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sabato 17 novembre 2018

Cani sciolti e il Sessantotto



Sono molto affezionato a Gianfranco Manfredi, alle sue opere e alle sue canzoni. 
Il suo Magico Vento (insieme a Nathan Never/Mister No/Ken Parker/La Storia del West) è il mio fumetto) mi ha permesso di sopportare tante giornate schifose perché mi sono fidato di lui di sin dalla prima uscita e l'ho seguito fino alla fine, una fine che oso dire insoddisfacente (mi sono sentito davvero tradito) ed è per questo amore e dedizione che ho acquistato immediatamente la copia di “Cani sciolti” pubblicata dalla collana Audace di Sergio Bonelli. 

Ambientato negli anni della contestazione/Sessantotto ho particolarmente apprezzato questa prima uscita soprattutto per la sua ambientazione milanese, per il realismo con cui racconta quei particolari eventi, perché ho riconosciuto all'istante tutti i luoghi dove è ambientato il fumetto e perché amo visceralmente Milano e in questo fumetto Milano vive di una luce bellissima.

Mentre lo leggevo ho pensato all'impatto che ha avuto il '68 e in generale gli anni Sessanta e Settanta sulla mia famiglia e ho pensato in particolare a mio zio, il fratello di mio padre, morto nel 1997. Durante quegli anni visse l'occupazione della Statale di Milano dove allora studiava Scienze Politiche, i processi ai professori, gli scontri in piazza e tanto altro. Per lui gli anni Sessanta furono principalmente anni di ribellione generazionale libertaria, di rottura col passato e il presente. Lui e mio padre avevano frequentato le medie in un collegio salesiano a Treviglio, poi mio padre frequentò il Setificio a Como mentre mio zio  ci rimase fino alla seconda ginnasio per poi trasferirsi al Collegio Gallio di Como per terminare il Classico. Entrare alla Statale e l'esplosione del Sessantotto furono per lui vivere una liberazione totale, respirare un'aria diversa da quella che aveva respirato per tanto tempo. Idee, letture. Furono le donne. Un sacco di donne, mi disse. Furono la musica. L'istinto libertario. E lui e mio padre si sono sempre somigliati in questo e infatti erano amici e fratelli inseparabili di avventure e politica.
Tutti e due insofferenti al vecchiume, ai baroni, alla polvere, alla religione, alle tradizioni, antifascisti ma anche profondamente anticomunisti visto la loro identità azionista/repubblicana/liberale/socialista. 
Odiavano la guerra in Vietnam ma non amavano molto i comunisti vietnamiti e non coltivarono mai il mito di Cuba o della Cina. 
Si sentivano lontani dai furori ideologici e parteggiavano per le lotte dei Radicali. Mio zio e anche mio padre videro nel '68 la possibilità di rinnovare i costumi ma anche di ribaltare le consuetudini di un Paese intero e del piccolo paese dov'erano cresciuti. 

Per mio zio quanto accadde a Praga fu un evento doloroso che non dimenticò mai e fino all'ultimo cercò di spiegarmi che essere anticomunista non significava essere per forza fascista, reazionario, bigotto e nei suoi modi e nella sua furia pannelliana incarnava un anelito azionista, radicale e repubblicano che in questi anni è stato quasi completamente annientato.

Mi manca molto zio perché, seppure fosse una persona ingombrante, coltissima, ricca, conosciuta era sempre il primo ad ascoltarci, cullarci, stimolarci ma soprattutto era colui che restava in silenzio ascoltando le ragioni altrui e rifletterci sopra. 
Gli piaceva portare mio padre e tutti noi nell'orto di casa che cercava invano (lo spirito pratico non fa parte della nostra famiglia) di curare per poi discutere, ascoltare, chiedere scusa e consigli. 

C'è una bellissima foto che lo ritrae mentre ascolta a capo chino mio padre che probabilmente gli fa capire di averla sparata troppo grossa in qualche questione. 

Non potrò mai dimenticare quando dopo le varie vertenze, i problemi nelle fabbriche negli anni '90 (oggi lo si potrebbe paragonare a una specie di Bentivogli della Cisl mescolato a Sgarbi) arrivava a casa nostra e parlava con mio padre e con mia madre, i suoi due migliori amici, e poneva a mia madre, entrata in una fabbrica a 13 anni, tutta una serie di domande molto concrete sulla condizione dei lavoratori e su come lei si sarebbe comportata in determinati frangenti o avrebbe risposto ad alcune domande e la ascoltava prendendo appunti e poi passavano delle ore a parlare, discutere, litigare, bevendo birra, vino e fumando pacchetti di sigarette e ridendo di stronzate. Quanto li ho sentiti ridere loro tre. 

A me piace sempre ricordare quell'aneddoto che vede mio zio che nel '69, in clamoroso ritardo, porta mia madre alla stazione Centrale di Milano per raccogliere mio padre in licenza che arrivava da Roma e che lo fa superando tutti i semafori rossi. Seduto nei sedili posteriori c'é l'altro mio zio quindicenne, imbufalito, spaventato e urlante. 
La volta che chiesi a mia madre com'era andata quella sera, mi sembrò di essere in compagnia di Uma Thurman: Sì, vabbè, avevamo bevuto tutti un po' ma sai come vanno le cose, mi rispose.

Il viaggio di ritorno fu la stessa identica storia con tutti i rossi a 150 all'ora per arrivare a casa in fretta. 

Quando sono arrivati tua madre indossava una minigonna millimetrica e le zeppe e aveva una sigaretta in bocca, tuo padre rasato a zero e i tuoi zii coi capelli lunghissimi. Tuo padre, tua madre e tuo zio ubriachi persi” mi ha raccontato una persona. 

Per me il '68 sono lui, mio padre, mia madre e i miei nonni che finalmente provarono emozioni nuove o ne rinnovarono altre mai veramente scoperte o vissute. Qualcuno li prenderebbe per dei borghesi. Ma è tutta gente che nella propria vita non ha fatto altro che lavorare, soffrire, star male, combattere e sentirsi dannatamente soli su questa Terra.


venerdì 16 novembre 2018

"Donna lakota" di Mary Crow Dog / Richard Erdoes (Marco Tropea Editore)


Rileggere “Donna lakota” di Mary Crow-Dog e Richard Erdoes (Est, traduzione di Marco Massignan) mi ha fatto vivere le medesime emozioni della prima volta che lo lessi. Lo trovai così per caso in una biblioteca quasi vent'anni e me ne innamorai ma soprattutto trovai per la prima volta (poi arrivarono altre opere) un libro che mi parlasse dei Nativi americani di oggi, della durissima vita nelle riserve flagellate dall'alcool e dalla droga, dei continui soprusi e ruberie di ogni genere di autorità statale, del razzismo, dell'impunità della polizia, dell'American Indian Movement e dell'occupazione di Wounded Knee, luogo simbolo per i Nativi americani e teatro di una spaventosa carneficina nel 1890 con più di trecento morti fra donne, vecchi, bambini, guerrieri che si erano arresi. Cadaveri congelati che furono buttati in fosse comuni. 

In questo libro autobiografico Mary Crow-Dog racconta il suo percorso di liberazione e di autocoscienza come Lakota e come donna, la difficile scoperta/riscoperta/riappropriazione di un'identità negata dai Bianchi e dalla Chiesa, delle tradizioni ancestrali, della lingua, della storia. È un libro commovente e doloroso  ma anche pieno di rabbia e voglia di libertà, di amore e lotta.

A rileggerlo oggi ho compreso con maggiore chiarezza e partecipazione il ruolo genocida avuto dalla Chiesa. Altro che pubbliche scuse del Papa...l'orrore delle scuole indiane (ma potrei dire in tutto il mondo) dove i religiosi trattavano i nativi come delle bestie di satana da spersonalizzare impedendogli di parlare la propria lingua, di professare la propria religione, di giocare, di correre è qualcosa di assolutamente spaventoso che dovrebbe far tacere per sempre il Papa e tutte le congregazioni religiose di questo mondo.

Vi lascio l'inizio del libro:

Sono Mary Brave Bird. Quando partorii mio figlio durante l'occupazione di Wounded Knee mi diedero un nome speciale: Ohitika Win, Donna Coraggiosa, e mi legarono una piccola piuma d'aquila fra i capelli intonando per me canti dei cuori impavidi. Sono una donna della Nazione Rossa, una donna sioux. E non è una cosa facile.
Ebbi il mio primo figlio durante uno scontro a fuoco, mentre i proiettili entravano da una parete e uscivano dall'altra. Quando il mio bambino aveva soltanto un giorno di vita e i federali ci attaccarono sul serio, lo avvolsi in una coperta e cominciai a correre. Cademmo a terra un paio di volte. Facevo scudo a mio figlio con il mio corpo e pregavo: “Non importa se io muoio, ma ti supplico, fa' che lui viva”.
Quando uscii da Wounded Knee non venni nemmeno medicata, mi sbatterono in carcere a Pine Ridge e mi portarono via il bambino. Non potevo allattarlo. Il seno si gonfiò e divenne duro come pietra; il dolore era lancinante. Nel 1975 i federali mi misero la bocca dei loro M-16 sulla tempia, minacciando di farmi saltare la testa. È duro essere una donna indiana.
La mia migliore amica era Annie Mae Aquash, una donna giovane dal cuore forte con due belle bambine, originaria della tribù Micmac. Non è sempre saggio per una donna indiana dire le cose a voce troppo altra. Annie Mae venne trovata morta nella  neve in fondo a un burrone nella riserva di Pine Ridge. La polizia disse che era morta per congelamento, ma aveva un proiettile calibro 38 in testa.
L'FBI le amputò le mani e le spedì a Washington per l'identificazione delle impronte digitali, mani che avevano aiutato mio figlio a venire al mondo.
Anche mia cognata, Delphine, una brava donna che aveva fatto una vita durissima, venne ritrovata morta nella neve, le lacrime ghiacciate sul volto. Un ubriaco l'aveva picchiata, spezzandole un braccio e una gamba, e l'aveva lasciata a morire nella tormenta.
Mia sorella Barbara andò all'ospedale statatela di Rosebud per partorire, e quando uscì dall'anestesia scoprì di essere stata sterilizzata contro la sua volontà. Il bambino sopravvisse soltanto due ore, e lei voleva così tanto avere dei figli. No, non è una cosa facile.
Quand'ero bambina, al collegio di St. Francis, le suore cattoliche ci battevano con una frusta da calesse per quella che chiamavano “disobbedienza”. A dieci anni riuscivo a bere mezzo litro di whisky senza rimettere. A dodici le suore mi picchiarono perché “ero troppo libera col mio corpo”. Tutto quello che avevo fatto era stato camminare mano nella mano con un ragazzo. A quindici anni fui violentata. Se avete in mente di nascere, assicuratevi di nascere bianchi e maschi.
Non sono gli eventi grandi e drammatici che ci abbattano, ma semplicemente il fatto di essere indiani, di cercare continuamente di aggrapparci al nostro modo di vita, alla nostra lingua e ai nostri valori, circondati come siamo da una cultura estranea e più potente. È l'essere una iyeska, una mezzosangue, che viene guardata con disprezzo sia dai bianchi sia dai nativi di sangue puro. È l'essere una ragazza dei boschi che vive in città, costretta a rubacchiare nei negozi per sopravvivere. Soprattutto è l'essere una donna. Presso le tribù delle pianura, alcuni uomini pensano che tutto ciò che una donna sa fare sia scivolare nel letto con loro e occuparsi dei bambini. È una compensazione per ciò che la società bianca ha fatto loro. Un tempo erano guerrieri e cacciatori famosi, ma ora il bisonte è scomparso e non c'è molto di esaltante nel mettere in tavola un barattolo di senape o le lepri catturate di tanto in tanto.
In quanto all'essere guerrieri, l'unico modo in cui alcuni uomini riescono a contare colpo al giorno d'oggi consiste nello spaccarsi la faccia durante le risse al bar. Ai vecchi tempi un uomo si faceva un nome da solo se era generoso e saggio, ma oggi non c'è nulla con cui essere generosi, niente lavoro, niente soldi; e per quanto riguarda la saggezza tradizionale, i missionari, gli insegnanti e i datori di lavoro bianchi dicono ai nostri uomini che è soltanto superstizione da selvaggi della quale si devono liberare se vogliono farcela in questo mondo. Gli uomini sono comunque costretti a vivere lontani dai propri figli, in modo che la famiglia possa ricevere gli aiuti per i figli a carico. E così alcuni guerrieri tornano a casa ubriachi e picchiano la moglie per scaricare la loro frustrazione. So da dove vengono. Mi dispiace per loro, ma mi dispiace ancora di più per le loro donne.” (pp. 7-9)

Una lettura da associare a questa.


giovedì 15 novembre 2018

Finalmente - Premio Chiara a Enrico Remmert


Io sono impazzito per Vollmann sin dalla prima sua pagina che ho letto. Sono uno di quelli che vorrebbero che i suoi Seven Dreams vengano tradotti tutti ma non in maniera dispersiva. Vorrei incontrarlo e offrirgli un bicchiere di Chasselas.

Adesso esce per Minimum Fax "I fucili" ma poi cosa accadrà? Tutto il resto dei titoli usciti per Alet e ormai fuori catalogo dove finiranno e i prossimi a essere pubblicati e scritti?

Lo so che per molti dovrei occuparmi di questioni piu' importanti ma son fatto a questo modo e non ci posso far niente e nemmeno me ne frega di cambiare. 
Trascorro tutta la giornata a lavorare, faticare, a combattere contro la depressione e il dolore, a inventarmi un motivo per alzarmi dal letto e per non restarci mandando a fanculo tutto e tutti, a trovare le forze per indossare le tracce dell'uomo patetico che si lamenta e odia tutti e continua a lavorare, svolgere i suoi compiti, ricordare il passato.

Nel tempo che ho a disposizione leggo, scrivo, ascolto dischi, apro giornali e sottolineo passaggi di articoli che mi interessano, scarico podcast di Radio Radicale da ascoltare in cuffia, cammino sul solito percorso lungofiume, sogno Stegna e di avere ginocchia sane e un giorno di avere un cane e imparare a cavalcare. 

Una bambina oggi mi ha chiesto fuori dal lavoro: "Perché piangi?"
"Ho avuto una brutta giornata"
"Io ho solo la mia mamma"
"Tienitela stretta e oggi è arrivato il sole..."

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Sono davvero contento che il Premio Chiara sia andato quest'anno a Enrico Remmert.


Ne avevo scritto qui qualche tempo fa anche qui sul mio blog ma soprattutto cercate Piero Chiara nelle biblioteche e nelle librerie. Riscopritelo.


mercoledì 14 novembre 2018

Jennifer Haigh, i dischi che ascolto, una ragazza di Roma


Sulla mia scrivania è un periodo di grande confusione, letture multiple da chiudere e opere immense da tornare a leggere e sto parlando per esempio di Guerra e Pace o Le avventure di Augie March ma mi è capitato in questi giorni di leggere il romanzo di Jennifer Haigh "L'America sottosopra" (Bollati Boringhieri, traduzione di Mariagiulia Castagnone) ambientato in Pennsylvania. Un'opera avvincente, dolorosa, ricca di sfumature e che ruota tutto attorno al problema del fracking e delle conseguenze che questo tipo di estrazione di gas ha sul pianeta e sulle persone che vivono nei territori sfruttati e distrutti dalle compagnie. Non aspettatevi un'opera consolatoria, anzi. In queste pagine si vive un'atmosfera talmente cupa e dolorosa che potrebbe venirvi voglia di chiudere tutto e passare ad altro. Commettereste un errore imperdonabile nel farlo. 

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Mi dicono sempre che ascolto musica strana e questi sono i dischi che mi stanno facendo impazzire negli ultimi tempi:


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Nel mio palazzo s'è trasferita da qualche mese una ragazza di Roma con suo marito che ha trovato lavoro qui in Ticino. Ieri ci siamo visti in zona lavanderia e mi ha raccontato che non si è ancora abituata ai mezzi di pulizia delle strade che passano sin dal mattino, anche alle domenica e nei festivi alle cinque e mezza di mattina. Era semplicemente stravolta da questa consuetudine. Oggi per esempio al primo vero giorno di sole dopo venti lunghi giorni di pioggia, tutte le strade e i marciapiedi sono stati ripuliti perfettamente dalle foglie e dai rami. Nei giorni scorsi di pioggia battente sin dalla 5 e 30 ho visto coi miei occhi gli spazzini che pulivano tombini e scarichi per favorire il deflusso dell'acqua. Nei giorni precedenti si erano pulite le rive del fiume.
Vivo in un Paese pieno di contraddizioni e ipocrisie ma che sa agire, seppur con tutte le difficoltà ed errori del caso, razionalmente nell'affrontare i tanti problemi di una città complessa.
In realtà non è che tornando nel mio paesino le cose siano diverse anche se il mio paesino fa schifo da sempre e vive grazie alle compensazioni delle industrie: la scuola in cambio dell'inquinamento dell'aria e dello sfruttamento del suolo.
Questo non vuol dire che lo stato di salute di un Paese lo si veda dalla pulizia delle strade o dalla cura dei tombini, tutt'altro, e potrebbe essere sicuramente tutta una facciata (e ripeto, qui e in tutto il mondo si è abituati a nascondere molte cose sotto il tappeto) ma di sicuro è l'espressione viva di una concretezza che non si prende pause e rispetta i cittadini che vivono in quel determinato comune e quartiere. Sono sei anni che vado al lavoro a piedi ancora prima che sorga il sole e sono quasi due chilometri da casa mia al Cinema e supero tutta una zona isolata, passando lungo il fiume, accanto a un cimitero, grandi parcheggi Park & Ride ancora deserti, campi da calcio e lo stadio del FC Lugano con le luci spente, piste ciclabili, il percorso vita e ho sempre camminato con lampioni funzionanti, niente immondizia in giro e trovo spesso ragazzine che camminano tornando dalla discoteca, gente che corre lungo il fiume, donne e uomini e vecchi a spasso col cane, turisti che aspettano alla fermata del bus.
E badate che io vivo nella periferia di Lugano.
Passero' per un benpensante ma camminare la mattina presto accanto a un fiume con le rive curate, niente immondizia in giro e gli alberi seguiti quotidianamente mi fa respirare e sentire meglio.

E comunque la ragazza romana, suo marito e anch'io (nel mio piccolo) avremmo votato tutti e tre per la liberalizzazione nel referendum sull'Atac.

domenica 11 novembre 2018

"Manuale per ragazze rivoluzionarie" di Giulia Blasi (Rizzoli)


Leggere “Manuale per ragazze rivoluzionarie. Perché il femminismo ci rende felici” di Giulia Blasi (Rizzoli) è stato quasi un rito purificatorio e anche un grande sballo in questi giorni di pioggia, schiena e ginocchia rotte e tanti, troppi alcolici.

Mi sono sentito bene mentre lo leggevo. 
Molto bene e scosso, pungolato, messo alla berlina, accarezzato anche, pure molto divertito.
E voi direte, Cazzo ma sei un maschio, come cazzo fai a leggere e a scrivere di un libro femminista?
Non lo so come fare a spiegarvi quanto questo libro sia bello e scritto in maniera divina e allora ho cercato di scrivere per punti la mia esperienza di lettura, con una chiusa finale polemica verso una certa categoria di persone:

-quando ho acquistato il libro di Giulia Blasi il commesso della libreria mi ha sorriso e poi mi ha chiesto se volevo un pacchetto regalo, No, altro sorriso mezzo di scherno. Probabilmente due libri scritti da donne in un colpo solo erano un po' troppo per lui (l'altro libro era “L'America sottosopra” di Jennifer Haigh), poi sono andato alla fermata dell'autobus e intanto mi si è scaricato l'iPod (stavo ascoltando Konoyo di Tim Hecker)  ma non mi sono levato le cuffie. La copertina rosa ha subito attirato lo sguardo di un trio di ragazzine che ignare del fatto che potessi ascoltarle hanno deciso nell'immediato che, in ragione del libro con la copertina rosa che tenevo fra le mani, potevo essere solo un gay o un trans di qualche tipo e giù battute. Sul bus non è andata meglio con la donna con  Repubblica e sacchetto della spesa di Gabbani (è uno dei negozi di alimentari, e non solo, più costosi di Lugano) che mi guardava come si può guardare un possibile rapinatore. Sei un Frocio-Gay, Sei una donna mascherata con barba? Io non ce l'ho con voi però ...sembrava volermi chiedere. Il mio starnuto rumoroso l'ha fatta sobbalzare sul sedile tanto era in uno stato di tensione. O forse era la parola Femminista a metterla in agitazione, chissà avrà pensato alla figlia, Oh, mioddio, ti prego fa che mia figlia non sia una femminista
-leggendolo ho pensato alla mia famiglia dove il ruolo femminile è stato ed è ancora decisamente fondamentale. La mia nonna paterna che praticamente resse sulle sue spalle tutto il peso dell'albergo dei parenti del marito e che prima aveva cresciuto una famiglia in tempo di guerra mentre suo padre, socialista, stava in sanatorio e che non aveva mai amato le casalinghe e nemmeno le maestre. La mia nonna materna, sottoproletaria, lesbica non dichiarata, cattolica praticante ma aspirante socialista, donna che leggeva e non smise di girare l'Italia anche a 85 anni, che parlava con mio padre di calcio e vacanze e raccontava favole a tutti i bambini dei palazzi. Mia madre che ha cominciato a lavorare in nero a 13 anni, che voleva essere una maestra e ci ha comprato libri e sognava Losanna, Londra, la Colombia dove, se fosse stato per lei, la nostra famiglia si sarebbe trasferita negli anni Ottanta
-ho pensato all'amore di Hitchens per Margaret Tatcher e alla sua bravura di scrittore nel raccontare il loro incontro
-ho cercato di ricordare le persone che dall'asilo alla maturità non mi diedero del mammone e non  sono riuscito a trovarne nemmeno una. Invecchiando tutti mi dicono che ho lo stesso sguardo dolente di mia madre mentre altri pensano che mia madre sia morta per colpa mia
-ho pensato che nelle corde di Giulia Blasi ci sia un grande romanzo che non ha ancora scritto anche se quello che ho letto mi era piaciuto molto
-ho pensato a mia sorella. Mia sorella con la quale non condivido niente ma che ha dovuto scontare nell'ambiente dell'archeologia il suo essere donna in un mondo maschile, il suo scontrarsi continuamente contro i baroni maschili e le complici femminili e che mi racconta che certe volte quando scava a Luxor si sente più rispettata dai manovali egiziani che dai suoi colleghi italiani. Una donna che a parte una carissima amica non è mai riuscita ad andare davvero d'accordo con le donne e che di gonne nell'armadio credo che per anni e anni ne abbia avuta sola una e nemmeno mai indossata. Ho pensato a come divorava i romanzi di Asimov e a come mescolava i R.E.M ai Take That e al nostro amore condiviso per Akira, Conan il ragazzo del futuro, i robot giapponesi
-ho pensato a mio padre che ha sempre condiviso con mia madre tutti le mansioni di casa come cucinare, stirare, stendere, fare la spesa, andare a ricevimento dei professori, portarci dal dentista, a nuoto, a calcio, sulla pista d'atletica, a catechismo e a come questo succede anche fra me e la mia compagna e spesso i miei colleghi si scandalizzano quando gli racconto che scendo io a fare la lavatrice e a stendere
-ho pensato a Anne Sexton, alle sue poesie e al ruolo immenso che tutte le scrittrici, registe, cantanti, band, giornaliste hanno svolto e continuano a svolgere nella mia vita. Se penso per esempio a ciò che ha fatto per me Cristina Donà, nel concreto, mi viene da piangere
-ho riflettuto su me stesso e su tutto quello che ho vissuto sulla mia pelle per il mio essere magro, femmineo, brutto, depresso, non allineato ai canoni maschili, il mio non essere padre, il mio odio per i gruppi di maschi e di qualunque gruppo si tratti, il mio disgusto per la volgarità e a tutto quello che ho sofferto di conseguenza, le battute, l'esclusione, le sofferenze, la solitudine, la marginalizzazione
-ho pensato a qualche mio collega che non si fa nessun problema a commentare ad alta/bassa voce l'aspetto fisico delle clienti
-ho pensato alla mia compagna, una femminista che odia la parola femminista perché ogni definizione le fa mancare il fiato. Una donna che mi ha donato la libertà
-ho pensato alla mia collega che quando le dissi che al Cinema era ora che ci fosse una responsabile donna mi rispose che le donne non hanno il carattere per gestire il personale e le situazioni complesse, facendo riferimento tra l'altro alle mestruazioni come uno dei motivi che dovrebbero far preferire un uomo a una donna. Una collega di sinistra, tra l'altro. E io che pensavo proprio a lei come alla possibile responsabile
-ho pensato a tutte le volte che uso la parola Troia e ci ho pensato e ci ho pensato
-ho pensato anche che del corpo insegnante femminile che ho incontrato nella mia vita ne salvo pochissime, due in tutto, perché il resto sono state la plastica incarnazione della Reazione, del Conservatorismo, della chiusura mentale, del sopruso, dello scherno, della violenza psicologica ma poi invecchiando mi domanda sempre: cosa sapevo di loro? Cosa sapevo della loro educazione, del loro ambiente familiare, dei loro drammi
-all'importanza delle parole
-ho sorriso perché è bello scoprire che Giulia Blasi ama come me Kim Gordon, Kim Deal e Richey Edwards come me
-ho pensato alle mie amiche e al peso che hanno avuto nella mia vita: Patrizia, Elisabetta, Giorgia, Barbara, Chiara, Alessia, Irene, Veronica, Lisa, Giovanna. Tutte donne che mi hanno sempre insegnato e aiutato a dubitare di tutto ciò che ero, sono e sarò
-a me che se quante volte nella mia vita ho fatto a meno del cibo e a quante volte questo desiderio di non tornare a mangiare mi sale dal cuore
-e poi a Andrea e Simone, i tanti odiati frocioni che stanno sulle palle a Pillon e a tutto il resto della marmaglia, perché oltre ad avermi salvato la vita mi hanno anche aiutato a riflettere e ad aprire gli occhi sulle svariate possibilità di essere quella roba che ha un pisello fra le gambe. Senza di loro non sarei ancora in vita

Ultima cosa, poi arriva la nota polemica:

è ora che i maschi si diano una mossa, si mettano in dubbio, nel concreto però, non a parole. Leggete  questo libro. Provateci. Proviamoci.


Nota polemica che esula anche da questo libro:

Nel libro Giulia Blasi fa riferimento a pagina 37, ma in realtà questa cosa aleggia un po' ovunque, a genitori colti e metropolitani che stanno sul pezzo e garanti di una maggiore apertura mentale.
Ecco, io nella mia vita e nella mia quotidianità lavorativa, non ho riscontrato nel pratico grandi differenze da chi non è colto e vive in provincia e manco legge. Anzi, almeno nella mia esperienza, ho vissuto spesso il contrario. Un contrario duro e spigoloso, difficile, ma vivo, fatto di carne, lacerante.

Ho un padre che vota a sinistra da una vita, antiberlusconiano, antisalvini, antidimaio, antifascista, lettore accanito che da una vita non fa che denigrarmi, trattarmi come un coglione, sfottermi, giocando sulle mie paure, i miei tormenti e impedendomi di sorridere. Tutto però nell'alveo di un ricatto classicamente narcisistico. 
Mi ha rovinato la vita.

Spesso sul lavoro  ho vissuto e subito con profonda tristezza e frustrazione la totale mancanza di educazione, rispetto, cortesia proprio da parte di coloro che fanno parte della classe intellettuale, che studiano, che sono di sinistra, che parlano di diritti, che si scagliano contro le ingiustizie del mondo, che operano nel sindacato.

Non ci vedono a noi donne, uomini e Lgbt delle pulizie se non siamo argomento di qualche documentario, saggio, film, disco, poesia, romanzo, reportage. Se non diventiamo protagonisti di quei soliti film tediosi finito realistici, sempre con quel riscatto finale, in perfetto stile masturbatorio, che riempie d'orgoglio un certo tipo di spettatore.

Però nessun problema a sfoderare un cazzo mentre una donna sta pulendo a un metro da te.
Nessun problema a lasciarmi l'assorbente per terra mentre sai che sto pulendo il cesso accanto al tuo e c'è un bel rotolino di sacchetti per gli assorbenti in un contenitore appeso al muro o a buttarmi la sigaretta a dieci centimetri da me per poi il giorno dopo arrovellarti sul degrado della società. 
Nessun problema se mi lasci in giro tutta la tua merda dopo che hai finito l'aperitivo e la festa e le foto.

Tutte donne e uomini colte, metropolitane, provenienti da una buona, ottima o magari proletaria famiglia, che votano a sinistra o che non votano in attesa del prossimo sol dell'avvenire o di una sinistra che sta dentro il vassoietto di tartine, aperitivi e hummus.
Tutti esseri viventi che sommergerei volentieri in un'onda di potage.


Note:

http://www.giuliablasi.it/



Andrea Consonni, Comeback Kid, 11 novembre 2018

mercoledì 7 novembre 2018

Sostieni le libertà civili, prendi la tessera 2019 dell'Associazione Luca Coscioni



Da quest'ultimo governo gialloneroverdestronzate, ma non è che coi precedenti andasse poi meglio, è totalmente folle aspettarsi che prendano in considerazione temi come il fine vita, matrimoni fra persone dello stesso sesso, eutanasia legale, liberalizzazione delle droghe leggere e in generale tutto cio' che riguarda le libertà civili.

Anzi, direi quasi meglio che se ne stanno alla larga, visto la banda di impresentabili che sono e farebbero solo disastri....anzi, sono già partiti al contrattacco, cercando da una parte di smantellare tutte le conquiste ottenute e dall'altra di erigere muri contro qualsiasi ipotesi di cambiamento.

Sono tutti temi che mi stanno molto a cuore e personalmente sono uno di quelli che opterebbe, in caso di malattia invalidante, per l'eutanasia.

E allora sono felice che ci siano ancora persone con la schiena dritta, libere, coraggiose come Marco Cappato, Mina Welby, Filomena Gallo che non smettono di combatter.e

In questi giorni ho ricevuto dall'Associazione Luca Coscioni l'invito a rinnovare il mio impegno. Lo copio e incollo, sperando che qualcuno di voi lettori di questo blog possa magari interessarsi e dare un contributo. I miei cento euro sono già pronti.


"Scegliere come vivere, scegliere come morire: sono obiettivi che diventano realtà.

Oltre 14.000 (quattordicimila!) bambini sono potuti nascere in Italia perché abbiamo cancellato nei tribunali i divieti sulla fecondazione assistita. Quei bimbi non sarebbero nati se Valentina, Neris, Maria Cristina, e altre da iscritte all’Associazione Luca Coscioni, non avessero sfidato in tribunale una legge violenta.

Decine di migliaia di persone hanno potuto esprimere la scelta di accettare o rifiutare una terapia grazie alla legge sul biotestamento. Quelle persone non avrebbero potuto scegliere, se Fabiano (DJ Fabo) e Davide Trentini non avessero rifiutato di morire soffrendo, in clandestinità.

Valentina e Fabiano – proprio come il nostro maratoneta, Luca Coscioni – non avevano bisogno dell’Associazione Luca Coscioni per essere coraggiosi e generosi. Ma è proprio grazie ai 2.305 iscritti che hanno trovato l’aiuto che cercavano, gli strumenti per raggiungere milioni di persone, le azioni giudiziarie e di disobbedienza civile che li hanno sorretti. Per andare al cuore della politica. Per dare un cuore alla politica.

Insieme a te, possiamo andare avanti.

Le nostre leggi sull’eutanasia e la cannabis devono essere discusse in Parlamento. Da questo Parlamento. Inoltre, il Comitato sui Diritti Economici Sociali e Culturali dell’ONU ha raccolto la nostra sollecitazione a dare attuazione concreta al diritto umano alla conoscenza scientifica e a godere dei risultati del progresso scientifico.
Ne abbiamo parlato al Congresso di Milano, decidendo nuovi obiettivi sulla genomica, le biotecnologie, l’intelligenza artificiale, la salute riproduttiva, le “terapie stupefacenti” e una sanità più attenta alle persone.

Come iscritto all’Associazione Luca Coscioni per il 2019 continuerai a essere protagonista, insieme a noi, di una delle più straordinarie impresa di libertà in Italia e non solo.

Grazie!
Filomena Gallo e Marco Cappato
Segretario e Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni



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lunedì 5 novembre 2018

Da Guerra e Pace a La posizione della missionaria



Domani arriva l'atteso unico giorno di riposo e poi altri sei di fila di lavoro ma domani non riposerò perché sarà una giornata destinata quasi integralmente a sbrigare faccende, spostandomi fra cambi gomma, pagamento dell'assicurazione dell'auto, spesa e accompagnare mio padre a Milano. 

Insomma poco o niente tempo da dedicare a me stesso e al riposo ma già da stasera tornerò a a rileggere “Guerra e Pace” perché è un ottimo modo per staccarmi dal lavoro, dalla contemporaneità, dall'oggi, dall'immediato. Leggere un romanzo come questo che necessita attenzione ma che ha sempre operato su di me (in un senso che unisce chirurgia e analisi  e divertimento) come una doccia purificatrice e feconda di nuovi stati d'animo, incredulità e sogni a occhi aperti, significa per me stare bene o almeno provarci.

Guardando il tomo che mi sta di fronte con la sua miriade di personaggi, pagine, digressioni, capitoli, tragedie ho anche riflettuto anche sul perché io non riesca mai veramente a seguire una serie tv, a parte The Walking Dead (ma in questo caso c'è un motivo molto personale ma anche in questo mando avanti le puntate quando mi rompo il cazzo) e ultimamente Westworld e la risposta è che le serie tv mi annoiano.
Sì, mi annoio e tendo ad addormentarmi.
Tipo, con Colombo non mi accade.

Ci provo, anche con quelle considerate artistiche e di qualità, ma confesso che mi annoio e mollo tutto o nemmeno riesco a cominciare.

Se invece penso a Guerra e Pace io non mi annoio mai a rileggerlo.

E poi c'è un altro aspetto, quando guardo le serie tv e in generale la televisione ho sempre la sensazione di perdere tempo, tempo che potrei occupare in maniera migliore anche solo dormendo e invece quando leggo Guerra e Pace o rileggo Moby Dick non vivo mai questa sensazione e mi disinteresso completamente anche di tutti gli altri libri in uscita o acquistati che passano in secondo piano e resteranno lì in attesa sulla scrivania.

Non c'è snobberia in questo mio comportamento, ognuno ha le sue passioni, il suo modo di divertirsi e il mio non è certo migliore degli altri, del vostro, del tuo che mi stai forse leggendo. 

Per dire, ho amato profondamente un anziano che nella sua vita non si dedicava ad altro che alla boxe e ai cavalli. Boxe e cavalli e soldi persi.

Se torno a rileggere Tolstoj lo devo anche a Corvi Neri che, ma lo ripeto da anni, è una delle donne e madri più belle, interessanti, intelligenti e folli della Galassia degli autostoppisti e che su Guerra e Pace ci ha scritto sopra proprio non troppo tempo fa. Serafina è per me la vera incarnazione della Letterata e una delle migliori critiche in circolazione. Lei arriva dal Pianeta Ricciolo. Non le sto leccando il culo. Leggere i suoi pezzi ti fa venire voglia veramente di leggere.

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La mia gloriosa copia andò persa per colpa di una grandissima stronza testa di cazzo che 
prenderei volentieri a calci nel culo se la trovassi per strada.

In un tempo di rosari, crocifissi, madonne sventolate come vibratori, reliquie bofonchianti o decreto Pillon, rigurgiti fanatici cristiani, leggere un libro come questo permette comunque di prendere una bella boccata d'aria e liberarsi il cervello da un sacco di stronzate.




Ma Giovanna d'Arco resterà per sempre una delle mie migliori amiche.