martedì 29 maggio 2018

Due estratti da "La vedova incinta" di Martin Amis (Einaudi)



Martin Amis è uno degli scrittori che mi ha tenuto più compagnia negli ultimi anni. Tenere uno dei suoi romanzi sulla scrivania o dentro la borsa, leggendoli e rileggendoli, in attesa del prossimo e del prossimo ancora è diventata un'operazione votata al benessere.


“Pensare di leccarla a Scheherazade e pensare di farselo leccare da Scheherazade erano, come già aveva scoperto, due cose ben diverse; e pensare di fare le due cose insieme era un'altra cosa ancora. Ma adesso il giovedì incombeva, e Keith si sentiva come un uomo in procinto di essere incarcerato per un tempo fantastico (e indubitabilmente impossibile a sopravviversi, così come le sentenze di mezzo millennio a carico dei peggiori autori di stragi mai visti negli Stati Uniti), o come un asceta che si ritira in una grotta in Suriname, impegnandosi a restarci fino all'arrivo di Cristo o del Mahdi (o alla Fine dei Tempi), o come... Keith si girò dall'altra parte e cercò di fermare i pensieri. Stava accuratamente prendendo il sole in giardino (ritoccava il lato posteriore delle gambe), con “Il nostro comune amico” gettato sull'erba (“Toglietevi il reggiseno, signorina Pettigrew. Ebbene siete”...), e di tanto in tanto assimilava un'inaspettata frase, o proposizione (“Toglietevi le mutandine, signorina Pettigrew...Chi l'avrebbe mai detto?”): stava leggendo dello scapestrato John Harmon, e di quella civetta prezzolata di Bella Wilfer...
Di Timmy la cosa che meno gli piaceva era il fatto che fosse spensierato. So com'è Timmy. E lo sapete anche voi. E sarebbe proprio da lui, non vi pare – fare la pelle a un paio di orsi bruni, fermare una jeep, prendere il primo volo da Amman, e presentarsi sulla porta con lo zaino in spalla? L'orologio di Keith ormai non faceva manco più lo sforzo di stare al passo. Un attimo. Ha fatto un tic. E poi, dopo un po', ne fece un altro. Incredibilmente, erano solo le nove e un quarto.
Aspettativa, non vedere l'ora, non come stato passivo, ma come la più intensa e vivace delle attività: questa era la giovinezza. E dall'attesa trasse anche un insegnamento letterario. Adesso capiva perché, per secoli, morire era stato sinonimo poetivo del compimento maschile dell'atto sessuale (“E vivere così perennemente – o svenire altrimenti nella morte”). In quel momento, ma non prima, potevi anche morire.” (pp. 237-238)

“Una frase chiave. Il sesso pornografico è un tipo di sesso che può essere descritto. Il che, a suo parete, la diceva lunga sulla pornografia e sul sesso. Ai tempi di Keith, il sesso aveva divorziato dal sentimento. E la pornografia era l'industrializzazione di questa rottura...
E come andavano le cose con lo specchio?
Disinnamorarci del proprio riflesso è il nostro comune destino. Ma Narciso impiegò un giorno e una notte a morire – noi ci impieghiamo mezzo secolo. Non è vanità, non è mai stata vanità. È sempre stato qualcos'altro.
Keith guardò la macchia d'ombra sullo specchio. E la cosa più assurda era che quello, quello lì nello specchio (il perfetto ghoul, l'esemplare demone necrofilo), sarebbe rimasto nella sua memoria come qualcosa di tutto sommato non male – al confronto. Questo, perfino questo, precisamente questo... Video indecente, per dirla a chiare lettere, questo film dell'orrore, era in procinto di trasformarsi in snuff movie, ma ben prima di ciò lui ne sarebbe stato il trailere. Sarebbe stato un spot per la morte.
Morte – l'oscuro sfondo che uno specchio necessita per poterci mostrare a noi stessi.
Non è vanità, non è mai stata vanità. È sempre stata la morte. Era questa la vera e universale metamorfosi: l'angosciosa trasfigurazione da uno stato a un altro – dallo stato della vita a quello della morte.” (pag. 417)

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