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martedì 12 dicembre 2017

"Aquarium" di David Vann (La Nave di Teseo)



Acquarium” di David Vann (La nave di Teseo, traduzione di Andrea Silvestri) è un romanzo straziante e commovente, dall'atmosfera quasi fiabesca, che mi ha lasciato gli occhi gonfi di lacrime al termine della lettura. 
L'ho comprato nell'unica vera libreria della città dopo essere uscito stravolto dal lavoro, sono tornato a casa e ho cominciato a leggerlo finendolo nella notte. 
Ho dovuto bere un paio di birre alla finestra per quietarmi l'animo.
L'immedesimazione in un protagonista non è sempre sinonimo di buoni libri ma in questo caso mi sono totalmente immedesimato nelle due figure femminili: la dodicenne Caitlin trascorre tutti i pomeriggi dopo la scuola all'Acquario di Seattle, ammirando di pesci di tutti i tipi e parlando quasi come una fata con loro (tutte le pagine ambientate davanti alle vasche sono memorabili e che bello scoprire pesci che nemmeno immaginavo e bello vederli anche disegnati nel romanzo), sognando un futuro da ittiologa e la madre, single, Sheri, operaia specializzata al terminal dei container, con un'adolescenza terribile alle spalle trascorsa ad accudire la propria madre morente, e che cerca in tutti i modi di regalare alla figlia un futuro migliore. Due personaggi tratteggiati con grazia dall'autore in tutte le loro contraddizioni e i conflitti che esploderanno (tornerà per farsi perdonare dell'abbandono il padre di Sheri, nel quale l'immedesimazione non è avvenuta e che onestamente è forse l'anello un po' più debole del romanzo, e farà esplodere la situazione), nei loro sogni, nelle loro pulsioni sessuali (Sheri è innamoratissima di Shalini, una bellissima ragazza indiana), nel dolore che stanno vivendo e in quello che hanno causato, causano e continueranno a elargire senza forse nemmeno volerlo. 
Leggere le splendide e atroci pagine in cui la madre costringe la figlia a vivere per due giorni le stesse esperienze da lei vissute quando accudiva la propria madre allettata è stata un'esperienza umana e letteraria imperdibile (al limite dell'autolesionismo) e in queste pagine l'autore offre il meglio di sè per come ha saputo coniugare precisione chirurgica dello stile (l'autore scrive come un'onda marina), tensione emotiva e sguardo lucido sui protagonisti, senza mai ricorrere a gratuiti escamotage per far piangere a comando il lettore e ho sentito nella pelle il corpo prosciugato di mia nonna scossa dal Parkinson che per due anni nei fine settimana veniva lavata, cambiata, nutrita, pulita da mio padre e mio zio e quanto li distrusse fisicamente e psicologicamente quell'esperienza e il corpo di mia madre ridotto a uno scheletro quando le cambiai pannolone, vestiti tutti sporchi e la vidi nuda e morente e la misi sul letto e le feci male perchè toccarla le faceva male e lei che mi diceva “Mi fai male, mi fai male, svegliati Andrea, svegliati, fai qualcosa che abbia un senso nella tua vita!!!!!!!” e io che non sapevo più come muovermi e lei che mi dava istruzioni e io che masticavo vomito, rabbia, dolore, parolacce e quando poi mezz'ora dopo riuscii a metterla a letto, a farla addormentare e mio padre tornò a casa dalla farmacia, corsi fuori di casa e cominciai a correre e arrivai fino alla Cappella della Peste e ci trovai un bambino che pregava in ginocchio su una panca e pensai di avere le allucinazioni perchè somigliava tutto a me quando andavo in quella chiesetta e pregavo per cancellare tutti i miei problemi.
È come se David Vann riuscisse sin dalle prime pagine di questo romanzo a immergerci dentro a una delle vasche dell'acquario e a farci nuotare insieme ai pesci, scoprirli nell'oscurità, chiederci che cosa ci stiamo a fare al mondo, qual è il nostro legame con l'esistenza altrui e soprattutto ci porta laggiù dove si muovono pesci dalle forme inusuali, dai colori splendidi e vite sconosciute per farci riflettere su cosa significhi perdonare ed essere perdonati, se si può o si deve dimenticare il passato e ripartire e se ripartire in quale forma bisogna farlo? 
E ci sono volte, almeno per quanto mi riguarda, che solo stando a mollo nell'acqua calda di un mare o davanti alle vasche di un acquario ho trovato la forza di perdonare, ben consapevole di aver perso per sempre l'occasione più grande per essere perdonato di tutto quello che avevo fatto.

Lascio un estratto e qualche foto di pesce citato in questo libro: 

Mio nonno adesso stava guardando gli altri pesci mandarino, il volto così vicino al vetro che quasi lo toccava. Hai ragione, disse. È quasi lo stesso motivo. Sembra così casuale, ma hanno tutti e due cerchi sulla schiena, uno davanti e un altro più piccolo dietro. Ognuno leggermente diverso pur seguendo un qualche modello. Come se ciascuno di noi si rifacesse a un modello. Come se da qualche parte ci fosse la forma della mia vita, e avessi avuto la scelta tra alcune variazioni, ma non troppo distanti dal modello.
Ricordo che lo disse perché ci ho pensato spesso da allora, all'idea che non ci allontaniamo mai molto, che quella che pare una scoperta è solo la rivelazione di quanto era nascosto ma presente, in attesa. Lo ricordo perché credo possa essere una via per arrivare al perdono, comprendere che per quanto violenta, per quanto spaventosa fosse mia madre, ciò non era dovuto al caso, ma era almeno in parte inevitabile, perché il processo che l'aveva portata a essere quello che era si era messo in moto molto tempo prima e lei aveva sofferto di quel lato della sua personalità tanto quanto me. E nell'attimo in cui mi aveva guardato con disgusto, come se fossi un mostro, non aveva potuto nasconderlo perché era sconvolta. Quando ripenso a tutto quello che accadde quel giorno, mi sforzo di rammentare che era arrivata al limite di sopportazione, mi sforzo di ricordarla prima che mio nonno ricomparisse, prima che fosse messa sotto una tale pressione, quando arrivava a casa e crollava a letto e lasciava che le crollassi addosso e mi aggrappassi a lei come un pesce rana, le mani e i piedi infilati sotto di lei, la morbida possente montagna del suo corpo sotto di me, e sembrava che fossimo il mondo intero.” (pp. 276-277)

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