giovedì 21 settembre 2017

Lawrence Osborne


Sotto il temporale i neon erano traslucidi, infantili. Oltrepassarono il Sorya Mall, uno spazio aperto pieno di bar e divani, e alla fine arrivarono nella Strada 136 e davanti all'internet café, dove il guidatore lo depositò. Bagnato fradicio, si precipitò dentro e al prezzo di mezzo dollaro si sedette a un terminale dietro la vetrina.
Aveva pensato di controllare l'email, ma adesso non ne era più tanto sicuro. Entrando nel suo account avrebbe rivelato agli eventuali interessati dove si trovava. Non sapeva chi poteva averlo cercato fino a quel momento, ma alla lunga la sua ragazza a intermittenza, Yula, si sarebbe preoccupata, e magari anche i suoi genitori; incredibile, ma non aveva pensato a loro. Poteva essere decisivo aprire Gmail. Decisivo, cioè, in prospettiva. Ecco perché temporeggiò prima di farlo.
La mano esitava sulla tastiera; via via si rilassò e la ritrasse. Doveva pensarci bene, non era più sicuro di voler tornare. Si preoccupava solo di sua madre, anche se c'erano altre cose di cui tener conto, mille faccende lasciate in sospeso dentro un'accozzaglia di responsabilità. 
Per questo rifletteva spesso su quanto lui fosse poco inglese, dato che andar via non si stava dimostrando difficile come aveva creduto. Anzi. Si rivelava facile e innocuo, almeno per lui. E se il perché andava chiarendosi ai suoi occhi, forse pian piano sarebbe parso chiaro anche a tutti quelli che aveva intorno. Non era vera e lo sapeva, ma sperava che di lì a poco andasse proprio così. Se fosse uscito dalla porta senza tornare, alla fine gli altri avrebbero capito. Non aveva senso dare spiegazioni a un coro di gente risentita. Se non erano in grado di capire, non avrebbero capito comunque. Di solito la gente apprezzava il posto dov'era nata e cresciuta. Mugugnava, sì, ma lo amava; non poteva vivere senza. Lui non era affatto così e adesso gli era chiaro. Non c'era niente del suo paese o della sua vita laggiù che amasse o che avrebbe difeso fino alla morte. Non gli piaceva niente di quel modo di vivere. Era ristretto, triviale, e la polizia osservava tutto quello che facevi e che pensavi. Era un modo di vivere che si autogiustificava come il vertice della libertà, ma una volta succhiata via la libertà non aveva ideato un'altra ragione per esistere. Non c'era nemmeno il sesso, nemmeno il sole. Però c'era l'assistenza sanitaria, tanto che se vivere costava un botto, almeno si moriva gratis. Una società fondata sulla morte gratuita.” (pp. 70-72).

È  un romanzo che mi ha fatto sognare e gelare il sangue insieme e che mi ha messo voglia di bruciare tutti i miei documenti e andarmene. 
Lo amerete se vi piacciono le atmosfere di “Un americano tranquillo”, le tenebre conradiane, se siete affascinati da un Oriente (Cambogia/Vietnam/Thailandia) che vi resta attaccato alla pelle e che non ha nulla a che fare col sushi preconfezionato, se vi piace girare in barca sui fiumi e per laghi, se vi trovate a vostro agio negli alberghi/residence improbabili e fuori mano, se quando incontrate una donna orientale ne subite il fascino appena vi guarda, se pensate che catastrofe e essere umano vanno splendidamente a braccetto, se pensate che i crimini di Pol-Pot siano stati qualcosa di davvero disgustoso, se pensate che ci sia un destino ad attendervi e che i soldi spesso siano stregati, se credete ai fantasmi come qualcosa di fisico e non di immaginario, se credete nella vendetta e che bisognerebbe portarla a compimento, se vi piacciono gli alcolici e le droghe e vi piace abusarne, se vi piacciono quelle storie che non conducono a nulla ma che non potete fare a meno di seguire, se vi piacciono i confini ma vi piace anche oltrepassarli, se vi piace girovagare fra i templi abbandonati, se pensate che prima o poi bisognerebbe abbandonare tutto e rifarsi una vita altrove con un nuovo nome e solo il presente.

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