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venerdì 24 novembre 2017

Mia sorella, attentati, karaoke

Io e mia sorella non è che ci vediamo e parliamo molto. Diciamo che ci vediamo, sette-otto volte all'anno, al massimo. Anche ora che io sto a Lugano e lei a Milano, quindi abbastanza vicini per allontanarsi ancora di più e litigare, discutere tutte le volte che ci sentiamo. Ma sapere che è partita per l'Egitto per il suo nuovo ciclo di scavi nel giorno di un attentato di queste dimensioni (va in Egitto credo ormai da quasi vent'anni ed è abituata a tutto ormai) mi ha comunque spaventato e fatto pensare a lei.

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Quando mi capita di riascoltare questa canzone mi viene da pensare a mio padre. Poi quando la riascolto ancora penso alla nostra famiglia. A me, mia sorella e mio cugino che non avremo probabilmente mai figli. Che non so e non sappiamo più niente degli altri miei primi cugini. Poi confermo a me stesso che è per questo che ho così tanta paura del romanzo che sto scrivendo e che ci sono giorni che non riesco nemmeno a lavorarci sopra. Perché mi porto addosso il peso di tutti questi anni e che sostanzialmente questo romanzo è dedicato alla mia famiglia. È nato da loro e lo sto scrivendo senza scrivere di loro o della mia famiglia. Ma sto scrivendo di ciò che conosco. La solo regola,  quasi spietata, che mi sono dato nella mia vita. Scrivere e parlare solo di ciò che conosco. 

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Ci sono ancora i karaoke.
E ho scoperto che ci vanno ancora un sacco di persone.
Colleghi.
Colleghe.
Loro ci vanno quando capita.
Si divertono, conoscono donne, uomini, bevono, dimenticano le fatiche del lavoro, mangiano pizze surgelate, costine, specialità balcaniche, patatine fritte.
Guardano partite alla tv, lanciano freccette, fumano all'aperto guardando il traffico notturno.
Uno di loro mi racconta di aver conosciuto ieri sera una bionda con le gambe bellissime.
Mi mostra la foto e io gli chiedo come è andata il proseguo della sera. 
Lui non risponde e mi mostra un video dove lei canta malissimo una canzone di Battisti guardandolo mentre la riprende. 
La donna che è bellissima, ancheggia, mima un ballo sensuale, svuota il bicchiere  in un sorso solo quando la canzone finisce.
I tavoli sono dozzinali e si vede gente che si sposta per andare a pisciare e fumare.
Le bariste sono vestite anni '80 e traballano sui tacchi.
Mentre mi sta parlando io respiro quel calore umano fatto di piccole e semplici cose, di bar di periferia dove l'umanità s'incontra così tanto per incontrarsi e poi torna a casa ubriaca, stanca, sporca, senza soldi, rilassata e poi la mattina si risveglia, fa colazione e doccia e torna al lavoro, con dignità stoica, e quel lavoro lo fa con serietà e nella pausa fuma una sigaretta e ripensa a quelle gambe, a quella birra e sorride, pensando al prossimo giovedì di karaoke quando rivedrà quella donna e le offrirà qualcosa da bere e le chiederà come si chiama perché il suo nome non gliel'ha mai chiesto.

1 commento:

  1. Che strano, o forse no, hai scritto, come io non avrei mai saputo fare, i miei pensieri disordinati di inizio mese... Ciò che conosciamo è il più duro dei romanzi da scrivere. Aspetto.

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