lunedì 5 febbraio 2018

Giulio Meotti, Il suicidio della cultura occidentale, Lolita



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E riporto anche in questi tempi di delirio puritano un suo articolo uscito sabato su Il Foglio:

"Arriva la Lolitafobia
Le femministe ora mettono gli occhi su Nabokov. “Vogliono un mondo mediocre, noioso e infantilizzato

Chi sarà il prossimo obiettivo della foga censoria delle ancelle di #MeToo? La risposta potrebbe darcela l'inserto settimanale del Mundo, il giornale spagnolo, che dedica un numero speciale alla “Lolitafobia”. Il riferimento è al grande romanzo di Vladimir Nabokov, che racconta la vicenda di Humbert Humbert, il grandioso e sinistro protagonista che ama una ninfetta.
È vero che Lolita non ha mai avuto vita facile Nabokov finì il romanzo nel dicembre 1953, e secondo il suo biografo Brian Boyd, lo spedì a cinque editori. Nessuno lo accettò, nemmeno il settimanale New Yorker, con il quale Nabokov aveva un accordo di esclusiva. Pascal Covici, editor di Nabokov in Viking, dirà che chiunque lo avesse pubblicato avrebbe rischiato di essere multato o incarcerato. Allora Nabokov pianificò di pubblicare il romanzo con uno pseudonimo. Poi trovò la casa editrice Olympia Press, in Francia, che lo esortò a usare il proprio nome e Nabokov alla fine accettò. La critica fu spietata. John Gordon, il direttore del Sunday Express, scrisse “É il libro più sporco che abbia mai letto”.
Sessant'anni dopo, la ninfetta di Naboko pare essere tornata a ossessionare #MeToo. E non a caso il Mundo usa come immagine di copertina la Thérèse di Balthus, il quadro che una cospicua petizione femministra ha cercato (fallendo) di rimuovere dal Met per supposta pedofilia. Adesso alcune femministe vorrebbero mettere le mani sul romanzo di Nabokov, per censurarlo, per mettere in guardia i lettori, per metterci sopra una sorta di fascetta con scritto dangerous. La scrittrice Maya Mutter ha scritto “La sindrome Lolita: il fenomeno culturale di una violazione consentita”. Poi Mutter ha sviluppato, insieme ad altre femministe, il Project consent, un sito web che funge da catalizzatore contro l'aggressione sessuale. “Questa non è una storia d'amore, questa è una ragazza di dodici anni che entra nella sua fase di curiosità di cui un uomo adulto approfitta”, dice Mutter. Anche Sarah Herbold, specialista in critica letteraria e professoressa all'Università della California, attacca il romanzo di Nabokov e accusa i fan di lolita di “non volere guardare la misoginia presente nel romanzo”. Ma non tutte le femministe e autrici sono d'accordo.
Loola Perez attacca il terremoto del politicamente corretto che sembra aleggiare adesso sulla cultura occidentale , “Un mondo senza Nabokov, Céline, Heidegger e Houellebecq sarebbe un mondo infantilizzato, mediocre, noioso e utopistico” dice Perez al Mundo. Va oltre il giornalista e romanziere Juan Soto Ivars, quando afferma che “le donne che sostengono la scomparsa di Lolita non meritano il minimo rispetto. Non dovremmo avere paura di chi ha opinioni censorie, ma il fatto è che queste hanno iniziato a spaventare”. Come riporta Politico, la Columbia University di New York aveva pensato di aggiungere Lolita al corso sui “Capolavori della letteratura e della filosofia occidentale”. Non è successo. E ragionevolmente si presume che la grande università non fosse interessata a traumatizzare i lettori con le effusioni di Humbert. “Oggi, nel 2018, L'impero dei sensi di Oshima e Lolita non vedrebbero mai la luce a causa degli autoproclamanti progressisti”, ha dichiarato la scorsa settimana Sarah Chiche, la psicoanalista francese fra le prime firmatarie dell'appello Deneuve contro #MeToo.
Chissà se Azar Nafisi, che faceva leggere Lolita alle ragazze iraniane desiderose di qualcosa di diverso dal catechismo islamico di Khomeini avrebbe mai immaginato che nel liberissimo occidente si sarebbero dedicati speciali alla “Lolitafobia”. E agli ayatollah progressisti."

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