giovedì 24 maggio 2018

"LOve. Discorso generale sull'amore" di Fulvio Abbate (La nave di Teseo) e un intermezzo


Lascio due estratti tratti da “LOve. Discorso generale sull'amore” di Fulvio Abbate (La nave di Teseo) separati da una breve interruzione personale. 

Ecco il primo estratto:

Ovviamente chi ha un po' di conoscenza del mondo sa bene che così non è, anzi, è esattamente l'irregolarità, l'imperfezione, il buco nero a mettere in moto la dinamo dell'eccitazione. Era il caso di Sabina, una vicina di casa, non bella, perfino sbiadita nei tratti, cioè non proprio regolari, quasi fosse nata da una gomma pane, che ogni volta che si avvicinava mi suscitava un'erazione, un vero sommovimento alla bocca dello stomaco. Un giorno, per caso, incontrandola su un autobus, non so come ho sentito il suo bacino brillare addosso al fianco insieme al suo sguardo, alla fine mi è sembrato che non potessi fare a meno di toccarla, così quando è scesa alla fermata prevista mi sono sentito come Jurij Zivago in preda allo strazio della separazione e del distacco. Il talento erotico di Sabina era davvero inspiegabile, nessuno sarebbe mai riuscito a dimostrarlo. Ancora adesso, a volte, mentre sto sui mezzi pubblici, come in un'apparizione, immagino di ritrovarla, mi penso addirittura  a fare l'amore con lei, in piedi nei posti in fondo, anzi meglio, immagino che si sieda accanto a me e prenda a sbottonarmi e a masturbarmi, sento di venire nel palmo della sua mano, come un miracolo inspiegabile, pura meraviglia che corrisponde a un'insignificanza fisica, nessuno infatti darebbe un centesimo alla sua sensualità.” (pp. 43, 44 da “Imperfezione”)


Leggendo questo libro non ho potuto che ricordare tutti gli stravolgimenti di cuore e cazzo adolescenziali. Forse fu Kerri Green dei Goonies, la prima che ricordo, con le mutandine bianche e le cosce al vento ma la memoria si fa vana, che mi stravolse il mondo che conoscevo perché una volta che uscii dal cinema le ragazze e le donne intorno a me erano cambiate e dentro alle mie mutande c'era qualcosa che si era indurito e nel petto il cuore che batteva all'impazzata e poi ci fu l'infermiera che mi rasò il pube prima di essere operato all'appendicite e Emmanuel Seigner il sogno della mia vita e Kim Deal e una morettina di vent'anni con le mani delicate che si leccò le labbra quando mi comparve l'erezione e Cristina che stava in classe con me alle medie coi suoi capezzoli duri e i riccioli sugli occhi verdi e Raffaella con la gobba sul naso e la carnagione olivastra che mi sembrava una principessa indiana e alla quale dedicai tante poesie e Lucilla una ragazzina di Seregno/Sirmione/Padova (chi se lo ricorda più) che prendeva il sole in bikini a Pesaro e le unghie rosse delle mani e che mi raccontò che suo padre era un architetto e che spendeva troppi soldi e io intanto cercavo di accarezzarle la schiena e lei che si allontanava dicendomi che ero un malato di mente e poi sorrideva e si toglieva la parte sopra del bikini e mi diceva Vieni Andre, vieni a farti il bagno e io che le raccontava di Melville e di un on the road statunitense e poi Martina che sul treno faceva seghe e pompini a tutti tranne a me che non avevo soldi ma che mi raccontava tutte le schifezze possibili del mondo e ascoltava Rancid e Battisti e Selen che scopava e scopava e quell'altra che lavorava con mio padre e che poi in età adulta mi ha ricordato tanto Christy Charming che si masturba e Chiara che sedeva davanti a me in Collegio e mi chiedeva di infilarle matite nei suoi capelli setosi e muoverli e accarezzarglieli e io che avrei voluto baciarla, toglierle i vestiti, leccarle la fica profumata delle sue vacanze a Davos e che poi è diventata un'avvocata di successo e donna bellissima e Masha che saliva una fermata dopo la mia e che si vestiva da troia e indossava magliette dei Nirvana e Simona di Bellagio coi riccioli biondi che si muoveva come un angelo nei corridoi del Collegio sorridendomi quasi eterea con le poesie di Verlaine in mano e una ricciola che veniva ai concerti che avrei voluto invitare a bere una birra e che mi sfuggiva sempre perchè sono sempre stato un ragazzo timido e depresso. 
Qualche volta una ragazzina divenuta ormai donna mi disse che per due anni aveva sognato di baciarmi, stare con me ma che tutte le volte che mi incontrava stavo sempre male, avevo la faccia incazzata oppure scomparivo improvvisamente.
Quando me l'ha raccontato io l'ho guardata e le ho accarezzato la mano e abbiamo sorriso tutti e due,  mezzi ubriachi e senza futuro, quasi sul punto di piangere.

Secondo estratto:

Ma è altrettanto vero che la bellezza molto spesso ci evita, ci scansa, addirittura ci insulta. La bellezza, nella persona di una “bella ragazza” o “donna”, come già la cassiera Susanno, ci guarda con disprezzo fiammeggiante, sembra così dirci che non abbiamo titoli per accedere a lei. A quel punto, quando accade, ripenso a mio cugino Emanuele, il nostro dongiovanni, ritrovo il giorno in cui portò a casa a nostra Caterina, la dea, il collo di pelo di agnello di Mongolia, i grandi occhi verdi, solo venticinquenne, eppure assoluta nella sua apparenza femminile, la condusse fino a casa nostra per farla conoscere a Totò, mio papà, suo zio.
La guarda passare in corridoio diretta in soggiorno dov'è mio padre in poltrona, sotto la stampa di Il Rabbino di Vitebesk di Chagall, la guardo da un'altra stanza, quasi abbia timore di mostrare la mia inadeguatezza di sedicenne, e comprendo ciò che ho comunque sempre saputo e detto, che la bellezza è potere da uno stato di quiete. Perchè la bellezza non va dimostrata, c'è, è, lì, ci guarda dalla sua trincea silenziosa, ci tiene dentro il suo mirino.” (pp. 236-237)

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