domenica 14 gennaio 2018

Un estratto da "Ipotesi di una sconfitta" di Giorgio Falco (Einaudi)


Mentre parlavo con mio padre mi sono ricordato di un passaggio di questo libro di Giorgio Falco. Camminavamo sul lungolago di Como, sfiorando gli ultras della squadra lariana pronti per la sfida contro il Varese, discutendo di politiche e malattie e io pensavo al padre di cui scrive Giorgio Falco e poi ascoltavo ancora mio padre e riflettevo che per far star bene mio padre devi farlo parlare di lavoro, chimica, calcio, mia madre. Tutto il resto lo fa innervosire. Mio padre è uno di quegli uomini che nel lavoro ha trovato la propria identità. Quando, per ragioni di salute, ha dovuto smettere di lavorare sono emerse la parte aggressiva e insolente del suo carattere, la sua anima spietata e superba. Come se il lavoro funzionasse come una specie di lavatrice dei lati peggiori del suo carattere. O forse lui è sempre stato quest'uomo ambiguo, ambivalente, difficile da capire e solo invecchiando ho potuto capirlo. Ed è anche per questa sua religione del lavoro che non ci capiamo. Per lui la realizzazione lavorativa, il migliorare la propria posizione, avere un curriculum di qualità sono sempre stati il Vangelo. Quando parla con me e gli rispondo che non me ne frega niente del lavoro, di questo e di quelli passati, che questo lavoro di merda che sto facendo mi sta bene perché mi permette di farmi i cazzi miei, lui perde la pazienza. E allora io non gli parlo mai di lavoro. Lascio che sia lui a farlo. Poi certe volte non sto nemmeno ad ascoltarlo. Come ho fatto oggi. Guardavo gli idrovolanti, gli uccelli, i pescatori, le ville e il cemento che hanno invaso le rive. Poi sono risalito in macchina e sono tornato a casa. Prima di salutarci gli ho detto "Sai, non è che mi manchi poi cosi tanto per finire il libro che sto scrivendo. Poi lo sai che ho una concezione del tempo strana ma volevo dirti che ho scritto anche di te. E non so se ti farà piacere". Lui mi ha guardato e mi ha risposto "Cazzi tuoi".

L'estratto:

"Nulla di nuovo. Scrivere del lavoro, del padre, della morte del padre. Come diceva una vicina di casa: si muore una continuazione. Nonostante la toracentesi, il versamento pleurico era inarrestabile, eppure la dottoressa aveva voluto infilare l'ago della siringa nelle spalle di mio padre con gentilezza e cura, come per guarnire una torta di compleanno. Ormai il liquido è dappertutto, aveva detto, nel corridoio. Una delle ultime sere, mio padre aveva bevuto un po' di brodo. Voleva sollevarsi dal cuscino ma non aveva abbastanza forza per stare in equilibrio con le gambe a penzoloni sul bordo, temeva di cadere. Allora mi ero seduto al centro del letto, volgendogli le spalle, cosi' lui aveva trovato un punto di equilibrio appoggiando la sua schiena alla mia: aspirava, deglutiva un po' di brodo e pensavo, è dappertutto, sentivo il suo respiro affaticato, guardavo mangiare il vicino di stanza, un uomo di sessant'anni, che aveva già finito il secondo, raccoglieva l'intingolo con la mollica di pane, era ricoverato per un piccolo intervento, una breve parentesi prima di ritornare a casa.
Un sabato mattina di fine gennaio mio padre era riverso sul fianco, somigliava a mia madre morente, la guancia sinistra appoggiata al cuscino, la bocca aperta in direzione del muro; dalla finestra entrava un raggio di luce che cadeva con intenzionalità sul fiore infilato dentro la bottiglietta, sopra il comodino. Il vicino di stanza aveva detto, condoglianze, poi aveva ripreso a sfogliare il giornale, alimentando l'alternanza tra il sibilo di mio padre e il fruscio della carta. Mi ero accostato alla finestra per guardare il paesaggio delle ultime ore di mio padre. Un albero del giardino ospedaliero spingeva i suoi rami fino a lambire le finestre del quinto piano; su di essi erano appollaiate due tortore ammutolite in attesa della primavera. I rumori dei lavori in corso per la costruzione dell'edificio di fianco giungevano attutiti. Un camion con la betoniera in rotazione manovrava nel cantiere. Dabbasso, schiacciate dalla mia prospettiva a picco sui quindici metri di strapiombo, i visitatori camminavano verso l'ingresso dell'ospedale come burattini unidimensionali; un'ambulanza entrava a passo d'uomo, certificava un mondo ancora vivo. Guardando attraverso i rami dell'albero spoglio, e poi scendendo verso il tronco e le radici lontane che premevano in direzione del muro di cinta, avevo oltrepassato il confine e appoggiato lo sguardo nella terra povera di un giardinetto comunale, e li' avevo visto la statua dedicata a un agricoltore ucciso dai neofascisti nella strage di piazza Fontana; non riuscendo a sostenere l'orrore a lungo, soprattutto quando l'orrore diventa abitudine e indifferenza, avevo guardato l'orizzonte, il liceo in cui avevo studiato e la stradina che, dopo sei chilometri, conduceva al fiume; li' andavamo a fumare durante i giorni in cui bigiavamo la scuola: la stessa stradina che mio padre, alla guida di un Iveco giallo del comune - la scritta scuolabus sulle fiancate e il posteriore - percorreva negli anni Settanta, quando accompagnava a casa i bambini che abitavano in periferia o piu' in fuori, fino alle cascine che confinavano con il fiume; sembrava di ascoltare, insieme al rantolo secco del respiro, il rumore dell'acqua in tutte le sue modulazioni, sia al centro, nella maggiore portata, sia margini, dove l'acqua scompare lasciando spazio alle pietre, non prima di averle bagnate.
Un'infermiera aveva appoggiato un paravento tra i due letti. Di li' a poco era passata con il carrellino del cibo, ripetendo i piatti del giorno. L'agonia era durata una ventina d'ore, fino alle cinque di domenica mattina.
Dopo pranzo ero ritornato in ospedale per vedere la salma nella camera mortuaria. Lungo la strada il cielo era grigio, faceva freddo, avevo lasciato la bici pieghevole a casa e guidato la macchina per una dozzina di chilometri, lambito la breve serie degli ultimi campi rimasti. Poi era arrivata la neve; ormai qui non nevica spesso, ma ancora piu' anomalo era stato l'incontro con un gregge in quei campi tra capannoni e nuove abitazioni. Andavo a vedere la salma di mio padre sotto i fiocchi di neve, il gregge e i pastori al lato del finestrino, non riuscivo a capire dove uomini e animali potessero andare, quale fosse la loro destinazione seguente, sembravano atterrati da un altro pianeta su quello spicchio di campo. Mio padre era ricomposto nella bara, le scarpe quasi nuove, un abito nero, la cravatta, il decoro come fondamento dell'esistenza, fino al termine, anche oltre, nell'infinito disfacimento dei suoi giorni seguenti." (pp. 45-47)


Nessun commento:

Posta un commento