giovedì 18 gennaio 2018

Gli americani che muoiono prima, droga, Slowdive, Quando uccidere non basta

Son partito da qui e poi ho ricordato quando anni fa stavo seduto su una panchina in riva al lago. 
Era un periodo storto. Orribile. Non riuscivo a dormire, ero stressato, mangiavo pochissimo. Avevo la testa vuota ma anche super elettrica. Piena di pensieri negativi, rabbia, rancore e silenzio. Sentivo la voglia di staccare, di rilassarmi e anche di viaggiare, spaccare la faccia ai miei genitori, affogarmi, scrivere, leggere. Avevo trovato in un cassetto una scatola con dei tranquillanti che mi erano stati prescritti e ne avevo preso uno. 
Sarà stato perché lavoravo troppo, perché mangiavo poco e faceva un caldo atroce ma quando mi sedetti su quella panchina praticamente affogai in me stesso. E tutto quello che avevo dentro allo stomaco, nella testa, nel corpo evaporò e rimasi lì come disteso su una nebbia gelatinosa a guardare il lago. E intanto fumavo una sigaretta dietro l'altra. A scuotermi dal torpore fu una donna che si era seduta accanto a me con una bottiglia di birra in mano. Mi stava offrendo una sigaretta del mio pacchetto di Pall Mall rosse chiedendomi com'era la roba, perché la sua non valeva un cazzo e invece io sembravo stare da Dio. Le chiesi un sorso della sua birra e la finii completamente facendola incazzare ma mostrandole i soldi riuscii a convincerla che le avrei offerto una birra al Circolo vicino. Tornammo con quattro birre alla panchina e solo allora riconobbi il suo volto e lei finalmente il mio. Non ci conoscevamo per nome ma ci incrociavamo spesso da quelle parti e fuori da alcuni locali. Si mise a parlarmi dei pischelli che erano finiti dentro alla roba e che se la stavano fumando sulle scalinate che davano sul lago. Bravi ragazzi e brave ragazze semipunk che si stavano facendo fottere dall'eroina, dall'alcool, dagli acidi. Alcune delle quali, una in particolare, avrei conosciuto tempo dopo. Discutemmo del suo durissimo lavoro di cercare soldi e farsi e bere e camminare e parlare e parlare e parlare e cercare soldi e farsi e camminare e bere e finire perquisiti e poi ospedale e poi comunità e via da capo. Da anni. Mi parlò dei suoi studi liceali e di come veniva al circolo per leggere tutti i giornali e che se poteva si portava sempre dietro con sè un libro da leggere. Poesie e Delitto e Castigo. Lo leggo tutti i giorni, mi disse. Parlammo fino a sera di come andavano le cose. Poi andò a prendere la sua dose da un marocchino che di quei tempi avrei tanto voluto uccidere e poi ritorno' in un tempo indefinito e poi se ne ando' definitivamente. Ai miei genitori avevo raccontato che avrei dormito fuori. Semplicemente restai lì su quella riva, di un sabato sera di primavere, mentre mi tornava la lucidità. Non mi accorsi nemmeno di aver comprato un pacchetto di sigarette. La rividi altre volte. Una sera mi propose di smezzare la roba se l'avessi portata in un posto ma io le mentii e le risposi che la macchina non ce l'avevo. 
Son venuto poi a sapere è morta di complicazioni legate a tutti quegli anni di dipendenza. 
Mi capita di incontrare gente che non ha mai smesso di farsi da quando io ho diciotto anni e son vent'anni almeno che si fa.
Una di quelle sere mi disse "Sai, sono una sopravvissuta".
Ma alla fine moriamo tutti.
Non ci sono sopravvissuti a questo mondo.

E poi alla fine mi consolo con loro:

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