venerdì 20 luglio 2018

Qualcosina su "Corpus Christi" di Bret Anthony Johnston (Einaudi)



L'errore era suo, e anche su questo non avevo voce in capitolo. Se lo sarebbe portato addosso, quell'errore, e io l'avrei seguito in attesa di un'altra possibilità per sentirmi vicino a lui. Ma lui non avrebbe mai cambiato parere. L'errore sarebbe rimasto con lui per il resto della sua vita e anche dopo la sua morte nessun senso di complicità avrebbe attecchito. Avrei cercato di ritrovare, di afferrare quei talenti di mio padre che su di me non avevano effetto, ma i miei tentativi erano sempre destinati a fallire, come se mi mancassero gli attrezzi giusti, come se le mie mani troppo piccole e goffe cercassero di afferrare solo fumo.” (Due bugiardi, pag. 171)





 “Ricordami così” (Einaudi, traduzione di Federica Aceto) è stato come varcare la soglia di un'ospedale dell'anima e poi camminare ed entrare da reparti e stanze che portano il nome di: morte, tradimento, cancro, chemioterapia, bugiardi, abbandono, serpenti, depressione, incidenti automobilisti, uragano Alicia, ictus, morfina, bambini morti, Karankawa, psichiatria, medicine e da ogni porta aperta, ogni lettino, ogni sedia, ogni finestra, ogni ospite, paziente ricevevo spiragli di luce e speranza che poi perdevo e riacquistavo ogni volta che tornavo su e giù per i corridoi. E i corridoi degli ospedali, e li conosco bene, mi hanno sempre ricordato l'atto del respirare. Prendere fiato e poi perderlo. E intanto camminare e camminare. Ho disegnato percorsi sul mio corpo camminando per i corridoi degli ospedali.

Leggere questi racconti, tutti ambientati a Corpus Christi (Texas) e dintorni, potrebbe risultare faticoso a molti lettori. Quando ho acquistato questo libro (insieme a questo) il commesso mi ha detto (e sono ancora qui a chiedermi per quale motivo abbia aperto bocca) che gli sembravano strane letture estive e infatti qualcuno potrebbe chiedersi perché leggere di tutto questo dolore, perché immergersi con tutto se stesso dentro al dolore anche quando fuori splende il sole e ci sono un sacco di storie in giro più consolanti, educativi, speranzose. Come se d'estate il dolore scomparisse. Come se non morisse anche d'estate. Come se l'estate fosse stupidamente un atto di sospensione dall'esistenza.

Perchè l'ho letto e poi ancora riletto in alcuni passaggi? Perché lo stile di Johnston, che segue le orme di Raymond Carver (nel primo racconto "Gente che cammina sull'acqua" è impossibile non ricordare  lo sconvolgente e famoso racconto "Una cosa piccola ma buona"), Andre Dubus, Robert Stone (scrittore troppo spesso dimenticato) e ricorda quella di Paolo Mascheri (e lo scrivo non per amicizia ma perché c'è un sottile filo umorale, di tensione vitale, esistenziale, doloroso, che unisce questi due scrittori), è di una bellezza sconvolgente, molto muscolare e insieme delicato, ma mai e poi mai banale, di grande delicatezza. È come se l'autore bussasse alle spalle del lettore e poi lo baciasse e poi lo prendesse per mano e poi gli accarezzasse i capelli mentre gli racconta di come son morti un padre o una madre.

Le pagine di questi racconti mi si sono incollate alla pelle perché l'autore è riuscito nella difficile operazione chirurgica/stilistica di cogliere lo spaesamento causato dal sopraggiungere di una malattia che non dà scampo o quello di una fine di una relazione o della morte di un figlio o del ricovero della compagna in un ospedale psichiatrico dopo un aborto e di tutte le conseguenze che piovono dal soffitto di casa come una cascata e le cui conseguenze possono essere di vario grado: la delicata felicità che scaturisce dall'incontro fra due persone segnate da un dolore inenarrabile (il figlio morto per meningite), le riflessioni di un figlio che è stato spettatore del crimine commesso da suo padre per proteggere e salvare la famiglia, i dubbi di un marito prima di parlare con la moglie ricoverata in un ospedale psichiatrico. È il come e non il cosa che colpisce in questi racconti. Perché se penso alla mia esperienza personale, quello per esempio legato alla malattia di mia madre non ricordo tanto i singoli episodi strettamente legati al suo calvario (operazioni, ricoveri, chemioterapia) ma il contorno: il suono della sua voce, il come si pettinava i capelli stesa a letto con una flebo nel braccio, i ricordi che riaffioravano e non erano sempre combacianti coi miei, le sue raccomandazioni sul futuro, la sua ira ancora più devastante, la sua ansia, le mie difficoltà nel rimanere seduto accanto a lei senza godere di un totale isolamento vista la presenza di un'altra paziente terminale.

Durante un lutto, una malattia, una tragedia, un abbandono si verifica una svolta totalizzante dell'esistenza: le abitudini vengono stravolte o si fossilizzano definitivamente, emergono parole che non si sono mai pronunciate, si comincia ad analizzare tutto, ma proprio tutto del rapporto che ci lega a quella persona. Si verifica una frattura definitiva che può anche non essere immediata ma che comincia a scardinare le certezze, a mettere in dubbio ogni verità, certezza.

L'autore in questi racconti descrive esattamente il colore di queste sensazioni, il turbinio delle emozioni, la voglia di riscatto, il dolore che non si sa come trattenere o manifestare, i tentativi di riavvicinamento, il peso di nuove parole che ci si gonfiano in gola, il futuro inafferrabile che ci si prospetta dentro a una flebo o una piscina di un motel.

Ci sono dei racconti che mi hanno sconvolto e commosso e sono tutto il trittico che racconta di Lee Minnie ("Io lo vedo e tu no", "La vedova", "Comprami la pioggia"): lui, figlio che non sa che cosa fare della propria vita, e su Minnie, sua madre e vedova, malata di cancro e destinata alla morte. Tre racconti che descrivono in maniera lancinante il calvario di una donna destinata alla morte e tutto ciò che una malattia vomita nella vita di una persona: il senso di impotenza, la remissione, i ricordi che riaffiorano, il legame, difficile e controverso, che lega madre e figlio, le aspettative di una madre, i dubbi di un figlio che ha mollato tutto, perché non ha niente, per accudire la madre, la possibilità di un cambiamento quando la madre morirà.
Sono tre racconti che mi hanno messo i  brividi addosso.
Quasi insostenibile il dolore che mi ha preso alla gola.

E poi c'è quel racconto, "Due bugiardi", con un figlio che ha un padre che decide di bruciare la propria casa per impedire che la propria famiglia venga sommersa dai debiti e un altro racconto, "In alto mare", ancora che vede sempre protagonista un figlio che vede il padre sfogarsi, picchiare, in un disperato tentativo di difendere la  propria dignità e l'onore della famiglia che sta per affondare.

Quando ho terminato questa raccolta di racconti ho pianto copiosamente e ho bevuto un paio di birre, in fretta, quasi vergognandomi di me stesso.

Mi sono sentito raccontato e messo a nudo totalmente.

Non succede spesso.

Non aggiungo altro, ho già scritto troppo, e mi sembra di essere uno dei protagonisti di questo libro.

"Lee non riusciva a rispondere. Lo scatto dell'accendino, l'odore del fumo che si spandeva nell'aria. Lee sentì che sua madre lo stava guardando, ma chiuse gli occhi e rimase in silenzio. Mentre lei aspettava di sentire la sua voce familiare e rassicurante, lui si girò sull'altro fianco, e fece finta di dormire." (Comprami la pioggia, pag. 254)




Andrea Consonni, Lugano, 20 luglio 2018

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