per i cittadini come me che non possono scaricare nulla e che praticamente nemmeno possono evadere e che dalle tasse ricevono servizi spesso scadenti, una cornice legislativa che possa garantire la nascita di realtà, serie, no profit.

E soprattutto uno Stato che non diventi un agglomerato informe completamente votato al Turismo e che non sopravviva grazie all'aiuto dei pensionati o all'azione sostitutiva del volontariato.

Forse sono un sognatore e leggo troppi libri ma a quarant'anni, e vi ribadisco che sono a tutti gli effetti un proletario, respiro il bocciolo di lavori che arriveranno in futuro.

Sapete perché lo scrivo?

Perché mi basta vedere come si è modificato in questi anni il lavoro di due archeologi, mia sorella e suo marito, con l'arrivo della tecnologia che da un lato li ha costretti ad apprendere nuove competenze ma nello stesso ha offerto loro possibilità di studio e ricerca prima impensabili.
Oppure le trasformazioni nel cinema e alcune competenze che sono stato obbligato a imparare per poter continuare a lavorare e anche osservando alcuni elettricisti di ultima generazione che sembrano più dei tecnici che gli elettricisti per come li ricordavo io.

Più li ascolto e più mi convinco che invece gli esponenti dell'attuale governo (i precedenti non erano migliori) ignorano volutamente il mondo della scuola e del lavoro. Come se vivessero in un pianeta chiamato Rete o spot.

Ieri parlavo con mio padre proprio di lavoro e ogni suo discorso era un'interconessione con mille altre settori, trasformazioni, difficoltà, adeguamenti, fallimenti. 
Ogni volta che mi parlava delle attività che aveva svolto non poteva che parlarmi di questo o di quell'altro settore necessari allo sviluppo delle sue idee, con grande ammirazione anche per ambiti tecnici molto diversi dal suo ma lo faceva sempre in un'ottica di trasformazione e miglioramento continuo.
Nelle sue parole c'erano preparazione scolastica e tecnica, interesse per le nuove idee, curiosità, sconfitte, disastri, baratri ma anche quella sana incazzatura di non poter assistere alle nuove strade della moda e del settore chimico/tessile.

Poi certo, come già scritto sopra, ciascuno può pensare che non si debba per forza cambiare e che tutto debba restare in un certo modo perché é meglio così e rispetto chi ha questa posizione, ci mancherebbe altro e pure io amo tantissime cose del passato. 

Ma io non sono quel genere di persona che vorrebbe vivere in un mondo che non cambia mai.


....


Finalmente è uscito il nuovo disco di Sharon Van Etten, "Remind Me Tomorrow" (Jagjaguwar). Sono molto affezionato a questa cantante statunitense che seguo fin dalle sue prime cose e sono molto ma molto contento di questa sua svolta e la copertina è magnifica. Aspetto di comprare il cd in un negozio. Nei prossimi giorni lo farò anche per i nuovi album di Massimo Volume e Be Forest. Voglio avere tra le mani l'oggetto fisico. 



mercoledì 16 gennaio 2019

Grunge, Anni Luce, Andrea Pomella




Sono stato (e lo sono ancora oggi nel cuore e come ascolti preferiti) un grunge anche se poi quando ero un ragazzino il grunge era a un passo dalla decadenza. 
I Nirvana, in particolare Bleach e In Utero, sono il gruppo della mia vita e sono uno di quelli che, restando ai nomi più noti, ho sempre preferito Nirvana e Alice in Chains a Pearl Jam e Soundagarden. 
Di quegli anni, di paura, furori, amicizie svanite, depressione, del passaggio traumatico all'età adulta e del rapporto viscerale coi Pearl Jam (i primi tre album , Ten, Vs, Vitalogy) racconta il sofferto “Anni luce” di Andrea Pomella (add editore) e che vi consiglio se amate la musica, se avete vissuto come me forse l'ultima esplosione rock della storia della musica e avete vissuto e vivete ancora quel certo tipo di sofferenza che non ti si stacca mai di dosso. 

Andrea Pomella è un autore da tenere d'occhio anche per il suo “L'uomo che trema" (Einaudi).

Trascrivo un brano che restituisce perfettamente anche il mio modo di approccio alla musica:

Insomma, non potevo definirmi un fan dei Pearl Jam perché forse ero qualcosa di più. Il fan è accecato dai propri idoli, non mantiene per sé uno spazio di lucidità critica, è pronto a immolare se stesso e i suoi affetti concreti in nome della propria sfrenata devozione. Non possedevo la stoffa dell'idolatra, e quindi tenevo a distanza ogni tentazione di paganesimo. Eppure, attratto come ero dalle storie, mi chiedevo perché non avessi alcun interesse per le biografie dei Pearl Jam, cosa che invece capitava quando avevo a che fare con i miei amati scrittori americani. Nel caso dei Pearl Jam, tutto ciò di cui avevo bisogno era già lì, nelle canzoni. La mia sete veniva placata semplicemente da un disco. Non mi serviva altro. Immagino che questa sia, tra le varie forme di godimento artistico, la più perfetta. La mia passione per la musica dei Pearl Jam era fine a se stessa. La sofferenza del fanatico è invece il prezzo da pagare per la propria soddisfazione. Per colpa di questo prezzo, la gioia stessa dell'esperienza artistica diventa sterile, la fame inesaudita genera forme di dipendenza, e così i desideri non trovano conforto. Se fossi stato un fan dei Pearl Jam, i momenti di bellezza intensa e sfavillante dati dall'ascolto delle loro canzoni si sarebbero corrotti, e la proiezione compiuta che in esse trovavo della mia vita si sarebbe sfocata. La musica dei Pearl Jam si sovrapponeva all'individuo sociale che ero, le loro canzoni riproducevano esattamente la mia visione delle cose, e non lo facevano solo attraverso i testi, ma soprattutto attraverso il suono, quel suono lancinante riprodotto dagli strumenti e dalla voce di Vedder. Non mi importava dunque il nome dei Pearl Jam in sé, mi importavano alcune cose che esso mi evocava e che ogni lavoro diventasse al primo ascolto l'intermediario obbligatorio per l'acquisizione della mia consapevolezza del mondo, che portasse a galla i sintomi della mia costernazione, dei miei traumi, della mia angoscia, che fosse il grimaldello capace di forzare la scatola magica del mio gusto, e che abbellisse, accanto alla coscienza del dolore, i momenti più cupi della mia gioventù.” (pp. 69-79)


Quest'anno faccio quarant'anni e quando mi rimetto ad ascoltare il grunge è come se fossi nato e vissuto in un'altra epoca, in un altro mondo e mi riaffiorano davanti volti di ragazzi e ragazze che mi hanno regalato una vita intera. Non sento il bisogno di ritrovarli, di rivederli perché mi basta attaccare lo stereo o infilare le cuffie per ritrovarmeli qui davanti e sorridere con loro.


martedì 15 gennaio 2019

Un'infermiera e Urali

Maurizia (nome di fantasia) è l'infermiera a domicilio che assistette mia madre durante la malattia. Una donna vulcanica, bellissima, venezuelana ma anche silenziosa, delicata, complice. Una di quelle donne che sa donare a pazienti terminali squarci di vita luminosa, speranze quotidiane fatte di discorsi, attualità, caffè. La ricordo mentre medicava le ulcere sulla schiena, sulle gambe, sulle braccia di mia madre, le disinfettava la ferita della colostomia, le asciugava le lacrime e le raccontava di avventure, di famiglie brianzole piene di stronzi, di dottori imboscati.
Oggi l'ho rivista nell'ambulatorio del mio piccolo paese.
Sprizzava sesso da tutte le parti mentre mi medicava il dito.
Lei è una di quelle donne che ti parla apertamente di sesso, auspicando relazioni possibili per mio padre (magari lei?, non sarebbe male), prendendosela con la maleducazione di molti pazienti, spingendomi a partire per il Sud America.
Io so solo che il mio dito stava benissimo fra le sue mani.

Ovviamente pure lei mi ha fatto il culo per varie cose.
Quasi tutti quelli che incontro mi fanno il culo quando comincio a parlare e a tenere la bocca chiusa.
Ma lei sarà per sempre una delle pochissime persone alle quali glielo concederò, senza rispondere.

....

Sono uno di quelli che nutre una venerazione assoluta per "Persona" di Urali e da poco è uscito l'ultimo disco di Urali "Ghostology" di cui ho ascoltato per bene solo qualche canzone ma che sembra promettere grandi cose


....


sabato 12 gennaio 2019

Chi voterò alle prossime europee e poi di spiagge luganesi, aria stantia, qualche libro,


Le elezioni europee si avvicinano e dopo una vita intera tornerò a votare e il mio voto andrà a Stati Uniti d'Europa. Tutto ancora ben da definire ma se vi interessa potete leggere questa intervista a Maurizio Turco, presidente della Lista Pannella e legale rappresentante (oltre che uno dei quattro coordinatori della presidenza) del Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito: "Maurizio Turco: "Stati Uniti d'Europa e rosa nel pugno, i nostri vaccini per l'alternativa""


............




-l'ipotesi di spiaggia luganese-

A Lugano e dintorni è molto difficile trovare accessi liberi al lago per potersi tuffare e sdraiarsi senza pagare. Certo, i lidi della mia zona, sono splendidi ma io preferisco non pagare per potermi tuffare. Alcuni giorni fa un linguista ha espresso il sogno di una croisette luganese, insomma di trasformare il lungolago e costruire delle vere e proprie spiagge. Su questo sogno/progetto, sui suoi costi/fattibilità e sul senso generale non voglio più di tanto addentrarmi (a me per esempio questo voler rimodellare alla Rimini non mi convince molto, preferirei qualcosa di piu' selvaggio, sassi o erba magari) ma sapevo che ci sarebbe stato qualcuno che avrebbe protestato e sapevo che sarebbero stati quelli che vedono con orrore l'arrivo di bagnanti in centro, magari orde di ragazzini delle periferie, buzzurri immigrati con la brace e lo stereo. 

Ok, anche io detesto quel genere di casino e infatti evito un certo posticino del lago che d'estate si riempie di griglie, cani, stereo e non ci si può muovere ma ho sorriso quando ho letto dell'orrore di qualcuno per la possibile presenza in centro/Piazza Riforma (la piazza del comune a due passi dal lago) di bagnanti con ombrellone, infradito, costumi e ho ripensato a come invece questa gente non abbia mai provato orrore per gli evasori che portavano i soldi nelle banche svizzere, che spendevano nei negozi di lusso e giocavano al Casinò, per tutti quei magnati di provenienza dubbia che spostano la residenza fiscale in Svizzera per godere di tutti i possibili vantaggi e se ne fregano di tutto.
Quanta ipocrisia...

.


Sempre in questi giorni accendendo la tv o leggendo i giornali mi sembra di vivere in una specie di remake della mia infanzia-adolescenza o robe che sento da vent'anni. 
Quei suoni, quei nomi, quel sottofondo, quelle facce, quelle robe che un po' mi hanno anche rotto i coglioni, al di là che mi possano piacere o no ( ci sono cresciuto): e andiamo coi vent'anni della morte di De André e quelli che cercano il suo erede, Claudio Baglioni, Bruno Vespa, Pupo, Beppe Grillo, Vincenzo Mollica, le questioni sulla Tav e intanto si sta per volare su Marte, Holly & Benji, Lupin, i Puffi (sembrano scomparsi completamente i robottoni) discussioni sui vaccini e sull'Aids, Freddy Mercury, quanto ci aveva visto giusto Gaber, Forum e vai con la solita grandezza di Pasolini, Michelangelo, Dante, Caravaggio, Socrate, Platone, la tragedia greca, gli appelli di Corrado Augias a studiare, come se non ci fossero scrittori contemporanei da leggere c conoscere e poi Berlusconi, Maroni che aveva promesso il bollo, le Pensioni ed è da quando son nato che ogni anno sento parlare di pensioni e pensionati e arrivederci.

E lo so che c'è la rete, che ci sono grandi novità, nuovi cantanti, telefilm, serie tv, dischi, mostre e che c'è di tutto ovunque ma la sensazione prevalente è quella di aver lasciato (anche se continuo a frequentarlo) un Paese immobile  e che è anche un po' felice di vivere nella culla delle rassicurazione, rivolto quasi sempre a un passato volutamente rimodellato per non affrontare i cambiamenti, incapace di vivere una contemporaneità rinnovata e aperta alle nuove generazioni, del tutto restia ad abbracciare quel presente inascoltato/nascosto/celato/vilipeso che possa finalmente tracciare una nuova strada verso il domani.


E comunque visto che sono cresciuto con De André: "Tutti morimmo a stento" è il suo album che mi è sempre piaciuto di più.

-----

Quattro libri in arrivo che mi sono segnato:


-esce il 31 gennaio e di lui ho amato "Iron Towns"


-qui-


-qui-


-qui-

................