sabato 25 marzo 2017

Grande rispetto, sempre, per Luigi Manconi.....

Quando arrivate qui, su questo blog, non aspettatevi mai strade facilmente percorribili.
Nemmeno risposte sicure.
Non lo faccio per stupire a ogni costo.
Ma per un bisogno di restituire la complessità di posizioni che stanno dentro di me e dell'interesse per l'Altro.
Non voto nessun partito, non frequento nessuno, tantomeno circoli, forum, festival, non presento libri, non ho alcun tornaconto da questo blog, da cio' che esprimo, non firmo per alcuna testata se non per il mio fegato, dei movimenti me ne frego.
Faccio il mio lavoro in un cinema.
Mi sveglio alle 4.30 quasi tutti i giorni.
Leggo.
Cammino.
Non v'interessa questo blog, vi faccio schifo, frequentate altri lidi.

Ma c'è un politico in Parlamento che rispetto parecchio.
Oggi su Il Manifesto Luigi Manconi è stato interpellato a proposito del suo voto sul caso Minzolini.
La sua risposta è magistrale:

"La replica di Luigi Manconi

Il voto sulla decadenza di Augusto Minzolini è stato l’adempimento di una funzione di controllo di ultima istanza che è affidata al Senato dalla stessa legge Severino. La decadenza dei parlamentari, infatti, non è un automatismo: altrimenti spetterebbe al presidente della Camera interessata la semplice comunicazione all’Aula.

Dunque, votare sì o votare no, è esattamente quanto previsto dalla Legge Severino. Norma che, peraltro, non può che essere letta alla luce dell’articolo 66 della Costituzione dove è scritto: «Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità». Il verbo usato è, appunto, «giudica» e non «ratifica» «verifica» o «prende atto». E se una valutazione deve esserci, non può che essere libera.

Così ho espresso le mie riserve con un voto conseguente.

Riserve, innanzitutto, sul fatto che alla determinazione della pena inflitta a Minzolini, soprattutto nella sua entità (di 6 mesi superiore rispetto a quella chiesta dal Pubblico ministero: proprio il tempo in più che ha fatto scattare quanto previsto dalla Severino), abbia contribuito un magistrato ottimo come Giannicola Sinisi, che però ha il non piccolo limite di essere stato parlamentare e due volte esponente di governo dello schieramento avverso a quello di Minzolini. (Schieramento e governo di cui ho fatto e faccio parte).

E a rafforzare i miei dubbi c’è ancora il fatto che, per lo stesso illecito, Minzolini si è visto dare ragione sia dalla Corte dei conti che dal Tribunale del lavoro.

Ma torniamo al punto per me cruciale: attualmente in parlamento siedono magistrati appartenenti a vari partiti. Quando, tra un anno, io non sarò più senatore, dovrò sentirmi tranquillo se per un mio eventuale reato fossi giudicato da chi oggi è parlamentare del centrodestra?

Infine, due riflessioni personali (ma fino a un certo punto).

La mia scelta ha indotto molti ad assumere la seguente posizione: bravissimo Manconi per le sue battaglie a favore dei diritti umani, ma figlio ‘e ‘ntrocchia per il voto contrario alla decadenza di Minzolini.

Vorrei che si considerasse l’ipotesi che tra le mie due posizioni ci sia una certa coerenza (faticosa e complicata anche per me).

E che non si dimenticasse che, anche su Stefano Cucchi e su Giulio Regeni, sui profughi e sui rom e sul 41-bis, mi sono trovato spesso in una desolata solitudine (o con l’esclusiva compagnia dei radicali). Anche nella sinistra. E nell’estrema sinistra.

E quell’isolamento non è certo un merito: è il segnale di una sconfitta, credo non solo mia.

Luigi Manconi"

....

In breve su "Essere Nanni Moretti" di Giuseppe Culicchia (Mondadori) + Priestess




"Essere Nanni Moretti" ultimo romanzo di Giuseppe Culicchia (Mondadori) ha una storia facilmente riassumibile: un giorno, Bruno Bruni, traduttore precario, aspirante grande scrittore contemporaneo italiano, si fa crescere la barba e comincia a essere scambiato per Nanni Moretti. A quel punto Bruno e la fidanzata Selvaggia decidono di sfruttare la situazione, con tutti i rischi del caso. Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di  un libretto del cazzo e invece questo romanzo è straordinariamente divertente e pungente. Uno di quei romanzi che servono anche per staccare la spina. Per prendersi una pausa intelligente.

Una premessa: Nanni Moretti e i suoi film non mi sono piaciuti.

Cosa mi è piaciuto:

- due passaggi molto intimisti, quello relativo alla fine dei Murazzi di Torino (per me da vera antologia) e l'altro sulla vecchia casa di famiglia che il protagonista vorrebbe riacquistare
- come Culicchia riesce a mette in ridicolo il mondo letterario italiano (editori, scrittori, aspiranti scrittori, editor, agenti, lettori) senza pero' tirarsela, anzi facendolo con molta autoironia
- il personaggio di Selvaggia che sembra uscito da un manga e lo pseudonimo che si sceglie: Lilli Gruber
- il ritratto dei sindaci di mezza Italia, tutti con un libro storico da regalare (i sindaci mi hanno sempre fatto ribrezzo al pari dei vigili) e camere, pranzi, cene da offrire
- il mondo delle presentazioni in giro per festival, saloni, capitali, ambasciate, alberghi, cessi
- la descrizione di come si lanciano nuovi mostriscrittori esordienti
- per come si respira la tristezza dell'invecchiare
- per come in realtà sotto al divertimento ci sia tanta tanta depressione
- come gioca col ridicolo personaggio Nanni Moretti
- il personaggio principale, un gran rompicoglioni, logorroico
- Giuseppe Culicchia, perché io a Giuseppe gli voglio un gran bene da secoli
- il finale, che mi ha ricordato cos'è successo a mia sorella anni e anni fa

Cosa non mi è piaciuto:

- le scene dei sindaci si ripetono troppo (cosi' come la ripetizione di altre parti)...tutto voluto ma crea un effetto noia
- poca crudeltà
- poca ferocia
- una certa esilità della trama
- la scena delle api
- i capelli leccati di Giuseppe Culicchia
- che Giuseppe Culicchia a 52 anni, da quanto vedo nella foto, sembra ancora un adolescente, anzi sembra diventato un attore hollywoodiano


Con ironia, ma chi mi ha ricordato Selvaggia è Priestess (per come aleggia l'erba...anche se fisicamente sono due persone completamente diverse):


venerdì 24 marzo 2017

Mary Oliver


IL VIAGGIO

Un giorno, finalmente, hai capito
quel che dovevi fare, e hai cominciato,
anche se le voci intorno a te
continuavano a gridare
i loro cattivi consigli-
anche se la casa intera
si era messa a tremare
e sentissi le vecchie catene
tirarti le caviglie.
“Sistema la mia vita!”,
gridava ogni voce.
Ma non ti fermasti.
Sapevi quel che andava fatto,
anche se il vento frugava
con le sue dita rigide
giù fino alle fondamenta, anche se la loro malinconia
era terribile.
Era già piuttosto tardi,
una notte tempestosa,
la strada era piena di sassi e rami spezzati.
Ma poco a poco,
mentre ti lasciavi alle spalle le loro voci,
le stelle si sono messe a brillare
attraverso gli strati di nubi
e poi c'era una nuova voce
che pian piano
hai riconosciuto come la tua,
che ti teneva compagnia
mentre procedevi a grandi passi,
sempre più nel mondo,
determinata a fare
l'unica cosa che potevi fare-
determinata a salvare
l'unica vita che potevi salvare. 

La Tessinoise - 14, 15, 16 aprile - Lugano


Maggiori informazioni qui.

giovedì 23 marzo 2017

Che tristezza quelli che...

Che tristezza e che noia mi comunicano quelli che quando accade un attentato in Europa si preoccupano di quanto sproloquia o scribacchia Salvini per additarlo come razzista, si mettono a farmi i paragoni con la Palestina, l'Iraq, l'Afghanistan, la Libia, Saturno, mi parlano delle responsabilità dell'Occidente in chiave politica, sociologica, filosofica, psicologica, economica, rivoluzionaria, mi dicono Pensa a quanto accade in Siria, in Kurdistan, pensa alla copertura mediatica, pensa alle tv, pensa e intano fanno i conteggi con le vittime delle autobombe, dei kamikaze.

E non tacciono.

Fanno i rivoluzionari di terza categoria.

Fanno come le trasmissioni della Perego.

Io penso a mia cugina suora missionaria che vive in Congo sin dagli anni '60. Scampata alla morte piu' volte.

E del Congo non parla un cazzo di nessuno, salvo i giornali con l'Eni come supporto.

Stiamo al gioco.

Stiamo al gioco fino in fondo e poi passi la serata a vomitare nel cesso, altro che prendertela con Salvini.

Questa vita.
Insopportabile.

La risposta a quelli che mi chiedono: ma che film ti piacciono?

Lavoro in un cinema ma non lo frequento quasi per niente, sia perché lavorandoci non è che mi piaccia starci per altro tempo e sia perché non ci proiettano film di mio interesse. Tante volte mi chiedono ma quali sono i film che ti piacciono. Sono tanti, non so nemmeno cosa rispondere. Ho provato a scrivere su un foglio mentre ascoltavo questo pezzo i titoli dei primi film che mi uscivano dalla testa:

Su tutti:  Sentieri selvaggi (1956, John Ford) che è in assoluto il film della mia vita

Poi, senza classifica:

Fuoco fatuo (1963, Louis Malle)
1997: Fuga da New York (1981, John Carpenter)
Melancholia (2011, Lars Von Trier)
Satantango (1994, Béla Tarr)
Suicide Club (2001, Sion Sono)
I Goonies (1985, Richard Donner)
The Elephant Man (1980, David Lynch)
Turk 182 (1985, Bob Clark)

poi ce ne sono due, che vanno al di là del cinema, e sono pezzi della mia vita, fisica e mentale e che quasi è meglio che io non li veda:

L'impero del sole (1987, Steven Spielberg)

e

La vita sognata degli angeli (1998, Erick Zonca)

mercoledì 22 marzo 2017

Klimt 1918, Marion Le Pen, Thomas Savage


"Sentimentale Jugend" il doppio disco dei Klimt 1918 è uno dei dischi in assoluto piu' belli e intensi che ho ascoltato negli ultimi anni. Mi piace che sia un doppio, che necessiti di tempo, che ci siano pezzi lunghi, che sia oscuro, che abbia un libretto pazzesco. Che contenga un brano come "Stupenda  e miserabile città"  dove viene recitata una poesia di Pasolini.

..........


In questi 3 minuti Marion è semplicemente pazzesca.





............



.......

In questo giorno libero ho provato a uscire e a camminare nella pioggia.
A bere un caffè in un bar ma ho resistito solo mezz'ora e sono tornato a casa.
Niente biblioteca, niente lunga passeggiata.
Troppa angoscia.
Troppe macchine, troppi esseri umani per strada.

martedì 21 marzo 2017

Mare, Luca Carboni, The Cranberries, A. B. Guthrie, Out the Furnace, Those Who Walk Away

Da bambino aspettavo la primavera e l'estate con piu' serenità e fiducia di oggi.
Sapevo che avrei fatto il bagno nel lago, al mare, in un fiume.
Sarebbe finita la scuola.
Sarei andato a Domaso, a Santa Caterina Valfurva, a Pesaro, sul Ligure.
E leggere questo articolo che parla del disco omonimo di Luca Carboni mi ha fatto pensare ancora di piu' a Pesaro, al mare, al finire degli anni '80, a quanto mia sorella in quegli anni ascoltasse Luca Carboni.


Ma davvero allo sfinimento.
Appeso sopra al suo letto c'era un gigantesco poster col volto di Luca Carboni.
Ci resto' appeso fino in terza media quando fu poi sostituito da quello dei R.E.M.

Riascoltando oggi questo disco non smetto di pensare che Luca Carboni sarà sempre piu' dignitoso e onesto di molti cantautori, band alternative o socialmente impegnati di oggi e di ieri.

E visto che sto parlando di ricordi adolescenziali, a 14 anni impazzivo per Dream dei The Cranberries.
Non ho mai amato particolarmente i The Cranberries ma questa canzone/video ce l'ho ancora in testa.

.....



A. B. Guthrie è stato uno dei pochi scrittori che siano riusciti a scrivere grandi romanzi e grandi racconti sul West. "Il grande cielo" è un vero e proprio capolavoro. "L'ultimo serpente" (Mattioli 1885, traduzione di Nicola Manuppelli) è una raccolta di racconti di Frontiera che mescola argomenti piu' strettamente western (indiani, sparatorie) ad altri che descrivono il microcosmo di coloro che vivono in un Ovest pacificato, moderno ma che mantiene intatta la stessa rudezza e tragedia. Il racconto che ho apprezzato maggiormente è forse quello piu' intimista della raccolta e che si intitola "Ebbie" che vede per protagonisti una cagna semicieca in calore e gli occhi di un bambino che si apriranno sulla tragedia dell'esistenza.

...........


Ieri sera quasi per caso ho rivisto questo film in cui mi rispecchio molto, forse pure troppo. E il finale (anche se manca l'ultimo passaggio) mi rappresenta totalmente.

....

Di tutte le altre questioni che stanno sui giornali mi interessa ben poco.

..............


(qui)

domenica 19 marzo 2017

Andare allo stadio




Dopo il lavoro sono solitamente stanco, stravolto e molto triste, vuoto, senza domani.
Anche oggi lo ero.
Avevo un biglietto gratis per andare allo stadio.
Ci sono andato.
Avevo bisogno di staccare la spina e prendere il sole seduto in tribuna, bevendo magari una birra, rivedere il calcio.
La partita è stata miserevole.
Noiosa e di qualità tecnica imbarazzante.
Alcuni passaggi li ho persi seguendo le coreografie degli ultras delle rispettive compagini.
Ero circondato da beoti, cafoni, antisportivi, bambini con la bestemmia continua in bocca, ignoranti borghesi, uominidonnedialetto. Solo una minima parte di loro era realmente interessata a cio' a che accadeva sul campo. Forse è per questo che preferisco il ciclismo. Tifo per qualche corridore ma è la corsa in sé che mi appassiona, mi realizza. Come ieri alla Milano-Sanremo.
Ma non sono nemmeno fra quelli che demonizzano il calcio o coloro che scelgono di andare allo stadio.
Sono contento di essermi tirato fuori dal mondo del calcio quando mi fu offerto di entrare nelle file dei giovani del Lecco.
Meno di non aver scelto la carriera da allenatore.
Poi sono tornato a casa.
Sembrava estate.
Erano tutti a maniche corte intorno a me, io no, io avevo la felpa nera col collo alto, il cappellino nero calato sopra agli occhi e avevo freddo.
Volevo solo scomparire. 
Farmi invisibile.
Entrare nel mio appartamento, lavarmi, stare con la persona che amo, bere qualcosa, parlare con lei, sorridere, telefonare a mio padre.
Ripulirmi il corpo e la mente dalla sporcizia della giornata.
Leggere.
Guardare fuori dalla finestra e salutare la vicina coi capelli rossi follemente innamorata e finalmente felice.




(una postilla: che bello parlare con una collega che per anni ha praticato l'atletica leggera. Io avrei potuto fare i 100 e i 200. Mia sorella faceva salto in lungo. Una delle persone piu' importanti della mia vita è stato il mio insegnante di educazione fisica in Collegio: Gianfausto Balatti. Un monumento, un eroe, un mito dell'atletica leggera. Che bello quando mi insegno' a saltare in alto e a lanciare il peso. Mi diceva sempre che avrei dovuto mettere tutto il mio dolore nell'attività fisica...solo a pensarci mi viene da piangere...)

sabato 18 marzo 2017

Brevissimo su "Andarsene" di Rodrigo Hasbún (SUR)


Lo so che è facile scoprire di cosa parli questo libro. Ma fate come me. Entrate in una biblioteca o in una libreria e prendetelo. Leggetelo e basta. Tutto il resto cercatelo dopo. Sono 120 pagine mirabili. Mirabolanti per stile. Si puo' scrivere un'opera che parte da fatti realmente accaduti in maniera impeccabile? Si. Questo libro lo sta a dimostrare.

Di medicina, vaccini, scienza, giornalisti

Non sono un fanatico della medicina e della scienza. Nutro numerosi dubbi, nel mio piccolo, su molti eccessi della ricerca, su alcune strade che la scienza intraprende, sul ruolo dei dottori, sulla medicalizzazione a tutti i costi, sull'abuso di farmaci, sull'uso degli antidepressivi, eccetera, eccetera. Ma io sono stato un bambino salvato dalla medicina e da alcuni farmaci specifici e di ultima generazione. Stessa cosa vale per mio padre che grazie alla tecnologia + medicina si è curato da un tumore benigno nel naso e negli zigomi e si è ricostruito praticamente tutta la bocca e il setto nasale. 

Scrivo queste parole perché nel 2017 non pensavo di tornare a parlare di morbillo.
Capito, morbillo!!!!
E invece ecco che si torna a parlare di vaccini.

Stamattina all'alba sfogliavo online La Provincia di Lecco e in prima pagina un titolo richiama l'aumento di casi di morbillo, adesso fra le mani ho Il Giornale che parla pure di lui di vaccini.

Una roba davvero incomprensibile per il sottoscritto.

A me basta solo ricordare che i Nativi Americani furono spazzati via dalle malattie portate dai bianchi. Morbillo, varicella, pertosse, orecchioni. Altro che Custer. Chiedetelo ai Mandan, agli Arikara, agli Osage. Nazioni gloriose, immortalate da George Catlin. In pochi anni furono spazzati via dalle malattie.

Ma si sa, ormai se ci si ferma a ragionare, a dubitare con serenità e apertura di testa, ci si ricorda che la scienza non è un opinione,  che la ricerca è una cosa importante si fa la figura dei fessi, dei servi delle multinazionali, stipendiati da qualche lobby farmaceutica o bancaria.

Per questa gente sono meglio i ciarlatani, Le Iene coi loro servizi sulle staminali, il blog dei cinquestellati, i complotti a non finire, eccetera, eccetera, eccetera.

.....





Trascrivo anche un articolo di Piero Sansonetti uscito oggi su Il Dubbio. Si parla di Ilaria Capua, Minzolini, giornalisti o pseudo giornalisti.

L’inarrestabile ascesa del giornalismo manigoldo

L’altro giorno a «Otto e mezzo», sulla “7”, la scienziata Ilaria Capua ha raccontato la sua allucinante vicenda giudiziaria che l’ha costretta a dimettersi dalla Camera dei deputati e le ha avvelenato alcuni anni di vita. La dottoressa Capua, che è considerata una dei più importanti virologi in campo internazionale, fu indagata prima segretamente, poi pubblicamente ( perché le carte furono passate all’Espresso che le pubblicò con enorme evidenza, presentandole con una copertina agghiacciante intitolata, senza tanti dubbi, “Trafficanti di Virus”) con l’accusa di avere venduto dei virus, diffuso alcune epidemie mortali, e dunque provocato delle stragi. Un po’ come successe, non so se ricordate, qualche secolo fa a Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora, due cittadini milanesi che furono accusati di essere “untori”, cioè di avere diffuso il morbo della peste, e poi furono torturati, e infine squartati e uccisi. Certo che erano innocenti, ma la folla credette agli accusatori. Alla Capua è successo più o meno la stessa cosa, nonostante l’incredibilità dell’accusa. 
Grandi giornali hanno creduto ai magistrati, finché, per fortuna, qualche mese fa un Gip di Verona ebbe tra le mani il caso e si precipitò ad archiviare questa follia.
A «Otto e Mezzo» c’erano, insieme a Lilli Gruber, Paolo Mieli e Marco Travaglio. Mieli, sebbene non avesse mai scritto niente di male, ha chiesto scusa alla Capua per non essere intervenuto a suo tempo in sua difesa. Travaglio invece ha fatto la faccia offesa e ha detto – così, per dire, senza ragionare molto – che magari la colpa è dei politici e che i magistrati non c’entrano niente con questi errori. Si è rifiutato di chiedere scusa. Del resto il giorno dopo l’assoluzione della Capua, quest’estate, aveva scritto sul Fatto un articolo nel quale diceva che si, vabbé, era stata prosciolta per l’accusa di epidemia dolosa, o qualcosa del genere, ma non per l’associazione a delinquere, perché lì era intervenuta la prescrizione, e se la Capua fosse stata una persona seria avrebbe dovuto rinunciare alla prescrizione...
Non credo che ci sia bisogno di commentare. Tutt’al più si potrà fare notare che per fare una associazione a delinquere occorre almeno progettare un delitto, altrimenti l’associazione a delinquere diventa una bocciofila, non perseguibile penalmente. Ma queste sono solo sottigliezze da azzeccagarbugli...
Ieri invece non solo Il Fatto ma diversi altri giornali si sono scagliati contro il Senato che aveva salvato Minzolini ritenendo che nel processo contro di lui ci fosse quello che il latino si chiama “fumus persecutionis”, cioè sospetto di persecuzione giudiziaria. Perché il Senato ha avanzato questi dubbi sulla sentenza contro Minzolini? Perché a emettere la sentenza è stato un giudice che per 20 anni ha militato – in Parlamento e anche nel governo – nello schieramento opposto a quello di Minzolini. E poi è tornato a fare il giudice e a processare i suoi colleghiavversari.
Il Fatto ha praticamente ignorato questa motivazione, che non appare in nessun titolo, in nessun occhiello, in nessun sommario nelle pagine dedicate al caso. E ha pubblicato con grandissima evidenza, proprio come una lista di proscrizione, i nomi dei diciannove senatori del Pd che hanno votato a favore di Minzolini. L’altro ieri il direttore del “Fatto online” li aveva definiti dei “maiali”.
Non mi interessa adesso una riflessione sul livello infimo del linguaggio giornalistico. Piuttosto un’altra riflessione. Che riassumo in questa domanda: un giornalismo che in modo consapevole, coerente e continuativo non mira a informare ma a disinformare perché ciò è più utile alle sue campagne politiche, ha ancora qualcosa a che fare concon la libertà di informazione? Per me la risposta è no.
Poi c’è una seconda domanda, più difficile. È giusto garantire la libertà di “disinformazione”? Per me la risposta è sì. La libertà è unica, e se si vuole difendere la libertà di informazione bisogna pagare il prezzo di lasciare mano libera a tutte le forme di giornalismo, anche a quello manigoldo.
Però dovremo prendere atto che oggi, in Italia, il giornalismo manigoldo prevale. E ha quasi ucciso il giornalismo vero."

giovedì 16 marzo 2017

Leggere (Enrico Brizzi, Magda Szabo, Georges Simenon, Chris Bachelder, Gianpaolo Rugarli), Nick Raider, Albedo


Che poi, anche grazie a un commento di Massimo, è tornato fra le mie mani.
Céline è un amico, un maestro, una medicina, un torturatore, un esempio.

-------


Praticamente quando non lavoro, non cammino, non faccio qualcosa con la mia compagna, non sbrigo impegni, io leggo. Per ore e ore tutti i giorni. Romanzi, fumetti, giornali, articoli. Scrivo anche, ma con convinzione e dedicandomici completamente solo quando la mia mente si placa e non sto cosi' di merda che mi sembra del tutto inutile scrivere qualcosa o anche quando so di non avere impegni, di avere la giornata totalmente libera davanti a me e anche quella successiva.
E comunque, girovagando per un mercatino dell'usato ho preso alcuni libri anche oggi che si sommano alle pile gia' consistenti davanti a me:


(qui)


(qui)


(qui)

E questi invece li leggero' fra poco:


(qui)


(qui)

e fra i libri ho ritrovato anche alcuni numeri di Nick Raider e ne ho letto uno bellissimo e da veri brividi, con una una sceneggiatura magistrale:


......


Gli Albedo sono uno dei gruppi italiani piu' intensi in circolazione. Uno dei pochi che mi sanno leggere dentro. Nelle cuffie ho rimesso "A casa"

mercoledì 15 marzo 2017

Belpietro e il suo processo, Francesco Borgonovo, Bataclan



Mi prendo la briga di trascrivere l'intero articolo di Francesco Borgonovo uscito martedì 14 marzo 2017 su LaVerità. 

Un processo assurdo e vigliacco.

"Belpietro a processo per un titolo. Ormai è vietato parlare dell'islam.
Iniziato a Milano il procedimento contro il nostro direttore per la prima pagina sulla strage del Bataclan. In aula associazioni musulmane, che lamentano l'odio contro di loro. E delle vittime nessuno s'interessa più

Ed ecco che, come per magia, l'immane questione si riduce a un titolo di giornale. Anzi: il problema è proprio il titolo di un giornale, solo quello. Tutto il resto – il sangue, i morti, il dolore, le vite innocenti masticate con ferocia – passa in secondo piano. Al centro della scena, nel cono di luce del riflettore, le vittime reale sono sostituite da vittime presunte.
Non si tratta più di compiangere i ragazzi e le ragazze che il 13 novembre del 2015 sono rimasti inerti sul pavimento del Bataclan, un locale parigino trasformato per una notte nella succursale di un macello. No, non si parla più di quei corpi riversi a terra, che avevano solo il calore del sangue versato ad allontanare il gelo della morte. Grazie a un astuto gioco di prestigio mediatico, ora l'attenzione è concentrata sui musulmani: sarebbero loro le vere vittime di violenza. Una violenza inferta non da un commando jihadista armato di mitragliatori e intenzionato a impilare cadaveri, bensì dalla prima pagina di un quotidiano che commentava la strage di Parigi, l'ennesima compiuta in nome di Allah.
Ieri, a Milano, è iniziato il processo che vede imputato Maurizio Belpietro, direttore del giornale che tenete fra le mani, per “offese a una confessione religiosa mediante vilipendio di persone”. L'arma del delitto è il titolo di prima pagina di Libero (allora diretto da Belpietro) del 14 novembre 2015, quello dedicato alla carneficina del Bataclan: “Bastardi islamici”. Se c'erano persone vilipese, dunque, si tratta dei jihadisti autori della mattanza, a cui era rivolto l'attacco a mezzo stampa. Erano loro, i bastardi. Assassini spietati che avevano una caratteristica: quella di essere islamici.
“Bastardi islamici”, quindi. Così come esistono “bastardi cristiani” (anche queste parole furono pubblicate su Libero sotto forma di titolo) e bastardi di qualunque altra confessione religiosa. E che quelli di Parigi fossero dei bastardi, non ci sono dubbi: basta avere il fegato di guardare ancora una volta le immagini scattate dopo l'assalto, le foto delle pareti sporche di dsangue e dei corpi pallidi sparsi sulla pista da ballo. Difficile negare anche che i terroristi fossero musulmani: non solo gridavano “Allah Akbar”, ma hanno pure diffuso video e messaggi in cui illustravano la motivazioni della loro azione, cioè la guerra all'Europa crociata.
Ma, appunto, non è più del Bataclan, della jihad o dello Stato islamico che si discute. Questi sono argomenti che vanno lasciati da parte.
In tribunale a Milano si parla di altre offese: quelle da cui si ritengono colpiti alcuni musulmani italiani. I quali hanno ritenuto di presentarsi in aula onde manifestare il proprio sdegno. Erano in parecchi: esponenti del Coordinamento associazioni islamiche di Milano e Monza (il Caim), rappresentanti della comunità islamica di Bologna, altri fedeli giunti – pare – in autonomia. Tutti riuniti per esprimere riprovazione verso un titolo di giornale e verso il giornalista che ha firmato l'articolo sottostante, cioè il medesimo Belpietro. Il quale avrebbe insultato “pubblicamente la religione islamica”, e lo avrebbe fatto perché mosso da finalità di odio razziale.
“Il titolo ci offende e ci disgusta e incita all'odio religioso”, ha dichiarato il presidente del Caim, Omar Jibril. “Qualora dovessimo ottenere un risarcimento”, ha aggiunto poi, “destineremo quei fondi per promuovere iniziative volte al dialogo interreligioso e contro l'islamofobia”.
È ammirevole questa partecipazione così entusiasta da parte della comunità islamica italiana. In altre occasioni, purtroppo, si è rivelata un pochino meno motivata. Per esempio quando si è trattato di scendere in piazza contro il terrorismo. Pochi giorni dopo la mattanza del Bataclan (e l'uscita del titolo incriminato) a Milano e Roma furono organizzate dalle associazioni musulmane due manifestazioni parallele. Erano presenti poche decine di persone, e i leader islamici che presero la parola si occuparono per lo più dei diritti negati ai loro fratelli e delle difficoltà incontrate nella costruzione di nuove moschee. Insomma, la condanna del terrorismo jihadista fu liquidata piuttosto velocemente, come si fa con le formalità.
Stupisce, dunque, l'attuale foga. Sorprende l'ardente desiderio di trascinare nell'agone mediatico la vicenda che riguarda Belpietro. La prossima udienza del procedimento è fissata per il 15 maggio, e il giudice ha respinto la richiesta di far entrare in aula le telecamere. È evidente, tuttavia, come le associazioni islamiche e i loro rappresentati legali stiano cercando di trasformare la storia di “Bastardi islamici” in un caso emblematico. L'idea è quella di mostrare quanto siano discriminati i fedeli musulmani dalle nostre parti. Denigrati e vilipesi. Sono loro, le vittime. Non i ragazzi ammazzati al Bataclan come la povera Valeria Solesin. Non giovani donne come Fabrizia Di lorenzo, falciata a Berlino dal jihadista Anis Amri, successivamente fermato da due agenti di polizia a Sesto San Giovanni, a pochi chilometri da Milano.
Capite bene che in questo modo si sposta l'attenzione, si ribalta la prospettiva. Non si riflette più sulla spietatezza dei terroristi e sulle ragioni del loro odio. Si discute soltanto del vilipendio a cui sarebbero sottoposti gli islamici in Italia e europa.
Finché si resta sul sentiero del politicamente corretto, finché si sostiene che “l'islam è una religioen di pace”, non ci sono problemi. Ma se appena qualcuno utilizza termini diversi e toni più forti (magari motivati da eventi dolorosi come una strage), ecco che scatta l'accusa di razzismo, di odio antislamico, di islamofobia. Se qualche esponente musulmano , sui social network, scrive che la poligamia è sacrosanta, tutto bene. Se qualcuno dà del bastardo a un terrorista assassino (e non certo a tutti i musulmani), allora merita di finire a processo, di venire multato o comunque di venire ridotto al silenzio.
Quando si occupano di islam, i giornalisti, gli scrittori, i vignettisti, gli autori televisivi devono fare attenzione, misurare col bilancino le parole. Altrimenti rischiano l'accusa inappellabile: “Razzisti, islamofobi, odiatori”. E mentre le vittime presunte pretendono risarcimento, le vittime vere giacciono ancora lì, nel cono d'ombra. Freddo come il pavimento del Bataclan."


Brevissimo su "I Moderati" di Abel Bonnard (Oaks Editrice); uno degli ultimi film visti da mia madre; in testa; un disco imbarazzante


Vive di lampi prolungati e grande stile (in alcuni passaggi sono letteralmente morto d'invidia) “I Moderati” di Abel Bonard (Oaks Editrice, traduzione di Luigi Emery), anche se talvolta mi sono un po' perso durante la lettura e non per la densità degli argomenti ma perché mi veniva quasi normale operare dei parallelismi con quelli che sono i moderati di oggi e allora la lettura si è rallentata parecchio. Anche io ho sempre fatto fatica ad avere a che fare coi moderati.

Il finale dell'introduzione di Stenio Solinas è memorabile.

Spogliato dalle contingenze del suo tempo e dalle letture interessate degli anni Sessanta, I moderati risplendono infatti di quella luce propria che ha a che fare con l'etica dei comportamenti. Il lettore mi scuserà se chiudo con una digressione personale, ma vedrà che essa non è né narcisistica né gratuita. All'inizio degli anni Ottanta, in un convegno intitolato “Le forme del Politico. Le idee della Nuova Desta”, l'intervento da me tenuto si intitolava, non a caso, “I moderati. Questo male del secolo.” “I moderati non sono i conservatori né tantomeno, i reazionari, i quali hanno almeno dalla loro un sistema di idee cui riferirsi, un metro di principi cui rifarsi. I moderati sono i fautori dello status quo, dell'hic et nunc. La loro idea della politica è una sorta di vacanza dalla storia. Per loro la politica è la gestione dell'azienda. E le aziende non si nutrono di valori, ma di rendiconti. Truccati, se possibile”. E ancora: “L'orizzonte politico dei moderati è in reale è in realtà simile al loro orizzonte estetico. Questo è composto di due camere e servizi, qualche gadget all'insegna del comfort e del consumo, nessuno oggetto perché bello in sé, ma solo perché utile. Quello si ferma alla frontiera con Chiasso, guarda con invidia l'ordine svizzero, sospira sui caveaux però poi si consola pensando che l'Italia ha avuto la sua storia”. Infine: “Non avendo più dèi né idee, il moderato, convertito o meno, ha alzato il suo altarino a una divinità per nulla sconosciuta, che è quella economica. Egalitario a parole, nella pratica sancisce il predominio di quella che è la forma più bastarda e crudele che una società amante della libertà si sia trovata ad affrontare. Il suo liberalismo non è altro che l'incitamento all'arricchimento in nome dell'arricchimento”. Trent'anni dopo, il “perché non possiamo dirci moderati” resta ancora d'attualità.” (pp. 14-15) 

....


Sono circondati da segni che mi ricordano mia madre. Ricordi minimi. Uno di questi riguarda "Centurion" il film che stasera va in onda da qualche parte. Fu uno degli ultimi film visti da mia madre prima di morire. Nei mesi di malattia le portai valanghe di dvd, serie tv, film scaricati (è dalla sua morte che praticamente non scarico piu' nulla). Lei li guardava sdraiata sul divano. Dormiva poco, spesso al pomeriggio, di notte era sempre sveglia. Questo film l'ho guardato insieme a lei. Ricordo ancora che mi disse "Da quando sei tornato dalla Cornovaglia non hai mai smesso di parlarmene". Io e mia sorella ci rimanemmo quasi un mese fra Inghilterra, Scozia, Galles, Cornovaglia. E vorrei tanto tornarci mamma. 

....

Che tristezza dedicarsi a Grillo, Civati, Lotti, Renzi, Bersani, Speranza, Salvini e compagnia bella.

La speranza è che Il Sole 24ore affondi e che scompaia dalla faccia della terra.
In nome della flessibilità.
Della modernità.
Della polvere che mangiamo tutti.

....


Il finale mi distrugge.

....

Poi mi hanno detto ascolta questo album de Lo Stato Sociale. Non dico nulla. Sta tutto in questa recensione.

martedì 14 marzo 2017

Due estratti da "Un destino tedesco. L’autobiografia di uno scrittore ribelle condannato da Weimar, incarcerato da Hitler, processato dagli americani" di Ernest Von Salomon (Oaks Editrice)




Inferiore a “I Proscritti” e a “Io resto Prussiano” (mentre mi manca "Freikorps. Lo spirito dei Corpi Franchi"), “Un destino tedesco. L'autobiografia di uno scrittore ribelle condannato da Weimar, incarcerato da Hitler, processato dagli Americani” (Oaks Editrice, traduzione dal tedesco di Eriberto Streicher) di Ernest Von Salomon è un comunque un romanzo indimenticabile, trascinante. In realtà, non veramente autobiografico ma autobiografico in un senso più ampio, esistenziale. Volevo alternarlo ad altri libri ma alla fine mi ha talmente conquistato che l'ho abbandonato solo dopo essere arrivato alla parola Fine. Lascio due passaggi, il secondo è la chiusura del libro. (Peccato solo per alcuni grossi refusi):

Gli impulsi e le caratteristiche decisivi del “movimento nazionale” furono offerti dall'afflusso dei soldati dei Corpi Franchi. Questi erano stati i primi, ed i soli, ad assumersi, subito dopo il crollo, veri compiti statali. Nella parte orientale del Reich, ora senza confini, che si conserverà come un piccolo Reich anche nel momento del crollo, essi stessi avevano costituito il confine. Ai confini dello Stato, i contrasti nazionali si profilavano rigorosissimi; là si presentavano e si definivano. Con la delimitazione dei confini sancita nel trattato di pace di Versailles, nel 1919, e a causa della riduzione dell'esercito tedesco, richiesta nel medesimo trattato, i Corpi Franchi avevano scomparire a vantaggio della piccola Reichswehr che, per mancanza di altri compiti, era destinata alla perfezione. Di conseguenza, questi Corpi, ormai colpiti nel vivo, furono spinti inevitabilmente e più fortemente di tutti a porsi la questione del “senso”. Essi costituivano i primi segni della rinascita di uno Stato che si rimetteva in piedi a stento, dopo colpi così terribili. Non doveva meravigliare che, in loro, la questione del “senso” dello Stato si fosse presentata in modo così aspro. Allontanati dal servizio militare, essi cercavano un'esistenza politica in seno alla nazione, sulla quale lo Stato aveva steso come una rete per serbare la sua forza traboccante per i casi di emergenza. Questi uomini, in ogni caso, avevano perduto la loro patria, erano privi di terra, di spirito, di legami, di leggi, non offrivano al Paese che un sacco di domande alla quali nessuno sapeva rispondere. Nelle lotte del dopoguerra, erano passati attraverso il fuoco, in più di una forma, e proprio là dove bruciava di più; secondo un'espressione di Ernst Junger, avevano attraversato il punto zero magico. Erano predestinati alla rivoluzione, soltanto non sapevano a quale, Immettevano la più forte carica anarchica nel “movimento nazionale”, e domandavano immediatamente che cosa fosse esattamente la nazione.” (pp. 56-57)

e il finale:



A Landsberg A.D. fu rilasciato lo stesso giorno dell'uomo il cui nome era stato in testa alla lista degli imputati del processo di Buchenwald; era il capo supremo della  Polizia e delle SS, per iniziativa del quale era stato promosso a suo tempo, il procedimento contro il comandante del Lager di Buchenwald. La sua pena era stata ridotta esattamente dello stesso tempo che egli aveva in effetti scontato.
Stavano tutti e due presso il portone che si doveva schiudere davanti a loro e presero congedo l'un l'altro. L'ex capo delle SS, principe di una ex casa regnante, diede ad A.D., che non aveva altro che i venti marchi che venivano dati all'atto del rilascio, anche i suoi venti marchi. Alle 14 in punto il portone si aprì.
Fuori c'era una folla di giornalisti, ma la moglie del principe arrivò veloce e sicura sulla sua Mercedes; al momento di aprire la portiera, aprì un ombrello e, protetto dall'ombrello, il prigioniero rilasciato, appartenente a un'ex casa regnante, salì nella macchina, senza essere fotografato, e partì. Nel parapiglia che ci fu tra i giornalisti, A.D. riuscì a svignarsela. Corse tanto forte quanto le gambe glielo potevano permettere, ma dopo tre e o quattrocento metri urtò contro una signora in compagnia della quale si trovava una ragazza. A.D. aveva visto fotografie di questa donna: era Emma Göring con sua figlia Edda... Ambedue volevano andare a visitare un prigioniero di Landsberg. Il prigioniero rilasciato A.D. si spaventò, ma fece sapere frettolosamente alla signora che c'erano dei giornalisti. Poi si allontanò correndo. L'ultima cosa che vide del complesso di Landsberg fu la faccia della signora Göring, che avrebbe di certo, voluto sapere chi era colui che si allontanava così in fretta.

Chi vede oggi A.D., a passeggio, difficilmente riuscirà a credere che questo è l'uomo che espiò i peccati del nostro tempo, rappresentandoci tutti, un uomo che, nel mezzo della problematica del nostro “indomito passato”, ha domato completamente, da parte sua, il passato.
Eccolo, un uomo piuttosto anziano, con un modesto abito grigio, all'orecchio un piccolo apparecchio acustico di materiale plastico, assicurato a una stanghetta dei suoi semplici occhiali di tartaruga; porta al guinzaglio un cane di taglia media e di razza indefinibile. Si ferma pazientemente ad ogni angolo con lui; un uomo poco appariscente che, a causa di un'ostinata malattia di cuore e di reni, il medico di fiducia ha dichiarato definitivamente inabile al lavoro...” (pp. 218-219)

lunedì 13 marzo 2017

Come lo Stato ti frega; Salvini e il resto della combriccola; Lovecraft/De Turris; Léo Malet; Cobalt Chapel

Nel dicembre 2015 io e la mia compagna andammo a Malpensa per salutare mia sorella e suo marito in partenza una campagna di scavi archeologici in Egitto. Durante il tragitto di ritorno, per un errore imboccai la nuova tangenziale comasca. Ci rimasi il tempo di uno starnuto. Non ci sono caselli. Viene rilevata la targa e poi si paga. Nei giorni successivi ne parlai con mio padre e lui mi disse varie cose, che mi sarebbe arrivato a casa un bollettino, che tanto non me l'avrebbero fatto pagare. Era un periodo con un sacco di problemi e lavoravo praticamente sempre, feci una visita veloce sul sito, non ci capii nulla e mi fidai di mio padre. Qualche tempo dopo mio padre mi disse che ad alcuni suoi amici erano arrivate le cartelle da pagare. Allora telefonai al numero in questione ma la tizia sgarbatissima mi rispose ormai era troppo tardi per pagare e che avrei dovuto aspettare anch'io questa cartella. È arrivata nei giorni scorsi e praticamente per una trentina di secondi di tragitto: 1.85. (Spese: 3.50. Totale: 5.35 euro). Quasi due euro per uno sputo di viaggio? Lo so, sembra una cosa da poco, ma non lo è. Anche perché é l'ennesima strada inutile che poi te la trasformano in utile a colpi di lavaggio di cervello. Deserta quasi sempre. E io pago.

........

Salvini è un personaggio/politico(?) impresentabile. Non bisognerebbe nemmeno dedicargli un rigo, basterebbe ascoltare il discorso che ha tenuto a Napoli per accorgersi della pochezza dell'aspirante premier sovranista (?).  Lui ci prova a copiare un po' di qua e un po' di là, a darsi un tono, ma quando grida di Gesu' Bambino raggiunge insuperabili vette da avanspettacolo e ovviamente in quel frangente sono scattati gli applausi piu' caldi e sentiti del pubblico accordo. Quando invece questa era proprio uno dei passaggi decisivi in cui un vero statista avrebbe tirato fuori qualcosa di serio sul tema dell'Identità. Ma lui preferisce il Milan.
Ecco, se pero' Salvini è impresentabile io tutte le volte che vedo o ascolto De Magistris spengo la televisione. Mi fa venire il mal di stomaco l'ex magistrato capopopolo da due soldi.
E la chiudo qui con lui. 
Poi sempre ieri mi capita di riascoltare l'ex sindaco Pisapia col suo Campo Progressista e vi giuro che in quel momento mi sono scisso a metà: da un lato mi stavo addormentando, dall'altro ero scosso da risate amare. Poi finalmente sono arrivato a casa. Mi sono seduto a tavola e ho bevuto un tè verde. In tv davano un vecchio film in bianco e nero e mi sono ripulito da tutta questa immondizia. Ripeto: Immondizia.

.......


Non potro' mai ringraziare abbastanza De Turris per tutto cio' che fa. Per i suoi scritti, i suoi articoli, la sua missione. Ieri su Il Giornale: "La paura cosmica e antimoderna di un solitario nella folla. Moriva ottant'anni fa il maestro dell'orrore. Nelle sue opere creò una mitologia negativa. Ponendo questioni attualissime" e nelle pagine dedicate a Lovecraft si fa riferimento anche a questo testo:


...........


E sempre ieri su Il Giornale si parla di questo libro che esce il 16 marzo. Malet è uno dei miei idoli fin dall'adolescenza:


...........



sabato 11 marzo 2017

Paul Verhoeven, Black Book, Elle; un grazie immenso a Annalisa Chirico; Eshkol Nevo "Tre piani"; Drieu


"abbiamo preso una decisione / non possiamo andare avanti / non tirarci indietro / per cui staremo qui / dentro ciò che è stato deciso / quell'abbraccio in cui ci cerco quando gli altri non ci vedono / credo proprio voglia dire addio / è per questo che ci odio / dobbiam sempre dirci addio.

.........


Nutro una grande ammirazione per Paul Verhoeven. Fra le sue pellicole stravedo ad esempio per "Black Book" che mi emoziono' profondamente quando lo vidi.


e adesso spero di riuscire a rintracciare in qualche sala il suo ultimo film che sembra promettere molto bene:


....



Grazie a Annalisa Chirico per aver irritato Marco Travaglio, uno degli uomini/giornalisti in circolazione che piu' detesto in assoluto.

......



Stregato dalla recensione di Alessandro Piperno fra non molto lo leggero'.

.......


Un gran pezzo di Isabella Cesarini su Drieu "Ubriacarsi di delicatezza".

"Sono soltanto l’uomo nel mezzo del cosmo, tra Dio e il nulla, tra le grandi immagini indicibili che sono tutto il mio problema e tutta la mia realtà, che segnano i limiti estremi al di là dei quali voglio prolungare all’infinito il mio slancio."



giovedì 9 marzo 2017

Perché mollare un romanzo a pagina 26; Logan; Thérèse Hargot; il mio vecchio ebook

Ne avevo letto bene e avevo deciso di leggerlo ma ho mollato il romanzo di Crocifisso Dentello a pagina 26. Irritato e deluso dalle banalità/qualunquismo/già sentito dire sul movimento rivoluzionario degli anni '60. Non ce la faccio piu' a sentire tutta questa storia dei capi rivoluzionari figli della borghesia, privilegiati, pazzi, furbi, eccetera. So che in molti casi è stato cosi' (ed é ancora cosi') ma se uno va a leggere con attenzione quegli anni (a destra e a sinistra) emerge una complessità ben maggiore che non può sempre essere ridotta in questi minimi, ma davvero minimi, termini. Non sto parlando del giudizio complessivo, anche molto critico oppure favorevole, che ciascuno di noi può esprimere su quelle idee, eventi, eccetera, ma proprio di queste banalità da bar che ritrovo spesso quando leggo degli anni Settanta, Sessanta e in generale quando leggo di politica e di cui sinceramente ne ho ormai piene le scatole. 

Se qualcuno lo vuole glielo spedisco volentieri gratuitamente.

.....


Non sono un grande amante di questi film ma Logan mi è piaciuto molto. Dentro ho ritrovato l'atmosfera di questo straordinario film su cui sono cresciuto e che tutte le volte che finiva mi lasciava in lacrime come il bambinetto che vede il cavaliere andarsene via:


.....



.....



È uscito tanto tempo fa. Non è un libro autoprodotto. Speravo di portarlo sul cartaceo ma non si è arrivato a nulla per vari motivi. Qualcuno m'ha chiesto in questi mesi cosa fare per leggerlo. Se vi interessa leggerlo scrivetemi pure che ve lo mando gratis. Non c'è problema.

mercoledì 8 marzo 2017

ADELE H - CIVILIZATION (Obsolete Records); Fine Before You Came - Il Numero Sette (La Tempesta Records); Crocifisso Dentello - La vita sconosciuta (La Nave di Teseo)


Esce il 21 marzo e intanto qualcosa si puo' ascoltare qui.


Nuovo disco a sorpresa dei Fine Before You Came : "Il Numero Sette". Andando qui vi fate un'idea.

........



....

Vivo giorni d'ansia.
Camminare in mezzo alla gente mi è impossibile.
Salire sui mezzi pubblici e poi scendo dopo una fermata quando me ne mancano ancora dieci.
Nei boschi.
Nei boschi dovrei andare.

Leggendo "Il cuore oltre le sbarre" di Giuditta Boscagli (Itaca)


In questa giornata, stando alle regole prestabilite, dovrei scrivere qualcosa sull'Otto marzo, sullo sciopero in atto, sulla parità di salari, sulle violenza. Insomma delle solite cose di cui si sta parlando ovunque.
Io invece preferisco scrivere di una donna e di una storia che per certi versi si intreccia anche alla mia di storia.
Sto parlando de "Il cuore oltre le sbarre" di Giuditta Boscagli (Itaca). Una donna, Giuditta, e tante altre come lei, che al giorno d'oggi sono spesso derise, marginalizzate, criticate per la loro Fede cristiana e per tutta una serie di valori a cui fanno riferimento e che praticano nel concreto come la castità prima del matrimonio, la preghiera quotidiana, il rifiuto dell'aborto e dell'Eutanasia.
Donne che proprio a causa di questo stile di vita vengono spesso dipinte come represse, troglodite, come suore mancate in senso dispregiativo.
E invece tutto cio' è alquanto sbagliato e oscenamente ingiusto.
Giuditta, e molte altre donne come lei (ho delle cugine che le somigliano molto), sono donne capaci di sorridere, di gioire, di vivere una vita piena di luce, di scelte controcorrente, di felicità, di divertimento, di spensieratezza. Non sono delle donne senza cervello e cuore in ragione del fatto che pregano e compiono riti penitenziali sulla scala santa di un santuario (quella stessa scala di cui scrive Giuditta, forse la stessa, San Gerolamo, l'ho fatta anch'io per due volte in ginocchio quando ero un adolescente), si confessano, credono nella Madonna, frequentano il Meeting di Rimini.
Sono donne piene di vita, di libertà, aperte al mondo e alle possibilità che questo mondo e Dio offrono.
Un mondo che certe volte, o spesso, ti mette a dura prova, ti costringe a sacrifici, a percorrere la strada del martirio, della rinascita, della penitenza, del perdono.
Questo libro autobiografico è la storia d'amore di due persone che sfidano le difficoltà, i pregiudizi, il dolore, il carcere. Due creature che sanno aiutarsi, comprendersi, ripartire. Insieme. Affidandosi a Dio. Due creature innamorate che si conoscono e riconoscono scrivendosi, pregando, dubitando, tacendo.
Giuditta è una di quelle donne con le quali ho spesso litigato e discusso in maniera molto accesa ma che ho sempre ascoltato e rispettato.
Donne che mi hanno aperto le porte delle loro case.
Che mi hanno offerto da bere, da mangiare.
Che mi hanno ascoltato.

"Non ho cercato il carcere, non sono andata alla ricerca di una storia d'amore complicata, di una situazione fuori dal comune: sono semplicemente stata davanti agli eventi con curiosità e disponibilità: Dio ha fatto il resto." (pag. 164)

martedì 7 marzo 2017

Paul Sérant, "I vinti della Liberazione. Epurazioni, esecuzioni, eliminazioni sommarie in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale" (Oaks Editrice), Roberto Vivarelli,mia nonna, mio zio, Luisa Ferida, Osvaldo Valenti

Probabilmente sto scrivendo un pezzo molto confuso.
Che mescola strade, percorsi, ricordi, riflessioni.
Li confonde.
Sono io stesso a confondermi mentre ne scrivo.
Ho bevuto forse troppe birre ma l'alcool viene riassorbito dal dolore in un battito di ciglia.

Ma leggendo il saggio di Paul Sérant "I vinti della Liberazione. Epurazioni, esecuzioni, eliminazioni sommarie in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale" (Oaks Editrice)


mi si sono riavvolti tanti pensieri in testa che come al solito mi sono chiesto cosa avrei fatto io in quegli anni. Come mi sarei comportato. Di solito ci si tende a vedersi, riprodursi, rappresentari, narrarsi nelle discussioni, davanti allo specchio e alla propria tomba, come degli eroi integerrimi oppure nella parte di fieri alfieri della libertà, uomini e donne schierati dalla parte giusta o sbagliata del momento, a secondo del punto di vista, dell'opportunità, della moda attuale.

Guardandomi allo specchio, riflettendo sulla mia vita, risponderei che negli anni della Seconda Guerra Mondiale e anche nei decenni precedenti sarei stato probabilmente un anarchico.
Insofferente a tutto e tutti e a qualsiasi arruolamento forzato.
Innamorato della Banda Bonnot, di Bresci, di Ravachol. 
Soprattutto del concetto di anarchico incarnato da Céline.
Poi mi dico anche che non lo so. 
Mi vedo per quello che sono e oggi non so nemmeno chi sono.
Perché poi é tutto cosi' facile in teoria, ma nel pratico meno, visto che sono anche un grande lettore ed grande estimatore, cultore, di Drieu, Degrelle, Pound, Proudhon, Sorel, Corridoni, Berto Ricci
E allora, ripensandoci sopra, molto probabilmente sarei potuto diventare pure fascista. 
Un repubblichino innamorato del Corporativismo. 
Oppure uno alla Henry de Monfreid.
Alieno a qualunque borghese, scribacchino, servo di partito.
Assassino di borsaneristi.

Uno con le mie amicizie attuali come si sarebbe comportato allora? 

Di sicuro, almeno penso, sarei partito per combattere contro l'Unione Sovietica. Nelle divisioni di combattimento. Per fare il culo all'Armata Rossa. Non lo so, ci sono giorni che ci penso continuamente. E continuo a pensarci. Probabilmente si', non sarei stato un partigiano di un qualche vario tipo di colore.

Nell'introduzione del libro di Sérant, un libro doloroso, molto doloroso, viene citato il libro di Vivarelli "La fine di una stagione":


e ho pensato a come mi sarei comportato io in quel periodo, da adolescente, da ragazzino di paese, e subito ho ricordato mio zio Ezio, nato nel 1930, che quando crollo' il Fascismo scoppio' a piangere. Uno che si sarebbe arruolato nelle Brigate Nere a 14 anni se mia nonna non l'avesse fermato prima. Mio nonno lavorava in Germania, mio zio Adriano era morto nel 1944 per un'appendicite fulminante, e mio zio non poteva andarsene da casa, non poteva lasciare sua madre da sola con due vecchi da accudire. Fu quello il suo senso della disciplina.

Quando mori' mio zio, alcuni suoi coetanei mi raccontarono che il giorno della Liberazione lui rimase chiuso in casa. Quando vide gli Americani mio zio non accetto' mai cioccolato e ninnoli per comprarlo. Fino alla fine della sua vita non voto' mai a sinistra. Mi parlo' sempre di tradimento. Di tutto cio' che il Fascismo aveva fatto per la nostra famiglia.
Chi sarei stato io a 13 anni, nel 1943? 
Come mi sarei comportato?
Mio zio mi disse sempre che la colpa dei Fascisti era stata quella di essere stati troppo teneri con gli industriali del paese. Avrebbero dovuto bastonare loro prima di tutto che rubavano sempre e comunque. Gli davo del comunista e lui mi rispondeva che avercela con gli industriali non significava per forza essere comunista.


E ci ho pensato ancora di piu' oggi, leggendo questo articolo: "Le lettere delle donne al Duce: "Chiedo la grazia di un lavoro" e ho ripensato alla mia bisnonna paterna che scrisse al Duce supplicando di farsi mandare qualcosa da mangiare. Suo marito, socialista, senza tessera, non portava un soldo a casa. Moriva in un sanatorio. La sua lettera ottenne tutta una serie di benefici. A casa si presento' persino il Podestà. Infuriato per la sua insolenza. Ma arrivarono riso, farina, zucchero, sale. Il mio bisnonno l'avrebbe quasi uccisa mia nonna quando venne a saperlo. Mi piacerebbe leggerla quella lettera. Mi piacerebbe poter ascoltare la registrazione della conversazione fra i Fascisti e mio nonno, socialista.
Nella mia famiglia paterna ho avuto partigiani, repubblichini, volontarie della Rsi. 
Un parente di mia nonna, milite delle Brigate Nere, fu fucilato dopo la Liberazione. 
Mia nonna, fiera antifascista per tutta una vita, mi diceva che suo cugino era pieno di passioni e che era morto sorridente. Si parlavano spesso anche durante la guerra civile. Erano cresciuti insieme. Mia nonna aveva pianto sul suo cadavere. E intanto mia nonna stava aspettando l'uomo che sarebbe diventato suo marito, partigiano in Jugoslavia. Un uomo, mio nonno, che quando' torno' a casa, fu quasi linciato perché prima di partire per la guerra nel '39 era amico di alcuni fascisti. O forse perché semplicemente mio nonno era un uomo istruito, senza gabbie, che amava la letteratura, il disimpegno e per gli zotici di paese assetati di merda questo era di troppo.


Mia nonna mi racconto' anche di aver pianto tantissimo quando seppe della morte di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida. I suoi idoli assoluti insieme ad Amedeo Nazzari. 
Mia nonna riusci' persino ad abbracciare la Ferida a Milano. 
Per anni e anni me ne ha parlato e tutte le volte che me ne parlava le si riempivano gli occhi di lacrime. 
E quando ride, Osvaldo Valenti è tutto mio nonno. 
Alla fine di questo lungo pezzo, credo che siano state, fra le mille altre cose, le parole di mia nonna su Luisa Ferida a permettermi di vivere, di frequentare persone molto diverse da me, a costruire percorsi considerati impossibili. A considerare il concetto di giustizia per i vinti. A considerare le ragioni altrui. A interrogarmi sull'altro. A vivere la mia vita per come è andata. 


E Luisa Ferida, qui, in questa foto è identica a mia madre. Che poi quando ho visto il film su lei e Valenti ho pianto parecchio, anche perché la Bellucci nella sua fisicità statuaria e immobile ricorda particolarmente mia nonna.
Semplicemente fu assassinata Luisa.
E niente, chiudo qui.
Forse volevo solo arrivare a lei.
Al suo volto.
Che mi ricorda troppi dolori, troppe parole, troppa straordinaria e bellissima indolenza femminile.
Troppi drammi che poi mi esce il sangue di bocca se continuo a parlarne.