lunedì 27 febbraio 2017

Lago

Dopo una delle mie solite giornate di lavoro è impossibile riconoscersi nelle definizioni di compagno, di compagno di classe, di classe lavoratrice, di classe intellettuale, di collega, di responsabili, di direttori. Quando esco dal mio posto di lavoro vorrei spogliarmi da tutta la sporcizia della classe lavoratrice e di tutto cio' che sta intorno al mondo del lavoro e anche di cio' che non è classe lavoratrice, imprenditoriale e spogliarmi anche dei disoccupati e dei precari come me e degli inattivi e degli stronzi di ogni tipo, sesso, religione, coglionaggine che vivono su questo mondo.

Poi arrivo sulle rive del lago.
E tutto tace.
Immergo le mani nell'acqua gelida e mi lavo il viso.
Poi mi siedo su una panchina e resto li', placido, senza far nulla.
Non ci sono il lavoro, le tasse, il posteggio, mio padre, la spesa, le malattie.
Ci sono solo l'acqua, i cigni, gli alberi e due bambine travestite da fantasmi che lanciano sassi contro i piccioni.






domenica 26 febbraio 2017

Intervista a Carlomanno Adinolfi - discutendo intorno a "Il Sole dell'Impero"

Dopo aver recensito il suo "Il Sole dell'Impero" ho pensato che fosse interessante scambiare due chiacchiere con Carlomanno Adinolfi. 

Spero che la lunga intervista che ne è scaturita sia di vostro interesse.





Ciao Carlomanno, partirei intanto col chiederti, a distanza di qualche mese dalla pubblicazione de "Il Sole dell'Impero" (Idrovolante Edizioni) che bilancio trai del tuo romanzo, dell'accoglienza ricevuta, delle presentazioni. Cosa è andato, quali sono i dubbi, e cosa invece magari non è andato?

Beh ad oggi devo dire che il bilancio è piuttosto positivo. L’accoglienza è stata migliore di quanto abbia mai sperato quando lo ho proposto per la pubblicazione, a pochi giorni dall’uscita c’è stato anche un piccolo periodo di tempo, ai primi di gennaio, in cui il libro è stato difficile da trovare proprio per esaurimento copie della prima infornata di stampa. Sicuramente c’è da lavorare per farlo conoscere maggiormente fuori dal circuito di nicchia, tramite presentazioni in posti mirati ma anche tramite trovate di marketing particolari a cui devo ancora pensare. Comunque c’è tempo, il libro è uscito da appena due mesi e tempo per lavorare su questo aspetto ce n’è. 

Facciamo un passo indietro e ti chiedo, in maniera schietta: non hai mai pensato che stavi scrivendo un romanzo un po' fuori dal tempo, che facilmente sarebbe stato etichettato come un romanzo revanchista e, diciamola tutta, fascista? Esclusivamente rivolto solo al tuo ambiente di riferimento?

Il rischio c’è sempre anche se per etichettarlo in questo modo devi per forza di cose partire da un pregiudizio o da cattiva fede, o da entrambe. Se avessi voluto fare una cosa del genere avrei fatto la classica ucronia sul ventennio o avrei creato una brutta copia della trilogia di Farneti – che comunque è stata un successo editoriale di non poco conto. Il fatto che questa ucronia sia ambientata negli anni ’20 e ’30 è stata principalmente una scelta “estetica” visto che amo visceralmente abiti, costumi, musiche, architettura, arte, narrativa e tecnologia di quegli anni. È stato più un omaggio alle storie adventure-pulp tipiche di quegli anni e che hanno ispirato tutto un filone cinematografico che va da Indiana Jones a Sky Captain e Rocketeer che sono film che adoro in modo maniacale. Ma è del tutto “fuori dal tempo” come dici tu proprio perché è metastorica, avrei potuto ambientarla in qualunque altro periodo storico proprio per l’universalità del messaggio che ho voluto dare. Sicuramente ci sono richiami alla storia e alla politica dei “veri” anni ’20 e ’30 ma ce ne sono anche ad altri anni successivi e contemporanei, così come ce ne sono alla storia più antica. Quindi certo, il rischio etichettatura c’è ma sono sicuro che questo libro possa piacere o per lo meno interessare anche a chi di un certo ambiente non ha il minimo interesse.

Come è nata l'idea di questo romanzo? E visto che sono molto curioso di questo aspetto, come scrive Carlomanno Adinolfi? Sei uno scrittore metodico, confusionario, notturno, mattiniero, costante? Insomma, che tipo di scrittore sei?

L’idea di scrivere qualcosa in realtà c’è da molto tempo. Sono da sempre un divoratore di romanzi, di fumetti, di film e serie tv ma ho sempre amato anche scrivere: a vent’anni scrissi per gioco un racconto con un mio amico, poi subito dopo è arrivato il racconto a puntate Black Out scritto per la fanzine Disturbo 451 e poi pubblicato su Letteratura e Tradizione, più altri scritti per Occidentale e Orion in cui invece di fare il solito articolo ho preferito usare la mini-narrativa per veicolare un messaggio. Mi sono accorto da subito che la “scrittura creativa” mi dava molta più soddisfazione, in più potevo dar sfogo alla fantasia che ho sempre coltivato fin da piccolo grazie a mio padre con cui inventavo grandi storie con i soldatini o anche interi giochi di ruolo o da tavolo con regole tutte nostre. Quindi in un momento con tanto, troppo tempo libero tutto all’improvviso (cassa integrazione a lavoro, per fortuna durata poco) ho pensato: perché non scrivere qualcosa? E allora ho cominciato a pensare a una storia che sarebbe piaciuta da leggere a me per primo: quindi come dicevo prima retro-futurismo anni ’30, adventure-pulp con fanta archeologia e thriller da spy story, ovviamente elementi mitico-simbolici e poi piano piano ci ho inserito quasi tutti gli argomenti che amo, dal Sacro Romano Impero al Giappone ai misteri egizi fino ai miti del Buddhismo mongolo.
Riguardo al Carlomanno scrittore, beh non esiste una risposta precisa. Non c’è stato un momento della giornata preferito, le idee e il flusso di parole arrivano quando arrivano, ci sono stati momenti in cui avevo ore a disposizione ma rimanevo davanti alla pagina che rimaneva vuota (per fortuna non si è mai riempita con “il mattino ha l’oro in bocca”…) mentre altri in cui in meno di un’ora avevo finito un intero capitolo. Sul metodico o confusionario… diciamo che una volta lanciato nella scrittura è molto difficile che torni indietro. Magari rivedo qualche periodo o qualche punto della trama, ma cancellare e riscrivere da capo anche solo una parte di capitolo è una cosa che proprio non mi viene.

Quali sono le fonti  d'ispirazione de “Il Sole dell'Impero”? Su quali testi ti sei formato come lettore e quali sono invece le scoperte più recenti che apprezzi?

Le fonti di ispirazione sono davvero tantissime. Molte a dire il vero le hai anche colte nella tua recensione (tranne il Thomas Pynchon di “Against the Day” che, devo ammetterlo, prima di leggerlo da te non lo conoscevo affatto, ma mi sono informato e mi ha dannatamente incuriosito). C’è molta formazione da lettore di fumetti: da Tintin a Blake e Mortimer a La Lega degli Straordinari Gentlemen ai pulp magazine degli anni ’20 e ’30 a La Spada Selvaggia di Conan. Ma c’è anche formazione cinematografica e di serie tv: ai sopracitati Sky Captain, Indiana Jones, Rocketeer si aggiungono i film di Nolan, del primo Proyas, di Niccol, di Snyder, di Zwick e John Boorman. L’essere un fanatico di serie tv mi ha aiutato a “costruire” i capitoli che ho proprio pensato come episodi di una mini serie, quindi il più possibile compatti, coesi, con una propria storia e completezza interna ma che finiscano anche con il colpo di scena e il classico cliffhanger che faccia venire una voglia matta di andare avanti. Poi anche stilisticamente ho cercato il più possibile di descrivere le scene e i dialoghi in modo che il lettore possa “visualizzarli” mentre li legge, che possa immaginarli quasi come se stesse vedendo un film. 
Come lettore, oltre a Guénon, Evola, Pound, Dumézil, Ricci, Nietzsche e i classici per quanto riguarda la parte “filosofica”, mi sono “formato” molto sui romanzi di Howard, Lovecraft, Asimov, Michael Ende, Burroghs, Haggard, Bradbury, Ballard, ovviamente Tolkien. Anche Stephen King anche se con lui ho un rapporto di amore odio che spesso sconfina più nell’odio. Tra le scoperte più recenti posso citare l’oramai inflazionato George Martin ma anche Neil Gaiman e Sergej Luk’janenko.

Indubbiamente tutto il tuo romanzo è percorso da filosofia, religione, spiritualità. Come possono coesistere oggi queste tre parole?

Francamente non vedo come possano non coesistere. Tutte le volte che sento la frase “quella è una filosofia non una religione”, magari detta con l’enfasi di chi vuole far vedere di aver capito tutto della vita, mi cadono le braccia. Viviamo nel supermarket del sacro, in cui la “religione” è solo la forma esteriore che ognuno si sceglie a seconda di quello che trova sullo scaffale come medicina per sentirsi meglio, la “filosofia” è solo l’aspetto razionale che troppo spesso diventa vuoto moralismo e la “spiritualità” è una cosa strana da new age che quasi mai riguarda il sacro ma piuttosto un materialismo mascherato da “sentirsi in armonia con l’energia”, e il tutto ovviamente è diviso in compartimenti stagni. Questo è il classico approccio dell’uomo atomizzato che vive in un mondo totalmente scisso da ogni dimensione trascendente, che non sente più quell’unità con un mondo superiore con cui deve curare i legami e i rapporti, che deve essere il principio e il faro che guida verso una via superiore e verticale. Manca del tutto il concetto di un mondo armonico e manca soprattutto una visione del mondo che sia totale, che abbracci ogni aspetto, proprio perché radicato in un Principio superiore. Se si avesse, religione filosofia e spiritualità non solo coesisterebbero ma non sarebbero altro che tre step diversi della vita stessa.

Lo so che te l'ha già chiesto Adriano Scianca, ma che rapporto hai con “Il Signore degli Anelli”? Una differenza che ho riscontrato è  che nel tuo romanzo la risoluzione della storia è completamente positiva.

Io ho un ottimo rapporto con Tolkien ma un pessimo rapporto con i cosiddetti tolkieniani. Tolkien ha fatto una grandissima opera di mitopoiesi, ha condensato un mito in un mondo di romanzi, di personaggi e di storie. Purtroppo in molti lo hanno invece scambiato per un narratore di mondi nostalgici nei quali fuggire quando la realtà è troppo difficile da affrontare e così abbiamo avuto due decenni abbondanti di masturbazioni mentali intellettualistiche condite con elfi e fate, in cui il pericolo di essere corrotti dall’Anello è stato totalmente travisato ed è diventato la scusa per estraniarsi dal mondo perché “l’ombra è troppo forte” o perché “combattere contro di essa non è possibile”. Nessuna di queste persone si è mai resa conto che Il Signore degli Anelli è una storia di una battaglia, di una presa di coscienza della presenza e della forza di un nemico e al contempo la scelta di combatterlo proprio perché fuggire da esso non è mai preso in considerazione. 
Quanto al mio romanzo, al di là della distanza abissale che ovviamente mi separa da Tolkien, premetto che tanto dal punto di vista stilistico quanto dal punto di vista di genere e di storia, Il Sole dell’Impero con Il Signore degli Anelli c’entra proprio poco. C’è una parte in cui parlo di “un potere che vuole rinchiudere il mondo nel suo anello” che è chiaramente ispirato proprio al senso dell’Anello che rinchiude, che deforma, che rende ombra e quindi monodimensionale, orizzontale, sbarrando qualsiasi apertura che possa portare a una trascendenza. E forse ci sono qua e là altri riferimenti più o meno consapevoli, ma ripeto: il genere de Il Sole dell’Impero è totalmente differente.

Nel romanzo si respira la tua formazione “scientifica”. Come si coniugano formazione scientifica e narrazione? Massimiliano Parente, rimarca sempre come sia impossibile oggi per uno scrittore non relazionarsi col mondo della scienza. Secondo te viene insegnata poca scienza nelle scuole di oggi?

La mia formazione è scientifica solo per quanto riguarda l’università – sono laureato in ingegneria elettronica – ma in realtà provengo da una formazione classica al liceo. Sono appassionato di tecnologia, di scienza e soprattutto di fisica, dico sempre che una delle lampadine che hanno dato luce a Il Sole dell’Impero si è accesa leggendo L’Universo Elegante di Brian Greene, un saggio su fisica quantistica e teoria delle stringhe. Ma è stato grazie alla mia formazione classica che leggendo un libro di fisica ho immaginato – o colto – le relazioni tra fisica e metafisica che ho inserito nel romanzo. A scuola non so se attualmente venga insegnata poca scienza, io mi sono diplomato 16 anni fa e nel frattempo si sono succeduti troppi governi e troppe riforme che hanno cambiato molte cose. Quello che noto, al contrario, è invece la volontà di demolire proprio la cultura classica. Chiamatemi complottista ma la vedo come un’ulteriore battaglia per distruggere le fondamenta dell’identità europea che molti nostri politici evidentemente odiano così tanto.
Sul fatto che sia impossibile oggi per uno scrittore non relazionarsi col mondo della scienza, è ovvio che se devi scrivere di un mondo in cui la tecnologia è dominante, almeno una infarinatura sulla scienza che le ha dato vita serve. Anche se si scrive di fantascienza, in cui si inventano tecnologie nuove, avere delle basi scientifiche serve, dà più solidità al tutto. 

Nel romanzo i riferimenti sono innumerevoli. Per esempio ho respirato le parole di Berto Ricci e prendo l'occasione per chiederti se ti va di parlarci un po' di lui e spiegarli per quale motivo lo reputi un uomo da riscoprire.



Berto Ricci è uno dei pensatori che reputo più importanti nella mia formazione. Il suo scritto “categoria spirituale e categoria sociale” all’interno di Processo alla Borghesia è di una attualità sconvolgente, il suo insegnamento a non farsi sconfiggere dallo spirito borghese inteso come grettitudine, individualismo egoista, il cercar la comodità ai danni del sacrificio, il preferire il divano all’azione che possa elevare se stessi e gli altri è da riscoprire oggi più di quanto lo fosse nel 1939. Ma anche il suo concetto di Impero come assoluto politico, come idea superiore e verticale che valorizzi le diversità (etniche, religiose, nazionali eccetera) per armonizzarle e creare una pluralità organica che vada al di là dei singoli nazionalismi o regionalismi chiusi ma che al contempo sia l’esatto contrario di un appiattimento che nega identità e diversità in favore di un deserto grigio e amorfo. E soprattutto il suo polemismo attivo e dinamico che ad ogni traguardo raggiunto gli faceva già pensare al prossimo in vista, proprio per evitare la staticità e il marciume, è qualcosa che è e deve essere sempre attuale.

Altro grande personaggio che fai rivivere nel tuo romanzo è quello del Barone Von Ungern. Lui è un uomo che ha segnato la mia esistenza quando l'ho incontrato. Ma oggi cos'ha da dire il Barone?




Il Barone è l’emblema del cavaliere che non appartiene al suo tempo e che cerca in un Principio che va al di là del tempo, quindi non nel passato o in un utopico futuro, le proprie radici. Molti pensano che Ungern Khan fosse solo un pazzo che cercava di restaurare un mondo antico di fronte ai cambiamenti e alle rivoluzioni ma ovviamente non fu così. Lo stesso Ungern si rifiutò di combattere insieme ai reazionari zaristi, lui non ha mai voluto “restaurare” un regime decaduto. La sua era invece una rivoluzione che era fuori tempo non perché legata al vecchio mondo ma proprio perché, paradossalmente, troppo in anticipo sui tempi. 

Impossibile, leggendoti, non riflettere sull'oggi. Quali sono i nemici chiari e quelli invece più oscuri, nascosti, contro cui si combatte ne “Il Sole dell'Impero” e nella vita reale?

Non ho scelto casualmente un “demone del deserto” come nemico più subdolo all’interno del romanzo. “Il deserto cresce; guai a chi in sè cela deserti”, con il deserto che rappresenta proprio quella forza che uniforma, che abbatte le altezze, che rende tutto piatto e uguale fino all’orizzonte dopo aver inaridito tutte le fonti. Di fatto è lo stesso nemico di cui parla Berto Ricci, tanto dentro di noi quanto fuori di noi. E si evidenzia nei vari modi a cui siamo abituati: nel deserto spirituale, nel deserto identitario, nel deserto senza confini che entrambi gli internazionalismi, quello cosiddetto no global e il suo specchio ultraliberista e mondialista, ritengono il mondo perfetto. 

Sei un uomo di CasaPound e nel romanzo i riferimenti alla Tartaruga sono evidenti. Come la Tartaruga si inserisce nella narrazione? E come sta CasaPound? Cosa ne pensi dell'attuale dibattito sui movimenti sovranisti? E quale Europa si prefigura? Io, personalmente, continuo a pensare all'Europa, ovviamente diversa dall'UE, dalle regole dettate dalla Finanza.

Il riferimento alla Tartaruga è avvenuto quasi per caso nel momento in cui ho deciso di inserire l’Amduat, uno dei testi sacri egizi, all’interno del romanzo. Nel testo si parla della costellazione della Tartaruga come simbolo di rinascita, quando l’ho letto mi è scappato un sorriso pensando che forse “il caso non esiste mai”. 
CasaPound sta benissimo ed è tuttora in crescita, militanti e tesserati continuano ad aumentare e ogni mese si aprono nuove sedi in tutta Italia. Credo siamo l’unico movimento italiano che conta cento sedi in tutta la nazione.
L’attuale dibattito sui movimenti sedicenti sovranisti mi lascia alquanto indifferente quando non mi lascia infastidito. Il concetto di Sovranità dovrebbe presupporre la ripresa e la consapevolezza di una identità nazionale ed europea, una visione organica di Popolo, Stato e Nazione che possa integrarsi un concetto superiore di Europa, una visione del mondo completa che ricada sulla politica interna, estera, economica, sociale. Vedere le comparse ridicole della politica di oggi che parlano di “sovranismo” senza avere neanche un’idea di Italia, figuriamoci di Europa, che fanno gli strilloni volgari per far vedere che sono matti ma poi quando dovrebbero prendere davvero posizioni radicali e rivoluzionarie si nascondono dietro alle regole burocratiche e alle regole politicanti del peggior partito liberale è solo nauseante. Sono figli del pensiero debole, e da deboli cercano solo di far finta di essere forti con strilli e retorica senza alcuna base politica, ideale ma anche umana.
Per quanto riguarda l’Europa, che non è la UE che è solo una burocrazia finanziaria, non potrà mai esistere in quanto tale se non come unità e pluralità delle singole identità nazionali con un’unica visione e un unico destino legati intorno ad una identità più grande, quella Europea, che armonizza e valorizza le singole identità. Come punto di partenza si dovrebbe partire dal video “Né Lampedusa né Bruxelles, essere Europeo” realizzato dall’Institut Iliade

La Roma di oggi, vista da occhi distanti, è una città in decadenza totale. Abbandonata e vilipesa. Nel tuo romanzo Roma è una città futuristica, bella, capace di rinnovarsi, di trasformarsi. Ti chiedo: come può risorgere Roma? Consapevoli delle complessità di una metropoli, quando Roma saprà rinnovarsi riuscendo a far coesistere la Storia e l'Oggi?

La Roma di oggi vista da occhi vicini è messa ancora peggio. Negli ultimi cinque anni ha subito un tracollo che l’ha resa ancor peggiore di quanto già non fosse: una città dominata dalla puzza di immondizia accumulata, dei roghi tossici, con periferie abbandonate all’isolamento e al degrado, parchi verdi diventati bivacchi abusivi di clandestini – pardon, “richiedenti asilo” – con scheletri di palazzi degni di uno scenario apocalittico da Kenshiro. Difficile chiedere quando Roma potrà tornare ad essere Roma. Credo che finché non si tornerà a vivere un legame profondo con Roma come Idea Universale saremo condannati ad essere la città della burocrazia parassita, della pigrizia borghese, della corruzione politica di cui il degrado attuale non è altro che la muffa che si manifesta.

Chiudo chiedendoti della tua libreria. Che senso ha oggi una libreria? Secondo la tua esperienza, quanto e come si legge?

Specifico che La Testa di Ferro non è la mia libreria, è una associazione culturale di cui io sono il presidente ma è un ruolo da statuto, a portarla avanti ci sono tanti ragazzi che fanno molto più di me. Oggi purtroppo si legge pochissimo, ho letto statistiche che fanno rabbrividire sul numero di libri letti in media ogni anno dagli italiani. “Non ho tempo” è la scusa più usata ma Francesco Giubilei, uno dei responsabili di Idrovolante edizioni (l’editore de Il Sole dell’Impero) ha fatto giustamente notare che il tempo per stare ore davanti al telefonino c’è, quindi è solo una questione di pigrizia mentale oltre che fisica. Una libreria oggi ha quindi un senso quasi rivoluzionario, soprattutto una libreria come La Testa di Ferro che non è un supermercato di libri da autogrill ma un posto con testi selezionati e mirati soprattutto alla formazione e alla cultura – nel senso originario, quello di coltivare, far crescere – dei più giovani. Diciamo che il nostro è un po’ il ruolo degli uomini-libro di Fahrenheit 451.

In chiusura, visto che lo chiedo sempre, cosa consigli come disco, film, libro? Dai, recenti, altrimenti mi danno sempre del vetusto rompicoglioni.

Potrei dire che consiglio 300 di Snyder come film, Identità Sacra di Adriano Scianca come libro e Morimondo degli ZetaZeroAlfa in uscita il 21 aprile come cd ma poi mi darebbero del propagandista. Quindi posso dire Interstellar di Nolan come film, Runaljod – Yggdrasil dei Wardruna come cd e La Meravigliosa Storia della Repubblica dei Briganti, di Claudio Fracassi, come libro.

sabato 25 febbraio 2017

"Platone democratico" di Gabriele Zuppa (Circolo Proudhon), mia sorella, Susan Minot, Beach House, Giuseppe Culicchia



Mentre leggevo l'interessante e molto agile (ce lo si puo' tranquillamente infilare in tasca) "Platone democratico"di Gabriele Zuppa (Circolo Proudhon) non potevo che pensare a mia sorella che ancora oggi legge i classici greci in greco e i latini in latino. Qualche mese fa l'ho trovata sdraiata sul divano della nostra vecchia casa che stava leggendo l'Iliade circondata daVogue e altri mensili femminili, un beverone indiano sul tavolino. Prossima a partire per le sue scorribande fra i negozi di vestiti e scarpe. L'Iliade era solo in greco antico, senza testo a fronte in italiano....usurato da tutte le letture a cui è stato sottoposto....e pensate che è un egittologa.....

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Ho cominciato la lettura di "Scimmie" di Susan Minot (uscito negli Stati Uniti nel 1986) e per ora mi sta convincendo di piu' di quello della Janowitz. Anche in questo romanzo c'é un passaggio che mi ha fatto ricordare mia sorella. Quando ci portavano a messa e passavano a raccogliere le offerte doveva sempre essere a lei a concedere l'obolo.

"Quando passa l'uomo a raccogliere le offere ognuno di noi infila dieci centesimi o un nichelino nella borsa delle elemosine e il bastone a cui è attaccata va avanti e indietro per i banchi come un rastrello. Se la mamma vi lascia cadere una banconota da cinque dollari ne estrae poi due di resto." (pag. 15)

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"Depression Cherry" dei Beach House è un album che ho ascoltato tantissimo negli ultimi due anni. Mi ristabilisce l'umore, mi purifica, mi quieta. Poi arrivo a "Days of Candy" e mi commuovo.

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venerdì 24 febbraio 2017

Giorni per insegnare un lavoro; Lantern City; mai mettersi contro i tifosi; vecchi film

Ci sono giorni strani al lavoro, pieni di pensieri, sogni, riflessioni, ricordi. Mezze giornate di lavoro. Oggi ho insegnato alcune cose a un mio collega spostato nel mio reparto per sostituire una persona in vacanza. E mentre gli mostravo tutte le sue mansioni mi sono sentito perso. Non perché gli stavo insegnando qualcosa ma perché tutte le volte che insegno qualcosa a qualcuno, qualcosa che so e  che conosco, mi sento male. Mi sarebbe piaciuto insegnare. In una scuola. Nel mio collegio. Tutto troppo tardi. E non sarei nemmeno stato un buon insegnante. E già non ho quasi piu' voglia di alzarmi dal letto e uscire di casa per "vivere" che poi arrivano giornate come queste che poi arrivo a casa e voglio solo piangere e aprirmi lo stomaco con un coltello.

La primavera cambia colori ma solo fuori.
La mia voglia di morire non cambia mai.

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Una qualsiasi persona sana di mente sa che non deve mettersi contro i tifosi di calcio.

Quando vuoi discutere con loro e loro non sono d'accordo devi costruire prima una fossa capiente e armarti di una serie di mitragliatrici cariche di palloni esplosivi. Poi li raduni alla tal ora pubblicizzando che sono offerti una partita gratis e biglietti per trasferte gratuite, che si possono baciare, leccare, scopare le reliquie testosteroniche dei loro idoli. Ecco, quando sono tutti radunati, prima li si fa divertire e poi si comincia a mitragliarli e quando sono tutti belli caduti nella fossa capiente fate avanzare dei bulldozer che li soffochino, li smantellino, li maciullino, li riducano a poltiglia, li seppelliscano per sempre. Tutto ovviamente in nome degli ideali sportivi, del divertimento e del riciclo. 

Ah, ecco, per dirvi. Io sono decisamente contrario all'edificazione del nuovo stadio a Roma e contro qualunque favoritismo per le società calcistiche. Di qualunque categoria.

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Che poi riguardo vecchi film.
Straordinari.




mercoledì 22 febbraio 2017

In breve su "Schiavi di New York" di Tama Janowitz (Bompiani); Kyar, Millwall


“Schiavi di New York” di Tama Janowitz (Bompiani, traduzione di Rossella Bernascone, titolo originale “Slave of New York”, 1986) mi ha soddisfatto a metà. Alcuni racconti sono convincenti altri meno. Alcune volte la sensazione di leggere due volte lo stesso racconto. Interessante l'idea di legare i racconti, di riprendere i personaggi con l'effetto di creare una narrazione quasi romanzesca. Talvolta si ha la sensazione di una narrazione rimasta solo in superficie, con personaggi, quasi tutti artisti (falliti, pompati, decaduti, a un passo dal successo) ai quali è difficile affezionarsi. New York invece risplende nelle sue contraddizioni, sporcizia, effetto spolpante. Forse i racconti migliori sono quelli brevissimi. Sicuramente inferiore all'altro classico “Le mille luci di New York” di Jay McInerney. Ci sono dei lampi però favolosi, soprattutto quando scrive di personaggi femminili e la narrazione si fa più intimista. Credo comunque che sia un libro da ristampare, sicuramente con una traduzione aggiornata e revisionata.

Trascrivo l'inizio di uno dei racconti migliori “ode all'eroina del futuro”:

Alla fine mia sorella si buttò nuda dalla finestra del settimo piano. Questo accade in seguito a una lunga serie di eventi. Non riusciva a farsi ridare la patente. Lo stato le aveva fatto fare il test per la guida in condizioni di ubriachezza, e così era incappata in personaggi pericolosi – una specie di guru che la convinse che qualsiasi cosa lei avesse fatto, non avrebbe cambiato la realtà delle cose. Tali erano i fati degli eroi dell'antica Grecia: alcuni perirono sotto Tebe dalle sette porte, che era una battaglia; altri morirono a Troia, lottando per Elena. Quelli erano figli di dei e di donne mortali.
Ma non sta scritto come morirono gli altri: alcuni perché costantemente tormentati, altri infastiditi, altri perché il mondo era un posto troppo grande per loro. Comunque non era destino dei figli e delle figlie di dei e mortali di starsene in giro a lungo; mia sorella tornò a quei tempi lontani. Nella Grecia antica la prima razza di uomini era fatta d'oro e vivevano come dei, senza fatica né dolore, e non erano soggetti alla vecchiaia, ma si addormentavano nella morte. Ma sto parlando di mia sorella. La razza di uomini d'oro era vuota dentro e si piegavano e fondevano facilmente. La vidi solo un'altra volta prima che morisse: eravamo d'accordo che l'avrei incontrata in uno di quei bar in cui passava tutto il tempo quando non beveva, si drogava o pescava uomini. La incontrai all'Arcipelago gulag, con l'amico del momento.” (pag. 218)

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Da ragazzino a Pesaro, conobbi un ragazzino inglese. Si chiamava Kyar. Suo padre era un professore di inglese universitario innamorato dell'Italia e della storia medioevale italiana, sua madre un insegnante di filosofia. C'era anche Margaret, una bambina pestifera tutta lentiggini che sognava di uccidere un delfino. Poi una mattina trovarono per davvero un delfino morto sulla spiaggia e per il resto della vacanza Margaret non smise più di piangere. Kyar preferiva il rugby ma giocava a calcio. Era una specie di trattore. Un difensore roccioso. Un giorno esagerai coi tunnel e le finte e cominciò a picchiarmi sugli stinchi e sulle caviglie. Se avessimo avuto più tempo probabilmente saremmo diventati buoni amici. Tifava Millwall. Mi spiegò delle varie rivalità cittadine e non solo. Io gli spiegai che quando si giocava Lecco-Como succedevano sempre incidenti e scontri fra le tifoserie e con la polizia. Ho ripensato a lui leggendo della vittoria sul Leicester. Qui c'è un bel video. Vabbé, tanto per farlo sapere ai tifosi del Millwall, io preferisco il West-Ham.

martedì 21 febbraio 2017

Christopher Lasch, "Il paradiso in terra. Il progresso e la sua critica" (Neri Pozza); Renaud Garcia, "Il deserto della critica" (elèuthera)



“Il Paradiso in terra” di Christopher Lasch (Neri Pozza, traduzione di Carlo Oliva) è un saggio splendido. Non c'è nulla da aggiungere se non consigliarvi di leggerlo, anche se si tratta di un saggio corposo. Personalmente ho scoperto molti autori, molti libri, molte strade. Mi si è aperto dentro un mondo di pensieri su cui riflettere. 

Quando mi chiederanno in cosa consiste il mio antiprogressismo e il mio interesse per il populismo risponderò che si avvicina a quello analizzato e enunciato da Lasch.

Lascio la lunga chiusura:

IL POPULISMO CONTRO IL PROGRESSO

Gli stessi sviluppi che impediscono a chi crede nel progresso di parlare con fiducia e con autorità morale ci spingono a prestare maggiore attenzione a chi al progresso si è sempre opposto. Se le ideologie progressiste si sono ridotte alla malinconica, disperata speranza che tutto, in qualche modo, si aggiusterà, dobbiamo recuperare una forma più vigorosa di speranza, che ci permetta di credere nella vita senza negare il suo carattere tragico e senza cercare di spiegare la sua tragicità come una forma di “ritardo culturale”. Forse possiamo apprezzare come una forma di “ritardo culturale”. Forse possiamo apprezzare pienamente questo tipo di speranza soltanto oggi, quando l'altro tipo, meglio noto come “ottimismo”, s'è rivelato una forma elaborata di pio desiderio. L'ottimismo progressista si basa, in definitiva, sulla negazione dei limiti che la natura pone al potere e alla libertà dell'uomo, e non può sopravvivere a lungo in un mondo in cui è ormai impossibile sfuggire alla consapevolezza di quei limiti. Invece, quella disposizione di spirito propriamente definita come speranza, fiducia o meraviglia – tre nomi per lo stesso atteggiamento della mente e del cuore – afferma la bontà della vita di fronte ai suoi limiti. Non può essere abbattuta dalle avversità. Nell'epoca tormentata che ci attende, ne avremo bisogno più ancora di quanto ne abbiamo avuto in passato.
Limite e speranza: queste parole assommano le due linee di argomentazione che ho cercato di svolgere congiuntamente. Una è quella che cerca di distinguere tra speranza e ottimismo, e di analizzare le implicazioni di questa distinzione. L'altra studia alcune delle manifestazioni politiche e ideologiche del senso del limite. È la loro comune accettazione dell'esistenza di un limite che ci ha permesso di prendere in considerazione una tale varietà di movimenti  politici e scuole di pensiero e di ricondurla, in parte, alla stessa tradizione, o almeno alla stessa sensibilità. Questa sensibilità – che in mancanza di un termine migliore possiamo continuare a chiamre populista, o piccolo-borghese – è definita, in primo luogo, da una profonda diffidenza per lo schema della storia in quanto progresso. L'idea che la storia, come la scienza, rappresenti il dispiegarsi per accumulazione delle capacità umane e che la civilità moderna sia l'erede di tutte le conquiste del passato, va contro il senso comune, cioè a quell'esperienza di fallimento e sconfitta ineliminabile dalla vita di tutti i giorni. “Non ci sono calamità della storia?” chiedeva Orestes Brownson. “Non c'è nulla di tragico?” Brownson e gli altri oppositori del “miglioramento” avevano trovato ben poche prove di illuminazione cumulativa. Concetti ufficialmente screditati come quelli di fato, nemesi, provvidenza e fortuna, a loro avviso, parlavano all'esperienza umana più direttamente di quello di progresso.
La loro sensibilità politica, inolte, era dettata da una valutazione delle aspirazioni economiche appropriate agli esseri umani più modesta di quella del progressismo. Coloro che credevano nel progresso ammiravano il trionfo della tecnologia sulla scarsità e il controllo collettivo sulla natura che la struttura produttiva della società moderna sembrava garantire. L'abbondanza, dal loro loro punto di vista, presto o tardi avrebbe dato a tutti accessi al benessere, alla cultura, alla raffinatezza, a quei vantaggi che un tempo erano riservati ai ricchi. Per i populisti, invece, quello che chiamavano competence, come a dire un mezzo di sussistenza – un pezzo di terra, una piccola bottega, una professione utile – rappresentava un'ambizione molto più degna. Competence era un termine dalla ricca connotazione morale: si riferiva alle possibilità di sostentamento offerte dalla proprietà, ma anche alle abilità necessarie per sostenerla. L'ideale della proprietà universale esprimeva un sistema di aspettative più modesto di quello del consumo universale, dell'accesso universale a una disponibilità illimitata di beni. Allo stesso tempo, però, faceva propria una definizione più impegnata e moralmente più nobile della vita. La concezione progessista della storia sottindeva una società di raffinatissimi consumatori: quella populista, un mondo di eroi.
Da un punto di vista progressista, l'ideale di una società di piccoli produttori era ristretto, provinciale e reazionario. Recava in sé tutte le stigmate delle sue origini piccolo-borghesi: rappresentava il rifiuto di guardare in faccia il futuro. Il disprezzo per l'arretratezza, la rispettabilità e gli scrupoli religiosi della piccola borghesi erano diventati il marchio della mentalità progressista. Certo, la caricatura illuminista della cultura della classe medio-bassa conteneva degli elementi di verità innegabili: altrimenti non sarebbe neanche stata riconoscibile come caricatura. Con l'andar del tempo, man mano che le grandi imprese toglievano spazio ai piccoli produttori, i movimenti piccoli-borghesi hanno assunto un carattere sempre più difensivo, e hanno fatte proprie le peggiori tendenze della vita moderna: l'antintellettualismo, la xenofobia, il razzismo. Ma la stessa tradizione di radicalismo plebeo ha anche prodotto l'unico tentativo serio di risolvere il grande problema politico del ventesimo secolo: che cosa può sostituire la proprietà come fondamento materiale delal virtù civica? Ha anche dato origine al tentativo più notevole di organizzare una forma d'azione politica capace di tener sotto controllo il risentimento, e rompere così il “circolo vizioso senza fine” di coercizione e ingiustizia di cui parlava Reinhold Niebuhr. Proprio perché le classi inferiori si sono lasciate spesso tentare da una politica d'invidia e di risentimento, capiscono l'importanza di una “disciplina spirituale” contro questi atteggiamenti. La tradizione progressista, invece, non ha neanche intuito il problema della proprietà e della virtù, per non dire della domanda posta da Niebuhr già nel 1932: “Se la coesione sociale è impossibile senza coercizione, e la coercizione é impossibile senza la creazione di ingiustizia sociale, e la distruzione dell'ingiustizia è impossibile a sua volta senza l'uso di una coercizione ulteriore, il conflitto sociale non rappresenta forse un circolo vizioso?”
L'esaurimento della tradizione progressista – e questa tradizione, nel suo senso più ampio, comprende tatnto la sinistra quanto la destra reaganiana, che non è affatto immune dall'idea di espansione economica illimitata – si rivela soprattutto nella sua incapacità di affrontare questi problemi fondamentali della politica moderna, o quello, altrettanto fondamentale, di come estendere ai poveri il livello di vita dei ricchi su scala globale senza sottoporre le risorse economiche della terra a uno sforzo insopportabile. La necessità di una distribuzione più equa della ricchezza dovrebbe essere ovvia, tanto da un punto di vista economico quanto da uno morale, e dovrebbe essere altrettanto ovvio che l'uguaglianza economica non è compatibile con il nostro sistema avanzato di produzione capitalistica. Quello che non è così ovvio è che l'uguaglianza implica un livello di vita più modesto per tutti, non l'estensione al resto del mondo della condizione degli strati privilegiati della popolazione dei paesi industriali. Nel ventunesimo secolo, l'uguaglianza implicherà un riconoscimento dei propri limiti, morali e materiali, affatto estraneo alla tradizione del progressismo.
La tradizione populista non offre una panacea a tutti i mali che affliggono il mondo moderno. Pone le domande giuste, ma non ha le risposte già pronte. Non ha prodotto molto in termini di teoria economica e politica, il che rappresenta la sua debolezza maggiore. I suoi fautori propugnano la produzione su piccola scala e la decentralizzazione politica, ma non spiegano come questi obiettivi si possano realizzare in un sistema economico moderno. Mancando di una teoria della produzione ben definita, i populisti hanno sempre avuto la tendenza a credere nella valuta cartacea o nei toccasana più vari, come in politica tendono a farsi intrappolare dal risentimento sociale così efficacemente sfruttato dalla nuova destra. Ma un populismo adatto al ventunesimo secolo avrebbe ben poco in comune con la nuova destra, e, quanto a questo, con i movimenti populisti del passato. In compenso, troverebbe gran parte della sua ispirazione morale del radicalismo popolare del passato e, più in generale, in quella varietà di critiche del progresso, dell'Illuminismo e dell'ambizione illimitata portata avanti da quei moralisti la cui sensibilità è stata orientata dalla concezione del mondo dei produttori. Il problema del “guadagno non meritato” ha dato vita a una ben precisa tradizione politica e a una tradizione ben precisa di speculazione morale fondata sull'esperienza della vita di tutti i giorni (oltre che sull'esperienza più alta del fervore spirituale): non sembra probabile che entrambe passino di moda.” (pp. 597-601)

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Il Foglio, Antonio Pascale, Giuliano Ferrara, Claudio Cerasa, Oscar Giannino, Massimo Cacciari

Non frequento molte persone. Non parlo quasi con nessuno. E non sono nemmeno una persona facile da frequentare. Quando sto con gli altri tendo a rimanere in silenzio. Dopo un po' mi alzo e me ne vado. Mi incazzo spesso. Quando sbotto esagero. Anche se la maggior parte delle volte non apro bocca perché sono timido, imbarazzato, frastornato, angosciato, mi annoio. L'alcool mi aiuta a sciogliermi ma l'angoscia non mi lascia mai. 

Qualche giorno fa a una carissima amica che passava dalla Svizzera e che non ho potuto purtroppo incontrare per colpa del lavoro scrivevo che negli ultimi anni sono diventato ancora più solitario. La risposta é stata: “Dai, Andre, non prendiamoci in giro, sei sempre stato un super super solitario!”. Ho sorriso. E in questa risposta c'è un elemento positivo, ovvero, che pur essendo un super solitario, ho la fortuna di avere un'amica come Arianna. 

Passo spesso per essere un intollerante o un integralista ma in realtà sono molto curioso dei mondi altri, attento a chi la pensa diversamente da me. Mi piace cambiare idea, confermare le mie convinzioni nel confronto, anche acceso, con la parte avversa.

Io per esempio compro Il Foglio per cinque motivi: 
1- mi piace esteticamente, mi piace il suo formato, mi piace Vincino e questo mi interessa particolarmente quando leggo un giornale
2- mi piacciono il livello medio di scrittura dei pezzi e molte delle firme che ci scrivono
3- ci scrive Maurizio Milani
4- molti dei pezzi presenti non li condivido ma sono scritti benissimo e mi costringono a riflessioni mie interne e allora qui arriviamo agli articoli di Antonio Pascale (Il Manifesto Anti-Declinista), Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa. Non condivido quasi nulla di quanto ho trovato ma ieri ho sfogliato parecchi quotidiani e non ho trovato nessun altro articolo che mi ha offerto spunti di riflessione. E sono scritti tutti e tre molto ma molto bene. Non posso che ringraziarli.

Stessa cosa, in macchina, ascoltando il dialogo fra Oscar Giannino e Massimo Cacciari. Anche lì molti dubbi, eccetera, ma il piacere di ascoltare e porsi domande. È  un esercizio intellettuale e mentale importante per me. Mi permette di mantenere un giusto equilibrio, la capacità critica, l'apertura. È difficile, anche proprio da un punto di vista mio caratteriale, ma la pratica della disciplina è fondamentale come mio orizzonte.

Chiudo: ma tutto questo psicodramma del Pd, Sinistra Italiana e bla bla bla su cosa é fondato? Sul nulla. Non c'è nulla. Non prendiamoci in giro. Un'accozzaglia di residuati psicoideologici e frequentatori di Monti. Di estimatori di Zoro e bandiere rosse senza rosso. Personalismi di bassa lega, insopportabili, venduti come politica. E ci ritroviamo come protagonisti Scotto, Rossi, Fratoianni, Renzi, Emiliano, Civati, Vendola, D'Alema, Bersani, Pisapia. 

Certe volte sogno la calata di Mao o Pol Pot su tutta questa gente.

Il discorso mi appassiona perché vedo mio padre e mia sorella in Grossa Crisi e sorrido.

Ecco, vedete che esce il mio lato scontroso?

sabato 18 febbraio 2017

Luce mia, malattia, Craxi, il mio bisnonno, London Fields


Domani andrà in onda sulla Rsi.
Conosco bene gli ospedali.
Di questi tempi tocca a mia sorella frequentarne parecchi.
In questo documentario c'entrano anche i Massimo Volume.
Ascoltate questa canzone.

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Sto leggendo il memoriale di Craxi che Il Dubbio sta pubblicando. C'é un passaggio in particolare che mi ha colpito, perché mi ha ricordato tutto un mondo che ho conosciuto, ho conosciuto e che è semplicemente andato in pezzi. Chi segue questo blog da tempo, starà pensando "Ma come, tu non voti? Che ti frega di queste cose". Io non voto ma la "politica" mi ha sempre interessato. L'ho masticata in famiglia sin da piccolo. Ho respirato idee contrapposte, liti, discussioni. Sono stato in sedi di partiti, sindacati, eccetera e nutro un grande rimpianto per un mondo, sicuramente imperfetto, oscuro, eccetera, che formava i politici, i sindacalisti. La classe politica. I grandi partiti tradizionali, salvo le ovvie eccezioni, erano formate nei loro quadri da persone culturalmente preparate. E servivano soldi per tutto cio'. Chiunque ha masticato un po' di politica, ha vissuto l'attivismo sa di cosa sto parlando. Di cosa sono le tessere (pensate, nel piccolo, al tesseramento Arci o alle iscrizioni al sindacato, per esempio). Da dove arrivano i soldi. Come si fanno. Vale sia per la politica istituzionale ma anche per tutto cio' che sta fuori dal palazzo. Sarebbe un discorso lungo ma guardate l'oggi, guardate il livello dei politici o dei presunti rivoluzionari. Non è solo lo specchio dell'Italia ma il frutto di chi ritiene che per fare politica, in tutte le sue forme, servano solo l'indignazione, la buona volontà, l'amore. No. Servono tempo, dedizione. Servono sedi fisiche. Servono soldi. Studio. Formazione. Uno degli argomenti cardine negli anni '90 fra i miei parenti era l'autonomia della politica. Sansonetti ne scrive spesso. Di una cosa sono comunque contento. Che i mie parenti da parte paterna (tutti tessitori, operai, muratori) dopo la fine del PCI e del PSI smisero di votare. Fu una grande prova di dignità.

E mi dedico molto a Craxi perché il mio bisnonno materna era un socialista. Un muratore che non prese mai la tessera del Fascio. Malato di tisi passo' parecchi anni in sanatorio. Mia nonna mi racconto' della sua emozione nel poter votare finalmente libero il suo Partito Socialista.
Non credo gli sarebbe piaciuto Craxi, ma chi lo sa vista la sua antipatia per i comunisti (ma anche rispetto).

Al mio bisnonno socialista, un gigante con le mani immense che mai ho conosciuto, devo tanto.
Quando passo davanti alla casa che costrui' con le sue mani, la sera e di domenica, e dove adesso abitano sconosciuti, io mi commuovo e mio padre mi dice che mi sarebbe stato simpatico.

Il padre della mia compagna, piastrellista e muratore, anche lui ha costruito con le sue mani la casa dove la mia compagna è cresciuta.

Il passo craxiano è comunque questo:

"Gli uni e gli altri. Partiti e classe politica, fronteggiavano un bagaglio di spese, che, a parte possibili ma abbastanza poche eccezioni di soggetti ad alto reddito personale, che meriterebbero di essere elencati, non potevano essere affrontate se non con il ricorso ad entrate di tipo straordinario. Questa linea di condotta  era propria di tutti i maggiori Partiti del Paese, sia che si trattasse di Partiti di governo che di Partiti di opposizione. Tutti si avvalevano, naturalmente in maniera diversa, di strutture burocratiche diversificate, di reti associative, di scopo che esercitavano un'azione permanente di sostegno, di reti di informazione fondata su quotidiani e periodici, di canali radiofonici e televisivi, di attività editoriali, di centri-studi, di scuole di formazione politica.
Altre iniziative di rilievo finanziario riguardavano acquisizioni immobiliari per sedi e luoghi di incontro, circoli e quant'altro si proponeva come utile e necessario per favorire ed incrementare la vita associativa e per moltiplicare le iniziative di incontro, i dibattiti, le manifestazioni."

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in rilettura.

venerdì 17 febbraio 2017

Le nostre anime di notte, Kent Haruf, Simone Buttazzi/Berlino '67, su Mani Pulite


Ho comprato "Le nostre anime di notte" di Kent Haruf (NNE, traduzione di Fabio Cremonesi) in una delle due librerie a cui sono piu' affezionato. Non l'ho letto subito. Sapevo di avere fra le mani qualcosa di altamente coinvolgente, delicato, sentimentale e emozionante e ho aspetto il momento giusto che è stato ieri sera. Mi sono seduto sul divano, l'ho aperto, ho cominciato a leggerlo e l'ho terminato. Poi ho stappato una birra, mi sono messo alla finestra in cucina e ho respirato l'aria fredda delle Alpi. Non ho bisogno di aggiungere altro.

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Simone Buttazzi è un uomo di grande ardori e passioni. Ricercato dai fotografi di tutto il mondo alla Berlinale. Elemento perturbatore di sogni sottoveste di partigiano sovieticobolognese che, in pattine, issa la bandiera RossoVeganaLGBT sulle macerie della Berlino nazista. Recensore dal vello ursino e ambitissima preda di cacciatori caucasici. Da Berlino sta inviando da Indie-Eye dispacci luminosi che narrano dei film da lui visti:





















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Si parla di Mani pulite in questi giorni. Già a vedere Di Pietro in tv mi viene il voltastomaco. Controcorrente segnalo "Novantatré" di Mattia Feltri (Marsilio) che mi piacque molto quando lo lessi.

giovedì 16 febbraio 2017

Tama Janowitz/Schiavi di New York; Maurizio Milani/Virginia Raggi; solidarietà a Abbad Yahya; un saluto a Mauro; Elliott


Finalmente questi racconti sono nelle mie mani.
Il primo, "una santa moderna n.271" ha un incipit micidiale:

"Da quando mi ero messa a fare la puttana avevo dovuto vedermela con peni di tutte le forme e dimensioni possibili. Certi grossi, altri raggrinziti e con testicoli penduli. Certi venati di blu che puzzavano di gorgonzola, altri avari. Peni bisbetici, fatati, cosparsi di perle come i grandi minareti del Taj Mahal, peni burloni, striati come la coda di un procione, ardenti, crestati, impossibili, profumati. Piu' passava il tempo e piu' ero contenta di non possedere una di quelle appendici.
Naturalmente avevo un protettore, un tipo fuori dal comune, già candidato a due dottorati, uno in filosofia e l'altro in letteratura americana all'università del Massachusetts. Quando ci eravamo conosciuti faceva il tassista, ma dopo un po' aveva scoperto che quel mestiere non gli lasciava il tempo di seguire la sua vera vocazione: quella di scrittore." (pag. 5)

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Non conoscevo lo scrittore palestinese Abbad Yahya e non sapevo nulla dei suoi libri, della sua fuga, dell'arresto del suo editore, eccetera. Ho incontrato la sua storia ieri su Il Foglio leggendo un articolo di Giulio Meotti (che come al solito ci va giu' sempre come se fosse alla guida di un bulldozer). Dopo essermi informato un po' in rete non posso che mandargli uno straordinario abbraccio.

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Si è spento in questi giorni Mauro. Ed è stata una delle prime persone che ho incontrato una volta arrivato qui a Lugano. Quasi 10 anni fa. Avevo parcheggiato accanto al parco, dove ci sono un paio di panchine che fungono da ritrovo per tossici, spacciatori, alcolizzati, eccetera della città e uscito dall'ascensore mi trovo questo gigante punk che mi chiede della moneta. Avevo solo euro in tasca e lui mi aveva risposto che andavano bene lo stesso. Avevo dieci euro e non so perché glieli diedi. Sapevo bene a cosa gli servivano. Confesso che ero anche un po' intimorito da lui. In tutti questi mi è capitato spesso di incontrarlo. Di lasciargli qualche moneta. Una volta mi chiese dove lavoravo e quando gli risposti "Al cinema", lui scosse la testa dicendomi che ormai facevano solo film di merda.
Un saluto e buon viaggio. E un calcio nel culo a tutti quei moralisti che adesso tireranno fuori necrologi da parrocchia.

Che poi c'è anche una tossica che incontro spesso quando rientro dall'Italia. Staziona attorno ai benzinai appena dopo il confine. in cerca di qualche spicciolo. Le restano pochi denti ma è facile capire che un tempo doveva essere stata una bellissima ragazza. Ha conservato la cura dei vestiti e dei capelli ma il volto è scavato e le mani sono gonfie. Ieri stava fuori dalla porta. Rischiava di essere multata, magari anche arrestata per accattonaggio. Aveva bisogno di soldi. Io non lo so perché ma preferisco dare soldi sempre a lei e a persone del genere piuttosto che ad associazioni, eccetera. 
E ieri l'ho rifatto. 
Le si sono illuminati gli occhi e mi ha ringraziato.
Non m'interessa salvare il mondo.
Di salvare i piccoli, flebili, forse anche inutili, istanti di umanità, contatto umano, sguardo, si', pero'.

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martedì 14 febbraio 2017

Giorno libero

Succede spesso che nei giorni liberi il mio fisico necessiti di ripulirsi di tutto lo stress lavorativo accumulato.

Cio' significa una presenza costante al cesso.

Nell'appartamento affianco una studentessa ripete incessante la solita lezione.

Con questi libri:


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lunedì 13 febbraio 2017

Cosmetic, paese reale, intorno a Cinquanta sfumature di nero



(qui)

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Seguo con poca attenzione le cronache politiche di stretta attualità ma se penso alle ultime notizie relative a assessori, titoli di giornali, interviste strappate/vere/presunte, appelli, intellettuali che dibattono di questo e di quello, liste di proscrizione mi viene solo da commentare (se mi lasciassi andare nella mia veste esclusivamente cinica, non ci vedrei altro che il naturale putridume umano) che si stanno solo raccogliendo i frutti di decenni di un'educazione fatta di intercettazioni date in pasto ai lettori, processi televisivi, finti/veri processi alla Forum, democrazia sul web, dieci domande sulla moralità, arene, VaffaDay, cappi sventolati ovunque, giornalisti con le microspie in bocca e il manganello nel portafogli, Leopolde, programmi tv condotti da infimi imbonitori come Santoro, raduni di dementi di paese come quelli in onda su Rete4 e altrove. Una tristezza infinita. Il tutto condito dalla retorica del Paese Reale, della Gente, del Popolo che sventola la bandiera della Libertà e grida a random “Libertà, onestà, resistere, viva il popolo, fuori dalle balle, w la fica, vogliamo lavorare, datemi un cartellino....”. 

Se mi metto a pensare al Paese Reale onesto, a quello pulito, che si ritiene del tutto diverso dai politici mi piace ricordare la combriccola che incontrammo l'estate scorsa al lago composta da genitori, nonni, figli, nipoti, cani, disabili. 
Tenete a mente un bel cartello con scritto "Divieto di accendere fuochi, grigliate, cani, palloni". 
A due passi c'è un'altra area che permette tutto questo. 
Dopo venti minuti che sono arrivati questa Gente Reale  si mette a grigliare e vai con la musica etnica/dance/rock/classici italiani a manetta. Fumo che ci viene addosso e impossibilità di parlare, rilassarsi. Provo gentilmente a dialogare con loro. Impossibile. Ci prova qualcun altro. Impossibile.

A parte le classiche risposte condite da insulti, per me sono memorabili frasi come “Griglia anche tu!”, “Che male fa, senti che profumino...”, “Siamo in estate, rilassati, vuoi una birra?”, “Tutta la settimana che lavoriamo, uè, guarda che ci facciamo il culo dalle sei di mattina alle 9 di sera...”, “Non vedi che mi fai piangere i bambini?”. 
Gente che se l'è spassata perbene quel giorno.
Gente.

Ecco, niente. Chiudo con un ultimo passaggio, probabilmente criptico per molti. Quando mi capita di rivedere Craxi, uomo dalle milioni di ombre, in tv, assediato da quell'uomo inascoltabile/inaccettabile che è Di Pietro, mi rammarico soprattutto di una cosa. Che Craxi sia fuggito. 

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(e comunque uno scandalo dare il via libera al nuovo stadio)

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Un commento su Cinquanta sfumature di nero. In gran parte spettatrici, ma non solo. Le spettatrici consumano poco. Pochi pop-corn, pochi nachos. Preferiscono gelati (pochi), leccalecca, caramelle. Masticano tante cicche. Fumano un casino e buttano i mozziconi per terra. Pur consumando poco lasciano le sale che sono un porcile, quasi peggio di come si comportano i bambini. Peggio ancora i bagni. I bagni delle donne sono una vera collezione di ogni genere di maleducazione, insolenza, cafonaggine. Ieri con la mia compagna abbiamo cercato, bevendoci sopra un sacco di birre e mangiando lenticchie, una spiegazione psicologica. Anche al mercoledì pomeriggio quando le scuole son chiuse e arrivano un sacco di bambine e ragazzine son sempre i cessi delle donne quelli inguardabili.

Si comportano da zozzone perché rifiutano il ruolo di donna pulita/serva/casalinga? Perché vogliono copiare i maschi? Perché si sono maschilizzate? Per colpa della società? Della mancanza di educazione? Risposta banale e riduttiva che abbiamo trovato? Perché le donne non sono meglio dei maschi. Eppure, non so perché, l'idea che ragazzine, donne mature si comportino peggio di un bambino di cinque anni ha continua a destarci numerose perplessità e ci abbiamo parlato e parlato sopra per un sacco di altro tempo. Poi ci siamo addormentati.

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E dopo tutta sta merda, mi ripulisco andando a rileggere Hemingway, Dubus, Roth e Mishima. Rileggere mi rilassa.

venerdì 10 febbraio 2017

Anifares, Gaddis, Lambrugo/Repubblica, La patata bollente

Quello di Anifares: https://corvinerialluranioimpoverito.wordpress.com è uno dei blog piu' belli in circolazione.  Lo definirei una via di mezzo fra un approdo dove poter finalmente staccare la spina e un porto da dove salpare per solcare oceani inesplorati e vivere avventure indescrivibili.  Una sorta di Nantucket dell'anima. Un porto spigoloso, accogliente, paranoico, pincioniano nell'essenza piu' pura che a me piace tenermi stretta. Ultimamente ha scritto di Gaddis, uno di quegli straordinari scrittori poco letti, magari citati, ma poco letti, i cui romanzi stanno letteralmente scomparendo. Gaddis non è uno scrittore facile. Necessita di tempo, voglia, dedizione. 

Anifares è un po' Gaddis.

E la smetto qui perché poi sembra che le stia leccando il culo e poi mi uccide.

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Oggi su Repubblica c'è un articolo dedicato a Lambrugo. Un piccolo paese della Brainza. La mia famiglia paterna viene da li'. L'albergo di famiglia, l'Hotel Corona, stava in quel paese. Mio padre e i miei zii sono nati li'.  Nel cimitero sono seppelliti i miei nonni, i miei bisnonni, i miei parenti. Il miglior amico di mio padre e mio fido custode quando ero un bambino. È il paese confinante a quello dove sono cresciuto. Un paese deserto ma che è comunque bello, interessante e soprattutto sorprendente leggere sotto altri punti di vista.

Questo. Si parla di figli. 

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Stasera lo danno in tv.
Uno dei film che mia madre amava.
Ci sono cresciuto con Pozzetto.
Mia madre, quinta elementare, vita di paese, è stato anche grazie a un film come questo che non si è mai posta problemi con omosessuali e lesbiche.

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Stasera ascolto questa.

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Ah, se sapeste.

giovedì 9 febbraio 2017

Tornare dal lavoro - Una madre

Sono uscito dal lavoro stanchissimo.
Mani, gambe e braccia a pezzi.
L'umore storto. 
Ce l'ho quasi sempre. 
Mi sveglio sconfitto da tutto.
Camminando lungo il fiume ho incontrato una ragazza che piangeva e urlava al telefono.
Era stata appena mollata.
Gridava "Dopo tutto quello che abbiamo passato, dopo quello che abbiamo fatto insieme".
Sua figlia, una bambina coi capelli rossi, sedeva accanto a lei. con la faccia impiastricciata di pomodoro della pizza mi ha salutato con la mano sorridendomi.
Ho incrociato lo sguardo implorante della madre e mi sono vergognato di me stesso.
Le ho incontrate venti minuti dopo al supermercato.
La bambina correva per gli scaffali piena di vita.
La madre si comprava una confezione da sei di birra scadente.
Gli occhi gonfi e l'espressione di chi ha il terrore della sera che sta per arrivare.


mercoledì 8 febbraio 2017

Updike, Coniglio, Bukowski, Vladan Desnica, Sidney/Paul Thomas Anderson


Non saro' mai un grande estimatore di John Updike ma in tutti i suoi romanzi trovo sempre spunti d'interesse. E devo anche confessare che mi sono sempre specchiato in Coniglio, sin da quando lo lessi da adolescente e un po' me ne sono sempre vergognato. Mi hanno spesso dato del vecchio, del reazionario, del coniglio, dell'uomo che non si prende le sue responsabilità. Mia sorella, che è una che ama parecchio sfottermi (praticamente lo fa tutte le volte che ci vediamo) e farmi la predica, mi dà spesso del vecchio. Adesso che mi crescono anche i capelli grigi si diverte ancora di piu'.
Lessi "Corri, Coniglio"(Einaudi) ai tempi del collegio e come allora, arrivato a questo punto, ebbi un brivido di vita. 

"Una Du Pont scalza. Gambe brune, probabilmente, seni piccoli e provocanti. Sul bordo di una piscina in Francia. La sensazione del denaro in una donna nuda, denaro a palate, a milioni. Si tende a immaginarli bianchi, i milioni. Puoi affondarci dentro morbidamente fino in fondo eppure ne rimangono ancora a mucchi. Le ragazze ricche sono frigide? Ninfomani? Ce ne saranno di ogni genere. Non sono altro che donne in fin dei conti, donne discese da qualche truffatore di indiani piu' fortunato degli altri, con lo stesso retaggio che se vivessero in una baraccopoli. Risplenderebbero ancora piu' bianche, là, sui materassi grigi. Quel loro meraviglioso modo di spingersi avanti e avvolgersi intorno a te quando lo vogliono. Altrimenti solo grassa pesantezza. Strano come le pi' appassionate siano spesso rigide e asciutte e le piu' lente a venire morbide e umide. Ti vogliono eretto e duro sulla loro piccola sporgenza. Il segreto è lavorarsele finché non basta che un tocco. Te ne accorgi: la pelle sotto il pelo pubico diventa tutta molle come il collo di un cucciolo." (pag. 34)

Per non dire del finale. Quel finale, riletto oggi, mi ha fatto piangere.
E comunque gran parte delle mie compagne di collegio saranno sempre di una bellezza micidiale.
Ancora oggi quando le incontro, non posso che notare come gli anni le abbiano rese ancora piu' belle.
Sul resto non commento.

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(qui e lo sto cercando dopo aver letto questo bell'articolo)

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Che bello riuscire a vedere in una sala, minuscola, un film che cercavo da tanto tempo.

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Fortuna che ho gli alcolici per sopravvivere al ritorno al lavoro.

lunedì 6 febbraio 2017

Su "Il Sole dell'Impero" di Carlomanno Adinolfi (Idrovolante Edizioni)


Chi non ha mai fantasticato sulla Storia? Giocato con le piccole, grandi, immense trame che il Tempo ha disposto prima, durante, dopo, dentro di noi? Nel tempo di un battito di ciglia quante storie si intersecano nell'Universo? Infinite possibilità. Infinite svolte, percorsi, distanze, crisi, luci abbaglianti. Vi siete mai posti la domanda su possibili esiti alternativi della Storia? Personalmente mi sono interrogato allo sfinimento sulle Guerre Indiane immaginando i Nativi che per un motivo o per l'altro vincono tutte le battaglie, Tecumseh e Pontiac che, aiutati dal Grande Spirito, coronano il sogno di federare tutte le tribù e sconfiggono il nemico, i V2 (nutra una passione ossessiva per i V2 dopo aver letto "L'arcobaleno della gravità") o altri armi segrete che ribaltano l'esito della guerra, Napoleone che trionfa a Waterloo. E poi ce ne sono due, che per uno strano caso del destino, almeno del mio di destino, s'incrociano nel romanzo “Il Sole dell'Impero” di Carlomanno Adinolfi (Idrovolante Edizioni, con una straordinaria copertina),  seppur con esiti/percorsi diversi da quelle intrapresi dall'autore prende: Roma Imperiale/Sacro Romano Impero ancora in vita e il Barone Sanguinario ancora in grado di unire popoli e tradizioni sotto un solo vessillo. 

Quello di Carlomanno Adinfoldi è stata una vera sorpresa. Prima di leggerlo avevo due pregiudizi, uno era di carattere squisitamente letterario/ucronico. Ho sempre amato l'ucronia nelle sue varie sfumature (letterarie, filmiche, fumettistiche) ma ultimamente tutte le volte che mi sono imbattuto in una nuova narrazione ucronica (e anche in qualcuna del passato) mi sono apparse statiche, senza carne, esteticamente piacevoli ma poco passionali, poco dense di vita e suggestioni, macchinose, vuote e incapaci di unire realtà e fantasia. Per dire, fra le mille letture ritrovo sempre splendido “Watchmen”, per come riesce a creare un mondo-altro e per il suo tono realistico, dolente, furioso, dolce, feroce che ti fa sentire quel mondo, che è già un mondo di fantasia, come reale, come se bastasse aprire una porta e finire in quel mondo. per quell'aspetto dolente, doloroso, feroce, sul mondo. Per questo motivo avevo paura che il romanzo di Adinolfi fosse l'ennesimo prodotto trascurabile. Divertente ma magari nemmeno troppo.

Dall'altro, conoscendo la biografia dell'autore e leggendo una sua intervista, temevo che il romanzo fosse eccessivamente ideologico con la narrazione soffocata dal peso sfiancante della politica, dal “messaggio” a tutti i costi, esaurendosi in un pistolotto politico, con poi quel retrogusto moralisticorivoluzionario di qualsiasi colore che mi sta abbastanza sui coglioni. Cosa che per esempio non accade nei romanzi di Drieu e rileggendo “Gilles” si percepisce la grandezza dell'autore nel mantenere il giusto equilibrio fra tematiche, stile, emozioni, storia.

Pagina dopo pagina “Il Sole dell'Impero” ha invece dissipato positivamente gran parte dei miei dubbi e mi viene spontaneo scriverne come di una sorprendente anomalia letteraria e culturale nella nostra penisola. Un romanzo ucronico credibile e affascinante, godibile, trascinante e insieme manifesto politico che unisce riflessione sul Passato, sul Presente e soprattutto intenzionato a gettare un ponte verso il Futuro.

Adinolfi ci trasporta in un mondo della metà del Ventesimo Secolo, appena uscito dalla Prima Guerra Mondiale col Sacro Romano Impero che ha superato il Medio Evo e prospera nelle vesti, nemmeno troppo celate, del Ventennio Fascista (con tanto di dibattito interno culturale, dissidi fra le varie anime), con Roma capitale, un Imperatore, una federazione di popoli che unisce Italia, Germania e Belgio i monumenti ricostruiti, i riti ancestrali ripristinati e un profilo futuristico dai palazzi immensi, treni sopraelevati, Zeppelin che atterrano sui tetti dei palazzi. Intorno un contesto geopolitico simile ma anche no a quello degli anni '30. Rivoluzione bolscevica in espansione, Inghilterra coloniale, Francia in crisi d'identità, Stati Uniti che vivono ancora la separazione fra Nord e Sud, l'Asia sconvolta da conflitti fra nazionalisti, comunisti, popoli in cerca di libertà, un Medio Oriente instabile dopo la caduta dell'Impero Ottomano, il Giappone indeciso fra sfida imperiale, svolta asiatica, nazionalista. E il Capitale, la Finanza, le le Borse, gli speculatori che tramano per il controllare il mondo intero. È un mondo in crisi, prossimo a una nuova guerra mondiale, scosso da sottili e striscianti conflitti sotterranei, clandestini, ma soprattutto percorso da trame oscure capaci di scuotere l'intero universo. 

Punto di partenza della narrazione è la scomparsa del professor Amaraco, scienziato dell'Impero, impegnato nella costruzione di nuove/strane armi ed esperto di fisica quantistica. È stato rapito, fuggito, ucciso? Quali segreti nascondeva il professore? Per far luce su questa vicenda si allestisce fra scontri armati, attentati sventati, inseguimenti, incontri fortuiti, ricevimenti una sorta di Compagnia dell'Anello Imperiale composta dal giovane giornalista Andrea Alcis, il professore francese Dauphin, l'enigmatico capitano dell'esercito imperiale Vertrago, la bellissima e intrattabile giornalista Ary il soldato teutone dal passato misterioso Ivard che si scontrerà con forze oscure di tutto il mondo, ingaggiando una battaglia senza tregua che li condurrà da Roma a Parigi e poi in Libano, Egitto, Estremo Oriente e oltre i confini dell'universo per come siamo in grado di concepirlo.

Evito opportunamente di aggiungere ulteriori particolari sulla trama e le sottotrame perché impedirei il pieno godimento della lettura di un romanzo che unisce la Storia conosciuta a quella che scaturisce dalla fantasia, in un turbine di suggestioni futuristiche, fisica quantistica, archeologia, teorie complottista, avventura, filosofia, buddhismo, fascismo, tesi eretiche, steampunk, spy story ed è un vero orgasmo muoversi fra tutti questi riferimenti alcuni dei quali si colgono immediatamente, altri che invece crescono lentamente, altri che sfuggono, che si celano, che si creano esclusivamente nella nostra testa. Potrete trovare riferimenti a Guenon, Evola, Indiana Jones, Stargate, Stephen King, La leggenda degli Uomini Straordinari, il Barone Von Urgen, Berto Ricci, Tintin (le scene d'azione mi hanno ricordato molto le sue avventure), Degrelle, Blake e Mortimer, Proyas, Tolkien, Jack London (al di là della Mongolia, i lupi mi hanno ricordato molto Zanna Bianca), il Thomas Pynchon di “Against the Day”, Verne, Ezra Pound, Critica Fascista e tutto il dibattito culturale fascista, il Ventennio in generale, Edgar Rice Burroughs, Lovecraft e chissà quanti altri riferimenti si potrebbero fare. 

Relegare “Il Sole dell'Impero” alla dimensione di romanzo riuscito, bello, ma esclusivamente d'evasione sarebbe un errore. Innegabile in questo romanzo è la dimensione politica, ripeto, quasi da manifesto. L'autore è un esponente di primo piano di Casa Pound, i riferimenti alla Tartaruga sono presenti nel testo e di grande interesse, sprone al dibattito/confronto/scontro, sono le riflessioni, evidenti, chiare, sferzanti sul mondo attuale, svolte attraverso un totale (e per questo ho scritto di anomalia) ribaltamento narrativo: con i “Cattivi” che nel romanzo sono quelli che il Pensiero Unico definisce solitamente come “Buoni”, mentre l'Impero, i Fascisti da sempre additati come “Cattivi” sono i “Buoni” della storia, coloro che cercano di salvare il Mondo, di preservare l'Umanità.

In tutto il romanzo sono presenti, sia in maniera esplicita sia risolti attraverso gli eventi, bordate contro una certa psicanalisi d'accatto, l'egualitarismo, l'immigrazione/invasione, il femminismo come moda/ragione di vita, la Finanza, il capitalismo, il mito del Progresso, la Ragione che si trasforma in prigione, il conformismo, la Globalizzazione, il pacifismo senza senso e tanto altro che a discuterne non basterebbero cento pagine. 

Non tutto funziona in questo romanzo. Forse ci sarebbe stato bisogno di una sfrondata in alcune sezioni mentre altri passaggi sembrano risolversi in maniera eccessivamente affrettata. Altre pagine si fanno invece troppo macchinose, con discussioni troppo esplicative, troppe parole insomma, mi permetto di scrivere, in quei discorsi politici che a volte si fanno anche enfatici e noiosi. Peccati veniali ma su cui l'autore potrebbe riflettere in vista di un'ulteriore pubblicazione.

C'è una sensazione però che mi ha attraversato per tutta la lettura di questo romanzo che ho letto in due giorni tanto mi trascinava. E sto parlando di una coraggiosa sensazione di bellezza e luce. Luce e bellezza mi hanno avvolto mentre leggevo. Luce e bellezza che mi  ripulivano l'animo e il fisico da tutte le fatiche delle inutili giornate lavorative. La strana sensazione di vivere una sorta di rito purificatorio. Doloroso ma anche necessario. Nel silenzio del mio appartamento di un palazzo anonimo, circondato da altri palazzi anonimi e nel cielo, la sagoma di uno Zeppelin che si accende fantasma. Il viso del Barone che mi sorride.