mercoledì 11 luglio 2018

Intervista a Manfredi/Novanta: Shoegaze Shoegaze Shoegaze


-lo shoegaze in persona-

Ciao Manfredi, come te sono innamorato follemente dello shoegaze e su questo genere musicale hai deciso di creare un blog monotematico: https://shoegazeblog.com 
Ti va di raccontarci come è nato il tuo amore per lo shoegaze e della decisione di aprire un blog shoegaze? Per me lo shoegaze è la stanza più intima del mio cuore. La scintilla è stata Just for a Day degli Slowdive e pensa che mi gira ancora la testa quando scorgo un immagine di Rachel Goswell. Il suono degli Slowdive e dei My Bloody Valentine mi aiutano a creare l'atmosfera giusta per scrivere.


Era un’idea che avevo da tempo, quella di aprire un blog shoegaze. Adoro questo genere musicale, penso che abbia ancora molto da dire e ritengo che sia molto meno monocorde di quanto si pensi. In questi ultimi anni c’è stato un risveglio dello shoegaze e del dream pop, possiamo parlare di comunità: per tanti anni i re sono stati in esilio e allora tante band hanno cercato di riempire un vuoto. In questo modo è nata praticamente dal nulla una scena che ha creato le condizioni favorevoli per il grande ritorno degli Slowdive e dei My Bloody Valentine, ma soprattutto ha fatto in modo che lo shoegaze abbia un futuro tra le nuove generazioni. Perché amo questa musica? Perché è il punk degli introversi.



Torniamo e indietro e facciamo un po' di scuola shoegaze: come e dove è nato lo shoegaze e quali sono le sue caratteristiche principali? Quali sono i principali gruppi storici dello shoegaze e a tuo parere gli album più significativi e magari anche quelli meno conosciuti? E in cosa si differenzia, musicalmente/per approccio, da altri generi come potrebbero essere l'alternative, il noise o la musica rock o anche il brit rock? 



Sulla nascita dello shoegaze molti hanno una propria idea e si rischia di essere parziali o poco precisi, perché in fondo questo è un genere dai contorni meno chiari di quanto ci si possa aspettare. Diciamo che negli anni Ottanta nascono i primi segnali, mentre nella prima metà degli anni Novanta c’è la definitiva codificazione attraverso i lavori di band che diventeranno i punti di riferimento per i gruppi successivi. La trinità è composta da My Bloody Valentine, Slowdive e Ride, che con i loro dischi “Loveless”, “Souvlaki” e “Nowhere” hanno dettato le tre traiettorie principali del genere: il rumore, il sogno e quello che sta in mezzo. Altri album da segnalare? I primi che mi vengono in mente sono “Delaware” dei Drop Nineteens, “Afrodisiac” dei Veldt, “Jesu” degli Jesu, “Lesser matters” dei Radio Dept., “Distressor” degli Whirr, “Radiogaze” dei Blankenberge. Le differenze col noise e l’alternative in generale sono da trovare in una più profonda ricerca melodica: il rumorismo di una certa versione dello shoegaze non è altro che una estremizzazione sonora cucita addosso a canzoni molto orecchiabili. Qualche punto di contatto col brit rock esiste soprattutto nel filone capitanato dai Ride, che infatti negli anni si sono un po’ allontanati da certe formule tipicamente shoegaze.

Che importanza hanno i testi nella musica shoegaze? Qualcuno mi ha detto che li trova scadenti e superficiali. 

I testi della musica shoegaze scontano il pregiudizio di essere dei meri accessori alla musica, ma se facciamo attenzione alle parole molto spesso si trovano dei capolavori. Dalla glossolalia dei Cocteau Twins agli Slowdive, passando per i sottovalutati My Bloody Valentine, c’è parecchia roba buona. Uno dei miei testi preferiti è brevissimo, praticamente una frase sola: “I killed all the rainbows and the species”, in “This bright flash” di M83.

Delle reunion di gruppi storici come i The Jesus and Mary Chain, i Ride, gli Slowdive cosa ne pensi? Come giudichi musicalmente i loro ritorni? 


Ne penso benissimo, perché questi gruppi meritavano una seconda opportunità dopo essere stati snobbati o addirittura dileggiati (Slowdive) nei primi anni. E meritavamo anche noi - che eravamo troppo giovani all’epoca - di poterli vivere in diretta e non soltanto attraverso le testimonianze provenienti dai bei tempi andati.

Come sono i live shoegaze?

È difficile rispondere perché dipende ovviamente dal gruppo. Sono live normali, con zero distanza e molta empatia. Gli Slowdive dal vivo generalmente sono fenomenali: li ho visti live tre volte, due delle quali mi hanno lasciato senza fiato per la perfezione del suono che veniva fuori. Solo una volta mi sono sembrati un po’ sottotono con le chitarre, ma d’altronde può succedere.

Lo shoegaze ha lasciato una bella impronta sulla scena musicale italiana. Me ne sono accorto anche leggendo il tuo blog. Tanti gruppi dalle varie sfumature. Ti va di raccontarci la scena italiana shoegaze? Come si è formata, quale è stata  la sua evoluzione e la condizione attuale. E, ritornando a cos'è lo shoegaze: c'è una sorta di meticciato musicale con la tradizione musicale locale? L'impressione è che i gruppi italiani abbiano destato maggiore interesse all'estero piuttosto che nella  nostra penisola. È un'impressione sbagliata o c'è qualcosa di vero?



È vero, lo shoegaze italiano ha una notevole considerazione più all’estero che in Italia, basti pensare a gruppi come Be Forest o Rev Rev Rev che sono dei punti di riferimento a livello internazionale. E proprio all’estero si parla di italogaze, dando una specificità a un genere che era difficile pensare che potesse attecchire in Italia. Lo scorso maggio è uscita una compilation alla quale hanno collaborato sia il mio blog sia il sito Shoegazin’ Your Waves: s’intitola “Chiaroscuro. Italogaze 2018” e raccoglie alcuni dei migliori progetti shoegaze e dream pop italiani. Si scarica gratuitamente sul Bandcamp di Seashell Records e su quello di Vipchoyo Sound Factory: penso che questa raccolta dia una panoramica piuttosto esauriente dello shoegaze italiano, che non segue pedissequamente le regole ma si contamina con altri generi e altre storie. Il meticciato dunque c’è, ma non la tradizione italiana, ammesso che esista una tradizione italiana. 


Quali sono per te i migliori album di shoegaze italiano e le speranze per il futuro? 



Come Novanta, hai realizzato dei dischi bellissimi: quanto devono musicalmente i tuoi album allo shoegaze? E in questo momento cosa sta ascoltanto Manfredi e cosa bolle musicalmente nella tua pentola?



I miei album devono tutto allo shoegaze, al post rock, all’elettronica e in generale alla musica degli anni Novanta. Ho sempre amato le canzoni malinconiche in qualunque forma esse siano e lo shoegaze è malinconia ai massimi livelli! Negli ultimi tempi ho ascoltato molto “Singularity” di Jon Hopkins, “Grid of points” di Grouper, “Negative work” degli E, “Rob a bank” dei Comaneci. Musicalmente bolle qualcosa, sto lavorando a brani nuovi già da parecchio tempo, ma cambio sempre gli arrangiamenti e non sono ancora soddisfatto del risultato. 


Con il tuo blog, la tua musica e le tue recensioni conoscerai la temperatura della scena indie italiana?L'impressione, da esterno, è che dopo un periodo di breve euforia la musica “indie” stia tornando a inabissarsi e che bisogna ringraziare internet per poter conoscere e ascoltare musica che piace a persone come noi. Sembra che stia trionfando una sorta di “indiepopraprockmelenso” sempre più radiofonico, di facile ascolto e fruizione.

C’è una tendenza a una maggiore semplificazione dei suoni e, nel contempo, si va verso una più ampia diffusione di queste canzoni a livello mainstream. In generale, la sensazione che ho è che alcuni cerchino di “esserci”, costi quel che costi, però ci sono robe molto interessanti. Forse ci si sta chiudendo un po’ troppo all’interno di un immaginario (sottolineo immaginario, non mi riferisco alla lingua) esclusivamente italiano, bisognerebbe pensare anche più in grande. In generale, non penso che la situazione della musica di nicchia sia tanto diversa rispetto a quindici anni fa: era difficile emergere allora, è difficile oggi. Non è cambiato nulla. 

A Milano la scena musicale e i locali come sono messi? 



A Milano la scena musicale vive un momento strano: sembra che i gruppi rock stiano sparendo per far spazio a rap e trap. Ovviamente non è così. Sono tornati gli Albedo con un ep e questa è una buona notizia. Ci sono i già citati Obree, gli In Her Eye (ottimo gruppo shoegaze), i Mystic Morning (anche loro dalle parti dell’indie pop e dello shoegaze), Paolo Saporiti. Ci sono i Majno, giovane band emocore sullo stile dei Fine Before You Came. Insomma, la proposta è sempre molto vasta e interessante. Chi è interessato ad ascoltare buona musica può contare sull’Ohibò, sul Ligera, sul Magnolia, sul Gattò, insomma su tanti locali che continuano a proporre concerti interessanti. Ci sono state molte chiusure, come la storica Salumeria della Musica, ma in generale l’offerta continua a essere ottima. 

Chiudo questa intervista con tre domande: sei di stanza a Milano e con l'aria che tira di questi tempi sembra che la metropoli lombarda, con tutte le sue contraddizioni e ombre, sia diventata una specie di argine a questa ondata, diciamolo pure razzista e ignorante che imperversa in tutto il Paese, cosa ne pensi?

Milano è una città accogliente, bella, vivace, tranquilla. Sconta un po’ lo stereotipo di essere un luogo modaiolo e futile, feste in lista, privé, macchinoni e imbruttiti. Ma Milano è molto di più: è un posto che sa sorprenderti ogni giorno, pieno di cultura, di vita, di relax, di gente serena. E soprattutto è un posto che in qualche modo sta dettando una linea diversa dalla narrazione in voga in questo momento. Anche Palermo sta avendo un ruolo simile. Credo che siano due città da prendere a esempio, al netto ovviamente di criticità che peraltro appartengono a ogni grande centro abitato. 

Cosa stai leggendo? E ci sono libri, film o documentari sullo shoegaze che vorresti consigliare o shoegaze nell'anima?



Ho finito di leggere l’integrale del Commissario Spada, un fumetto anni Settanta. E ho appena cominciato un libro di Noah Hawley, “Prima di cadere”. Come documentari shoegaze consiglio “Beautiful noise”. La terza stagione di Twin Peaks ha una bellissima colonna sonora con diverse gemme dream pop. Film “shoegaze”? Direi uno scontato “Lost in translation”.



In quale dei gruppi shoegaze sogni di suonare un giorno o collaborare?

Sarebbe bello ritrovarmi sul palco con gli Slowdive suonando per un’ora la coda strumentale di “Catch the breeze”. Sognare non costa nulla.



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