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martedì 13 febbraio 2018

"Isola", Fær Øer, scuola2/bidelli, Una donna alla finestra, Holy Motors


"Isola" di Siri Ranva Hjelm JACOBSEN (Iperborea, traduzione di Maria Valeria D'Avino) è un romanzo che sa di tradizioni e immigrazione,  di Danimarca e Fær Øer, di saghe familiari e aborti, di radici e tunnel, di sangue e isole, di guerra e indipendenza, di femminilità estrema e tarantole, di memoria e contaminazioni, di acqua gelida e pescherecci. 
Scarno, poetico, duro, semplicemente meraviglioso.



Un estratto che parla delle generazioni di migrazione:

"La terza generazione è una coperta troppo corta: è totalmente disinvolta e libera da condizionamenti culturali oppure è a casa solo per metà, padroneggia a metà la lingua, si costruisce un'identità nel solco dell'aratro sulla roccia, porta la data d'arrivo del suo sangue impressa sulla fronte come un tatuaggio, ma è un tatuaggio che si è fatta da sé, con la biro, e pronuncia il proprio nome con orgoglio tra gli stranieri, a mezza voce tra i compatrioti.
La generazione povero-me, sono-solo. La generazione né-né. La terza è una generazione invisibile, teorica, la cui pelle si confonde con la tappezzeria, e che lo sappia o no, si porta dentro il viaggio come una perdita.
Si potrebbe vederla in questo modo:
La vacanza-suicidio è l'antitesi della migrazione. 
Continuavo a pensarci, seduta su una pietra del campo. Sopra il villaggio, sotto la montagna disabitata. La vacanza-suicidio come vendetta dei discendenti. Essere cosi' ingrati, scrollarsi di dosso le generazioni anteriori e future, non realizzarsi, non avere figli, scioperare, let's neask out of this party, con un'alzata di spalle verso il traguardo della mitica, totalmente indigena e percio' inesistente quarta generazione.
Quel pensiero mi colpi' con una dolcezza, una rabbia. Potevo andare in montagna, sulle nuvole, cadere da qualche parte, rompermi l'osso del collo, scomparire dal mio giaccone, dal mio strato adiposo, dai miei polmoni, e perdermi nel muschio. Potevo lasciarmi prendere dalla montagna, farmi ricoprire di pietre e d'erba ondeggiante al vento; il sottosuolo con le sue braccia di lava nere, le sue ossa, si sarebbe chiuso su di me e io mi sarei dissolta, fusa nella fibra del muschio. Quello che fosse rimasto di me sarebbe tornato al punto di partenza, annullando l'espansione delle forze, la volontà, l'orbita brutale della pietra, per essere solo pietra nella pietra. (pp. 79-80)

.....

Scuola capitolo 2

Il bidello è uno di quei lavori che avrei sempre sognato di svolgere. Ma un bidello in una scuola senza studenti e professori. Solo aule e uffici vuoti, corridoi deserti. Nella mia vita scolastica ho incontrato bidelle e bidelli di ogni tipo ma quasi tutti accomunati da una certa propensione a evitare il lavoro, un misto di assenteismo e fancazzismo surrealista. 
C'era chi a scuola cucinava il pranzo e la cena per la propria famiglia (oltre che per i direttori e qualche insegnante, se c'era bisogno), c'erano quelle che lavoravano a maglia ogni sacrosanto giorno con la divisa bella profumata e mai una volta che uscissero dalla loro stanzetta privata, chi per pulire un corridoio ci metteva un giorno intero e un pacchetto di sigarette, quella che se gli chiedevi un piacere ti rispondeva in napoletano strettissimo che lei non era pagata per questo e quell'altro e non capivi mai per cosa fosse pagata e sapevi solo che ti faceva schifo, qualcun altro che faceva la cresta sul materiale e te lo diceva pure perché tanto..., qualcun'altra che ogni finestra era una sigaretta o un caffè, qualcun'altra che era sempre in malattia sempre e la vedevi in giro perché era la madre di uno del paerse, quell'altro che ti diceva che tua madre avrebbe dovuto fare la bidella e quando tornavo a casa e lo dicevo a mia madre lei mi rispondeva Mica sono un'imbucata come quel leccaculo che ti ha parlato, c'era quello che faceva spostare agli studenti il materiale da un piano all'altro, qualcun altro che faceva la spia su tutto in cambio di non sapevamo mai cosa, qualcun altro che teneva la bocca chiusa ma voleva sempre qualcosa in cambio e in pratica la logica era sempre ricevere qualcosa oltre allo stipendio, qualcun altro che lo capivi che guardava le ragazzine in particolare quelle che stavano sviluppando il seno, qualcuno che si stendeva davanti a una professoressa particolarmente carina, qualcuno che ti insegnava le scuse migliori per saltare un'ora di lezione, c'era quella che parlava di graduatorie tutte le volte che le chiedevi i gessi e c'erano tutti quegli stronzi che non ci aiutarono mai a trasportare un nostro compagno in carrozzina dal piano terra dove stavamo ed eravamo noi ragazzini a doverlo fare perché non era nelle loro mansioni.
Tutti accomunati da una stanchezza esistenziale e fisica. Spesso sciatti nel modo di presentarsi.
Mi hanno detto che le cose sono cambiate nelle scuole e lo spero davvero.

E poi andai in Collegio e c'erano queste splendide suorine alte un metro e trenta che ricordavano i Jawa di Star Wars:


che comparivano e  scomparivano e mi preparavano camomille per vomitare quando stavo male e stavo male parecchie volte senza darlo a vedere a nessuno e loro che stavano in silenzio e pregavano per me e per la mia famiglia e quella pulizia che sorrideva da vetri, piastrelle, cessi, aule, palestra, mensa, con le signore delle pulizie che lasciavano tutto profumato e lindo e da quasi sei anni lavoro in un posto dove la pulizia è uno dei cardini, anche se le cose sono cambiate, e mi spacco culo, schiena e spalle per preservare quest'oasi.
Boh, non so nemmeno perché sto scrivendo di questi argomenti inutili ma c'è stato un periodo durante le scuole che sognavo di eliminarli uno alla volta i bidelli, in particolare uno.
Sacrificarli in un sabba di studenti ribelli.
Oggi è una giornata così.
Fuori fa freddo.
E ho l'herpes e l'eczema.
E finalmente sta finendo il Carnevale.

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Ne ha scritto Alessio Trabucco qui.

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