sabato 23 settembre 2017

Storia del West, Brasillach, Moby Dick/L'Isola del Tesoro, Chabon/Whitehead, Giuseppe Cruciani



Ho amato alla follia e la amo ancora oggi  la "Storia del West" che conobbi da bambino in una stanza d'ospedale. Ne conservo ancora tutti i numeri e mai me ne separerò. Se vi interessa fra pochi giorni esce per Bonelli un libro che ne ripercorre la storia.

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Ho riletto per l'ennesima volta in questi giorni durante le pause, al bagno, sull'autobus "L'Isola del Tesoro" e come al solito ne sono stato rapito. Moby Dick e il romanzo di Stevenson sono i pilastri della mia infanzia/adolescenza e tutti e due mi hanno fatto innamorare per la prima volta di personaggi "negativi": Achab e Long John Silver. O meglio, mi hanno insegnato a guardarmi allo specchio e a riconoscermi/ci. A scoprire quanto di doloroso e oscuro ci fosse dentro di me. Funzionarono e Moby Dick lo rileggo spesso ancora oggi come dei catalizzatori del mio cuore. Come delle medicine curative e insieme come un abbraccio che mi ha fatto e mi fa sentire meno solo.

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Due romanzi che aspettavo da tanto tempo e che stanno per arrivare:


-qui-


-qui e di Chabon non smettero' mai di suggerire lo straordinario "Il sindacato dei poliziotti yiddish":

  
e di cui avevo scritto qui.

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Di Cruciani penso tutto il bene e tutto il male possibile. In realtà gli voglio bene perché ci ritrovo molto di me. Leggero' questo libro che mi viene regalato da una cugina supervegana ma che si scoperebbe Cruciani anche in mezzo alla strada.

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Alla politica preferisco i campionati del mondo di ciclismo di Bergen.

giovedì 21 settembre 2017

Lawrence Osborne


Sotto il temporale i neon erano traslucidi, infantili. Oltrepassarono il Sorya Mall, uno spazio aperto pieno di bar e divani, e alla fine arrivarono nella Strada 136 e davanti all'internet café, dove il guidatore lo depositò. Bagnato fradicio, si precipitò dentro e al prezzo di mezzo dollaro si sedette a un terminale dietro la vetrina.
Aveva pensato di controllare l'email, ma adesso non ne era più tanto sicuro. Entrando nel suo account avrebbe rivelato agli eventuali interessati dove si trovava. Non sapeva chi poteva averlo cercato fino a quel momento, ma alla lunga la sua ragazza a intermittenza, Yula, si sarebbe preoccupata, e magari anche i suoi genitori; incredibile, ma non aveva pensato a loro. Poteva essere decisivo aprire Gmail. Decisivo, cioè, in prospettiva. Ecco perché temporeggiò prima di farlo.
La mano esitava sulla tastiera; via via si rilassò e la ritrasse. Doveva pensarci bene, non era più sicuro di voler tornare. Si preoccupava solo di sua madre, anche se c'erano altre cose di cui tener conto, mille faccende lasciate in sospeso dentro un'accozzaglia di responsabilità. 
Per questo rifletteva spesso su quanto lui fosse poco inglese, dato che andar via non si stava dimostrando difficile come aveva creduto. Anzi. Si rivelava facile e innocuo, almeno per lui. E se il perché andava chiarendosi ai suoi occhi, forse pian piano sarebbe parso chiaro anche a tutti quelli che aveva intorno. Non era vera e lo sapeva, ma sperava che di lì a poco andasse proprio così. Se fosse uscito dalla porta senza tornare, alla fine gli altri avrebbero capito. Non aveva senso dare spiegazioni a un coro di gente risentita. Se non erano in grado di capire, non avrebbero capito comunque. Di solito la gente apprezzava il posto dov'era nata e cresciuta. Mugugnava, sì, ma lo amava; non poteva vivere senza. Lui non era affatto così e adesso gli era chiaro. Non c'era niente del suo paese o della sua vita laggiù che amasse o che avrebbe difeso fino alla morte. Non gli piaceva niente di quel modo di vivere. Era ristretto, triviale, e la polizia osservava tutto quello che facevi e che pensavi. Era un modo di vivere che si autogiustificava come il vertice della libertà, ma una volta succhiata via la libertà non aveva ideato un'altra ragione per esistere. Non c'era nemmeno il sesso, nemmeno il sole. Però c'era l'assistenza sanitaria, tanto che se vivere costava un botto, almeno si moriva gratis. Una società fondata sulla morte gratuita.” (pp. 70-72).

È  un romanzo che mi ha fatto sognare e gelare il sangue insieme e che mi ha messo voglia di bruciare tutti i miei documenti e andarmene. 
Lo amerete se vi piacciono le atmosfere di “Un americano tranquillo”, le tenebre conradiane, se siete affascinati da un Oriente (Cambogia/Vietnam/Thailandia) che vi resta attaccato alla pelle e che non ha nulla a che fare col sushi preconfezionato, se vi piace girare in barca sui fiumi e per laghi, se vi trovate a vostro agio negli alberghi/residence improbabili e fuori mano, se quando incontrate una donna orientale ne subite il fascino appena vi guarda, se pensate che catastrofe e essere umano vanno splendidamente a braccetto, se pensate che i crimini di Pol-Pot siano stati qualcosa di davvero disgustoso, se pensate che ci sia un destino ad attendervi e che i soldi spesso siano stregati, se credete ai fantasmi come qualcosa di fisico e non di immaginario, se credete nella vendetta e che bisognerebbe portarla a compimento, se vi piacciono gli alcolici e le droghe e vi piace abusarne, se vi piacciono quelle storie che non conducono a nulla ma che non potete fare a meno di seguire, se vi piacciono i confini ma vi piace anche oltrepassarli, se vi piace girovagare fra i templi abbandonati, se pensate che prima o poi bisognerebbe abbandonare tutto e rifarsi una vita altrove con un nuovo nome e solo il presente.

mercoledì 20 settembre 2017

Boxe, Be Forest, Swans, Milano, il mio paese, Adriano Tilgher, Space Oddity

Amo la boxe e saluto con riconoscenza Jack LaMotta, uno dei grandi di una boxe che non tornerà mai più:


Per non rimanere ancorati a Scorsese a me piace consigliare sempre in tema di boxe:




-perché è lancinante-


-anche se non c'entra con la boxe ma trasmette tutto quanto rende la boxe una traversata melvilliana-


-perché la boxe è tutto-
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Due dischi rimessi in ascolto:


.un capolavoro.

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Milano e il mio paese mi fanno sempre più schifo.
Caro Kim spara il tuo missile nel centro del paese da dove provengo.
Radilo al suolo.
Fregatene di Guam.
Fammi questo regalo.
Poi ti regalo tutti i giochi della playstation che vuoi.
Anche quelli ambientati in Svizzera.
Quelli che sai tu.

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martedì 19 settembre 2017

Un bambino



C'è un bambino del mio palazzo che tutti i giorni viene rimproverato da sua madre quando rientra in casa da scuola o dalle sue scorribande.
È un bambino dal volto cupo ma dal sorriso sconvolgente.
Facile capire che ai compiti preferisce giocare coi suoi amici, sfrecciare per le strade del quartiere in monopattino e bicicletta, darsi da fare con la playstation.
Oggi, verso le 18, sua madre gli ripeteva che se non studia e viene bocciato poi da grande se ne accorgerà.
E lui, mentre sfogliavo la posta e cercavo le chiavi di casa, mi ha guardato e ha chiesto conferma.
Io gli ho soltanto sorriso e lui mi ha strizzato l'occhio compiaciuto e strafottente.
La madre mi avrebbe quasi ucciso.
Come si fa a dire a un bambino di 10 anni che dovrebbe pensare al lavoro quando ha una bicicletta con cui esplorare il suo piccolo grande mondo?
È anche per questo che non sarò mai un padre.
Ed è anche per questo che non ho mai sopportato la scuola e le sue aule del cazzo.
Il futuro che mi veniva prospettato da maestre, insegnanti, genitori, parenti mi era del tutto indifferente e insopportabile.
Mia sorella dice che oggi sto raccogliendo i frutti marci del mio modo di vivere.
Sarebbe interessante sapere quali sono quelli che ha raccolto lei visto la gente di merda che frequenta da anni.


lunedì 18 settembre 2017

Buio, It, Lawrence Osborne, Estremo Oriente, Samurai, Berto Ricci, Nocturama, il freddo




Sono stati giorni di lavoro durissimo mentre leggevo questo affascinante e torbido romanzo di Lawrence Osborne (ho gradito parecchio che l'autore abbia citato Malcolm Lowry) su cui conto di scrivere meglio nei prossimi giorni. E mentre lavoravo, cercavo di risolvere problemi, mi spaccavo le mani, la schiena, la testa, lo stomaco ripensavo a questo romanzo e a Hang e a Ooy. In giorni come questi,  dai ritmi impossibili e che si protrarranno senza tregua (salvo i riposi) fino all'estate prossima, ho sentito la mancanza dei loro sorrisi, della loro furbizia, dei loro fantasmi, dei loro corpi, dei loro abbracci, delle loro ricette, del loro essere altro. 
Peccato che se ne siano andate.
Di questo autore ho puntato anche quest'altro libro:


Per l'Estremo Oriente nutro un'attrazione fortissima.
Mio zio che ha lavorato per decenni fra Giappone e Italia mi dice che mi ci troverei bene.
Chiacchiere.
Me l'ha detto pero' anche un mio collega che ci è rimasto sei mesi per migliorare il giapponese e le arti marziali.
Poi capire che cosa sia l'Estremo Oriente è un'operazione interessante ma altrettanto vana e stucchevole.
Mi guardo intorno con nelle cuffie questa canzone e penso che nell'ultimo mese ho parlato a voce solo con la mia compagna, i miei colleghi, qualche commessa, sconosciuti per pochi minuti, mio padre e mia sorella.
Ma sto su internet e parlo principalmente solo a me stesso.

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Due uscite molto interessanti per Idrovolante Edizioni:


-qui-



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E purtroppo è arrivato il freddo.
7 gradi stamattina.
Pochi anche adesso.
Aumenta la mia stanchezza.
Mi toglie ogni forza per uscire di casa anche solo per spedire tre lettere.
Ancora peggio per andare al lavoro.
Arriva It fra poco.
Non m'interessa se sarà una boiata ma in questo momento ho bisogno di It.
Mi serve per sopravvivere.

sabato 16 settembre 2017

Meglio Belen, patentino per politici, Han Kang, Tv, Chelsea Wolfe

Forse a Bianconi bisognerebbe spiegare che cos'è veramente Gucci, come sfrutta i suoi lavoratori, come si lavora nei centri di logistica.
Ma tanto non servirebbe a nulla.
Niente di nuovo sul fronte money, ascoltiamo le loro canzoni come semplici canzoni pop e lasciamo stare.
Continuerebbe a concionare di liberismo, di deriva nichilista di questo mondo, parlerebbe di spiritualità camuffato da artista maledetto.
Che noia questa gente, ne ho pieni i coglioni.
Il tanto citato Piero Ciampi gli avrebbe sputato addosso, per non parlare di uno come Buk o di uno come Céline che ai soldi era attaccato col cemento ma che era veramente controcorrente e che ha vissuto le sue scelte, condivisibili o no, sulla propria carne.
Ai presunti cantori dei nostri tempi preferisco di gran lunga Belen, Nicole Minetti e tutto il resto della combriccola che non si fanno troppi problemi a fare quel che fanno.
Hanno più dignità e sincerità queste donne (sostanzialmente accusate di essere delle troie) nel ricercare visibilità, fama e tanti soldi che tutti i presunti artisti controsistema, di nicchia, alternativi a sto cazzo che si atteggiano da santi.



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Il candidato a premier impronunciabile dei 5 stelle è la perfetta incarnazione del patentino per politici.
A furia di ripulire e ripulire, di gogne e vaffanculo sulla Terra è sbarcato il capo dei Visitors.
Ci sarebbe quasi da ridere se solo non sapessi che molti italiani, in nome di una presunta rivoluzione, daranno fiducia a gentaglia del genere.
Davvero, c'è quasi da rimpiangere uno come Craxi. 
O soprattutto andare in montagna, al lago, al mare, partire e andarsene.

(...e che orrore vedere le idee/suggestioni di Alan Moore traviate da queste...)

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giovedì 14 settembre 2017

Gustav Meyrink e Giovanni Damiano


Gustav Meyrink è un autore tutto da leggere e rileggere. Per le Edizioni di Ar è appena uscito "Il Cardinale Napellus e altri racconti" e la copertina è davvero bella:

"Nel suo personale cammino lungo la “via del risveglio", Gustav Meyrink meditò a lungo su occultismo, esoterismo e magia, riversando le sue visioni, oltre che nei romanzi sapienziali "La notte di Valpurga", "Il viso verde", "Il Domenicano bianco", "L'Angelo alla finestra d'Occidente", anche in numerosi racconti brevi. 
Fra questi, "Il Cardinale Napellus", che dà il nome alla presente antologia, è di sicuro uno dei più significativi e suggestivi. 

Fulcro della narrazione è l'Aconitum napellus, una pianta velenosa dal caratteristico fiore di colore blu: qui è il simbolo dei Fratelli Azzurri, un ordine monastico in cui ciascun membro irrora con il proprio sangue una piantina di napello - che cresce succhiando essenza di vita e crescendo avvelena.
La raccolta comprende alcuni articoli, scelti fra i molti in cui l'Autore descrisse i propri esercizi nei vari campi dell'occulto - esercizi, egli precisa, che vanno intesi come compiti di una vita, non come esperimenti superficiali. 

In "Fachiri" e "I sentieri dei fachiri", la disciplina dello Yoga è presentata come via per raggiungere la sapienza suprema.
In "Hashish e chiaroveggenza" viene negata la possibilità di pervenire alla conoscenza con l'ausilio di allucinogeni.
Ne "La mia visione più strana", è narrata la misteriosa vicenda del racconto "Das Grillenspiel", composto da Meyrink nel 1915.
Ne "Il diagramma magico" vengono esposti i poteri magici dello Yantra tibetano. 
In "Yoga tantrico", infine, si afferma come alcuni Yoghi, avendo conosciuto una sorta di "rinascita nello spirito", abbiano la potenza di suscitare le forze magiche che concorreranno al cambiamento del mondo esteriore. 

Pagine 90 - 12 euro
info@libreriaar.com"

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Anche questo libro di Giovanni Damiano pare molto interessante.

mercoledì 13 settembre 2017

"Iron Towns. Città di ferro" di Anthony Cartwright (66thand2nd)



Leggere "Iron Towns . Città di ferro" di Anthony Cartwright (66thand2nd, traduzione di Riccardo Duranti) mi ha fatto respirare a pieni polmoni il profumo del calcio per come lo intendo io. Un profumo che non ha niente a che fare con le tessere del tifoso, i campi sintetici, le dirette Premium/Sky, i diritti televisivi, la sportività da laboratorio antisettico senza sporcizia/risse/violenza/durezza/storia/ferocia, gli sceicchi, i cinesi, i fondi sovrani, stadi simili a teatri/supermercati, le solite tre/quattro squadre per cui tifare e il resto che non conta nulla, la trasformazione della Coppa Campioni in Champions, l'effetto cascata degli stipendi e il levitare dei costi che creano grossissimi problemi soprattutto nelle serie minori, i ragazzini che sembrano ormai dei fotomodelli, gli sponsor onnipresenti, il mercato continuo e potrei andare avanti per tanto tanto tempo.
Ecco, questo splendido romanzo ambientato nel pieno dell'Inghilterra più fumosa, lercia, abbandonata, rugginosa, piovosa fredda come mai potreste immaginarvi (niente a che vedere con la cool Londra culla di chissà quale mondoculturalmonetariomondialista) vi racconta (perché se la prende proprio con voi) una storia collettiva che riguarda una squadra, l'Iron Towns, che sta scivolando sempre più giù nelle leghe calcistiche e un gruppo di ex amici, mariti, mogli, padri come Liam, quarantenne, un tempo grande promessa del calcio, alla sua probabile ultima stagione e col corpo interamente ricoperto da tatuaggi di calciatori che hanno fatto la storia del calcio e con una moglie e un figlio scappati in Finlandia; Mark, il miglior amico di Liam, che dopo aver sbagliato un rigore fondamentale ha abbandonato il calcio e si aggira solitario fra le fabbriche in rovina; Dee Dee, l'ex moglie di Liam che lavora nel pub di Iron Town, quello dove si guardano le partite, ci si ubriaca e che ha adottato Alina, la figlia della sua migliore amica che lavora a un'opera d'arte che immortali il mondo splendidamente invivibile in cui é cresciuta, Sonia, morta tragicamente dopo una rapina compiuta insieme a Goldie, appena uscito di galera che è tornato in città per cercare di rimettere, inutilmente, in piedi una vita disastrata. 
A fare da scenario/coprotagonista del romanzo è un territorio-mondo infetto fatto di fabbriche abbandonate, progetti di riqualificazioni mai decollati, fiumi inquinati, stadi decrepiti, volpi, spacciatori, alcolizzati, tossici, miniere, storie e favole che risalgono a epoche mitiche, agli antichi abitatori della Britannia, ai Romani, a Re Artù, ai Normanni, alle guerre mondiali, all'emigrazione, alla Tatcher e poi partite di calcio inguardabili, telecronache. 
Un universo cupo ma di una carnalità livida che spezza il cuore e simile a quello che vive nei film di Ken Loach, in "This is England", Trainspotting, nei romanzi di David Peace, in "Jimmy Grimble", nelle storie di calcio come la purtroppo dimenticata vittoria della Cecoslovacchia agli Europei del 1976.
L'autore è magistrale come al solito ("Heartland" era pure quello un gioiello) nello scrivere di sport/calcio (e non è affatto semplice) e nel modellare un romanzo a tela di ragno che si stringe intorno alla preda che è il lettore, che sei tu ai bordi di un campo impraticabile, mentre ti stai riscaldando aspettando di entrare a giocare. 
Commuove e appassiona, suggerisce e offende. Trasmette quasi eroticamente il suono dei cori delle tifoserie, dei passi sugli spalti traballanti, gli insulti che ti arrivano al primo errore, l'orrore di una sconfitta, il tracollo che non ha mai fine, la magia della vittoria, il tramonto di un mondo ormai lontano.
Del tramonto di un calcio che era calcio, almeno per come continuo a intenderlo io, e di certo non questa noiosa parata di presunte stelle senza alcun fascino che sembrano un incrocio bionico uscito dai laboratori di Hollywood, X Factor, MasterChef e Il Grande Fratello e non si capisce mai se stiano giocando una vera partita di calcio o una alla Play Station.
Forse è anche per questo che se m'interesso di calcio preferisco dedicarmi, disilluso, al calcio minore. 
Come la serie D. 
Stretto fra le fabbriche scomparse, i palazzi, le montagne, conficcato dentro alla città come un rudere, nel suo cuore, come un gioiello dimenticato.
Un passato glorioso che purtroppo stenta a risorgere.
Credetemi: se cercate qualcosa che vi parli di come il calcio sia veramente uno sport popolare leggete questo libro.
Spegnete la tv.

"I giocatori nascono ascoltando il fragore dei martelli. Si tratti del boato dei magli dall'altra parte del fiume e dei moli oppure del picchiettare nelle officine sul retro, il rumore di pietre e metallo è sempre a portata di orecchio. Lo sferragliare di treni e tram, il ticchettio delle fabbriche di chiodi, di catene, di ceramiche, le mine delle cave di pietra, lo spicconare del carbone dalle viscere della terra, il ruggito delle fornaci. Hanno dentro di sé l'energia del fuoco e dei fiumi costretti da dighe. Di Stéfano e Billy Wright vigilano da ponti di ferro, il padre di Beckenbauer consegna la posta tra la neve e le ceneri di una Monaco distrutta, mentre quello di Jack e di Bobby Charlton striscia in fondo a una miniera grattando il carbone. Certo, ci sono anche le eccezioni. Pelé é nato in una città piena di mucche, dove le strade erano affollate da muli che trasportavano sacchi di caffè, ma ben presto si trasferì vicino a un porto. Però, alla fin fine, vengono tutti da città di ferro." (pp. 53-54)

Sparsi

-Quando sbaglio al lavoro vengo quasi sempre trattato con moltissima durezza e asprezza dai miei responsabili. E non ci trovo nulla di male. Ci sono abituato. E questo vale per tutto il resto.

-Una madre che sale in ascensore con la figlia. La bambina mi guarda e mi dice "Toh, ti do' una caramella avvelenata". La metto in bocca e la mamma mi fa "Attento che adesso muori". La bambina ha cominciato a ridere e non ha smesso mai. Sta ridendo ancora adesso mentre sto scrivendo due cazzate. E grida "Adesso muori".

-Non capisco per quale motivo a uno dovrebbe interessare qualcosa della carriera in Rai della presunta paladina della libertà Milena Gabanelli. Tantomeno firmare appelli.

-Mi dicono: "Guarda questa conferenza". Ci ho provato. Finito l'effetto sorpresa, Fusaro si rivela come una specie di disco rotto che si ripete e si ripete e si ripete all'infinito, mescolando di tutto e di piu' senza pero' darti mai l'impressione che stia dicendo qualcosa di veramente interessante, concreto, ispirato e ispiratore. In chiusura c'è pure il sorrisino sprezzante quando cita i gulag, relegandolo a semplice revisionismo. Altro che pensatore ribelle, sembra invece l'incarnazione perfetta del pensatore cortigiano, di quello che mai e poi mai sarebbe finito in un carcere, nei gulag o nei campi di sterminio. È quello stesso tipo di gente che parla di colpi di stato dell'Europa, di dittatura del pensiero unico, di servitù. Che tristezza.

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A me la legge targata Fiano mi sembra una vera e propria stronzata. Tra l'altro anche potenzialmente controproducente e foriera di possibili ribaltamenti ideologici al prossimo turno. Se parlo bene di questo libro, se parlo bene di Brasillach, faccio propaganda?....Che tristezza.

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Mentre camminavo a vuoto mi sono sentito un po' come lui. 
Molto spesso quando esco per camminare o fare commissioni devo farmi del male vero, fisico, per non tornare subito a casa e chiudermici dentro. 

lunedì 11 settembre 2017

11 settembre

11 settembre.
Allende.
Torri Gemelle.
Tanta noia.
Un mio cugino morto.
Quante lacrime.
Spesso di circostanza.
Da usare.
Uscito dal cinema ho pensato solo a staccare dal lavoro.
Non ci sono riuscito.
C'erano la spesa, le bollette, le mani distrutte.
Domani e dopodomani niente lavoro e cercero' di respirare.
Poi intorno ci sono gli uragani, i terremoti, gli stupri, i nubifragi.
Ma io voglio pensare solo ai cazzi miei.






domenica 10 settembre 2017

Il freddo, Phil Murray, Safari

Sono arrivati la pioggia, il freddo, le maglie lunghe, i giacconi, gli ombrelli, i guanti, le felpe. 
Uscito dal lavoro ho visto la neve sulle montagne vicine, il fiume ingrossato e mi è venuto da piangere. 
Sorrido solo ripensando alla ragazzina che stamattina camminava davanti a me alle 5 e 30 in tacchi e abito da sera, senza ombrello, strafatta, il trucco slavato, fradicia.
Io andavo al lavoro, lei si dirigeva verso il baracchino davanti al cinema in cerca di un panino e di un taxi.
Le ho chiesto "Non hai freddo?"
"Cazzo se ne ho ma ieri stavo al mare e fanculo la neve"
Quel "fanculo la neve" le vale centomila abbracci.
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Quando l'ho visto ho pensato che gli esseri di questo documentario non c'entrano proprio nulla con l'amico di mio nonno che cacciava e pescava di tutto, intendo di tutto quello che si poteva trovare in Lombardia, e poi lo mangiava, lo vendeva ai ristoranti, lo regalava a mia nonna e alla mia famiglia.
Una sensazione sotterranea, sottile, carnale.

"L'Islam in redazione" di Maurizio Belpietro e Francesco Borgonovo (La Verità)




Molto contento di aver ricevuto in regalo "L'Islam in redazione. Perché è vietato dire che il terrore è islamico e che l'islam non è una religione di pace" di Maurizio Belpietro e Francesco Borgonovo (La Verità) che ho letto tutto d'un fiato (anche se non sbaglio nel dire di aver già letto altrove alcune di queste pagine), concordando con molte delle riflessioni in esso contenute.

Prima di lasciare un lungo estratto, alcune quisquilie e punzecchiature:

-il massacro di Charlie Hebdo mi ha segnato profondamente
-concordo con l'atmosfera generale di molte delle copertine incriminate tipo “Bastardi islamici"


-ho sempre la sensazione che puoi fare una battuta, scriver male, far satira, attaccare i cattolici mentre se ti scagli contro l'islam o l'ebraismo fai la figura dell'islamofobo, dell'antisemita o chissà cos'altro. Una volta così per scherzo raccontai una barzelletta sull'Islam a dei noti atei anticlericali e mi beccai una di quelle ramanzine da far paura e mi diedero del razzista.
-gli autori di questo libretto e un po' tutto il loro ambiente sono comunque a favore della libertà di parole, eccetera, ma spesso lo fanno a corrente alternata e spesso dei gran bacchettoni mascherati
-sono al loro fianco e contro tutti coloro che li denunciano e li portano in tribunale
-l'ipocrisia generale (compresi quotidiani, redazioni, eccetera) quando si parla di terrorismo islamico e islam in generale
-questo libro offre molti spunti per eventuali altre letture
-a furia di prendersela col pensiero unico non ci si accorge di essere figli di un altro pensiero unico

Ecco l'estratto, che tra l'altro riguarda proprio la Francia e un pensatore che rispetto molto come Zemmour:

“Ciascuno di questi attacchi, oltre che all'orrore e dal puzzo della morte, è stato accompagnato da una bella dose di ipocrisia. È l'ipocrisia, oggi, uno dei mali peggiori dell'Occidente. È per colpa dell'ipocrisia se non siamo ancora riusciti ad avere ragione dei jihadisti. Un'ipocrisia che si manifesta ogni volta in modo apparentemente diverso, ma in fondo sempre uguale. Il fatto è che, da qualche tempo, parlare di islam è diventato impossibile. A meno che non ci si adegui al pensiero unico, che non si ripetano le quattro consuete banalità sul dialogo, la comprensione, la fratellanza, la pace. Chi osa criticare, contestare ma anche solo deviare leggermente dal sentiero tracciato, viene ostracizzato, si tenta di imbavagliarlo. Ne sa qualcosa l'intellettuale Eric Zemmour. Ebreo, penna pungente, è una celebrità dell'universo culturale identitario europeo. Già editorialista per Le Figaro, conduce programmi in radio (e, fino a qualche tempo fa, in televisione). È un critico dell'islam, ovviamente, ma anche del sistema di vita degli europei, in particolare della femminilizzazione del Vecchio Contente, che ci conduce inevitabilmente allo sfascio e alla sottomissione davanti a civiltà mascoline fino al machismo, come quella islamica. Nel dicembre del 2015, Zemmour è stato condannato da un tribunale francese a tremila euro di multa per “istigazione all'odio nei confronti dei musulmani”. Lo hanno trascinato in tribunale le due principali associazioni dell'antirazzismo militante d'Oltralpe, Sos Racisme e Licra, piuttosto note per trovate di questo genere.


Zemmour dovrà risarcire anche loro, per via di alcune frasi pronunciate nel 2014. in un'intervista con il Corriere della Sera ebbe l'ardire di sostenere che “i musulmani hanno un loro codice civile, è il Corano. Vivono tra loro, nelle periferie. I francesi sono stati costretti ad andarsene”. Poi aggiunse una riflessione di buon senso: “Io penso che stiamo andando verso il caos. Questa situazione di popolo nel popolo, di musulmani dentro i francesi, ci porterà al caos e alla guerra civile. Milioni di persone vivono qui, in Francia, ma non vogliono vivere alla francese”. Per queste parole è stato accusato di fomentare l'odio, gli hanno marchiato a fuoco sul petto la lettera scarlatta dell'islamofobia. Tutto per impedirgli di denunciare una situazione che in Francia, ma anche nel resto d'Europa, è per lo meno preoccupante. È stato il britannico Daily Mail a documentare l'esistenza di un'ottantina di tribunali religiosi islamici nel Regno Unito, corti clandestine che applicano una giustizia parallela basata sulla Sharia. È toccato invece al Daily Express segnare sulla mappa di Parigi ben sette quartieri in cui è consigliabile che i turisti angloamericani non si avventurino, perché il rischio di essere aggrediti è piuttosto altro. Lo studioso di islam Gilles Kepel da anni racconta come le banlieue francesi siano, in realtà, zone franche in cui vige la legge islamica: in pratica, un piccolo Stato dentro lo Stato, in cui finisce la Francia e inizia una sorta di Califfato di periferia. Sono le stesse cose che ha denunciato Zemmour, con la differenza che Kepel è considerato un progressista, e dunque – per ore – non finisce sotto  la mannaia dell'inquisizione politicamente corretta.
(...)

Zemmour nel libro “Un quinquennio per nulla”, non usa mezzi termini e denuncia apertamente “l'inizio di una guerra civile francese, o addirittura europea, e la grande sfida lanciata dall'islam alla civiltà europea sulla propria terra d'elezione”. Poi, velenoso, chiosa: “Questo ritorno del tragico stride con una dabbenaggine presidenziale che confina con la vacuità. Come se la storia avesse atteso, ironica, che si installasse all'Eliseo il presidente più mediocre della Quinta Repubblica per fare il suo ritorno in pompa magna”.
(...)
Zemmour spiega con chiarezza “Se domani ci fossero 20, 30 milioni di musulmani francesi ben decisi a velare le proprie donne e ad applicare le leggi della sharia, si potrebbero preservare le regole minimali della laicità solo con la dittatura”. Limpido e inquietante.
È il paradosso dell'integrazione: chi integra chi, chi deve integrarsi con che cosa, quando i rapporti fra maggioranza e minoranza si ribaltano? L'islam pone delle questioni, alle quali non si può rispondere con un semplicismo ebete e grossolano. “Sinistra e destra”, spiega Zemmour, credevano e credono tuttora al mito del musulmano staccato dal suo determinismo etnico e religioso, individuo disincarnato, destoricizzato, sradicato in una società libera: “Vorranno tutti comprare delle Nike”: questo era il credo consumista, materialista e progressista dei nostri governanti. Questo dipsrezzo delle culture, delle radici, delle religioni, del passato che ha costituito la base comune delle nostre élite politiche, tecnocratiche, padronali, mediatiche e culturali, fa da 40 anni il male della Francia”. Anche perché aggiungiamo noi, le Nike e la guerra santa non si escludono affatto a vicenda. Jihad vs McWorld, si intitolava un saggio degli anni Novanta di Benjamin Barber. La cronaca di questi ultimi anni si è incaricata di decostruire questa falsa antinomia: i vari jihadisti spuntati nel Vecchio Continente sono tutti figli dei due nichilismi, contemporaneamente. Vogliono le Nike e vogliono le nostre terra. È evidente che abbiamo perso su tutti i fronti.
Ma se qualcuno prova a farlo notare, beh, cercano subito di tagliarti la lingua. Il fatto è che, se l'islam non si tocca, diventa molto difficile comprendere, per esempio, i motivi per cui tanti giovani nati e cresciuti in Europa si “radicalizzano” e si mettono ad ammazzare come cani i loro coetanei. Sono tanti, troppi, gli intellettuali, gli scrittori e i politici condotti davanti a un giudice con l'accusa di istigazione all'odio. 

Ha cominciato Michel Houellebecq nel 2022, per una frase contenuta nel romanzo Piattaforma.
A citarlo in giudizio fu, tra le varie associazioni, la Grande Moschea di Lione. Lo scrittore rischiava fino a anno di carcere e 45000 euro di multa.


Di episodi come questi la storia recente è piena. Ne ha raccontati tanti Giulio Meotti nel libro "Hanno ucciso Charlie Hebdo". Sempre nel 2002, ci fu il primo processo a Oriana Fallaci per istigazione all'odio. Ne subì tre, uno dei quali a Bergamo, mai concluso solo perché Oriana morì prima. Nel 2007 è stato proprio Charlie Hebdo a finire alla sbarra. I satirici francesi furono assolti: ci avrebbe pensato un commando jihadista a farli tacere per sempre. Nel 2014 è stato il turno di Renaud Camus, condannato a pagare cinquemila euro per istigazione all'odio, reo di aver esposto la teoria della Grande Sostituzione. Alla fine del 2015 (con singolare tempismo post-elettorale) Marine Le Pen è stata assolta in un processo, sempre per odio, che durava dal 2010. La leader del Front National aveva osato criticare le preghiere dei musulmani per strada. Se chiunque si azzardi a scrivere o a dire che l'islam è qualcosa di diverso da una “religione di pace” viene trascinato in un'aula di giustizia, allora il numero dei critici dell'islam diminuirà sensibilmente. Fino a scomparire del tutto. A quel punto, sarà impossibile parlare dei musulmani – qualunque cosa facciano – in termini negativi o, semplicemente, poco positivi. La sottomissione linguistica sarà compiuta. Ogni riferimento all'islam e ai musulmani sui giornali, nei libri e in televisione sarà espresso in termini elogiativi, l'islam diverrà sinonimo di pace e “musulmano” comincerà a indicare soltanto una “brava persona”.
Un altro intellettuale che alle condanne è abituato è Yves de Kerdrel, direttore della rivista francese Valeurs Actuelles, schierata con decisione sul fronte identitario. Denuncia l'invasione migratoria, l'espansione islamica, la mancanza di sicurezza, e per questo viene portato in tribunale. Sono in pochi a difenderlo: in Francia, come in Italia, la libertà di stampa non vale per tutti allo stesso modo. Il giornalista è stato condannato a una sanzione di duemila euro per “provocazione alla discriminazione contro i musulmani”. Come lui stesso ha spiegato, la sua colpa è aver denunciato “attraverso una copertina dove campeggiava una Marianne velata (numero di aprile 2013), i pericoli legati all'islamizzazione della Francia”.



Come prevedibile, nessuno ha solidarizzato con Valeurs Actuelles per la condanna subita.” (pp. 31-38)

venerdì 8 settembre 2017

Iron Towns, Pj Harvey, Rafael Anton Irisarri


Da oggi è fra le mie mani. La copertina è bellissima. Lo apro e trovo queste frasi:

"Attraversiamo i nostri labirinti neri, ombre ammassate.
I fuochi sono ormai tutti spenti. Noi siamo il fumo che segna il mattone.
Siamo il ruggito di ferro che credevate d'aver messo a tacere.
Cantiamo al metallo contorto e lungo tunnel allagati, sopra distese vuote d'acqua e campi di detriti. Cantiamo di giorni migliori."

Del calcio ufficiale, quello insomma di Dybala, Neymar, Messi, Ronaldo, Belotti, Buffon, diritti televisivi, Premium, Sky, Mondiali, Europei, Champions non me ne frega proprio piu' nulla. 
Mi diverto a sfottere parenti, amici, amiche, colleghi ma i risultati li scopro spesso la mattina dopo. Sapevo giocare bene al calcio. 
Una delle poche cose che ho saputo fare nella mia vita. 
E non lo dico io, che io non ci ho mai creduto, ma tutti quelli che sognavano che facessi carriera, che giocassi in squadre di alto livello e che ho puntualmente deluso. Qualcosina di calcio ne capisco ma ormai mi annoio a vedere una partita. Tranne, certe volte, quelle marginali, quelle di provincia o di campionati minori come quello svizzero, in particolare il Lugano, o il Lecco in serie D. 
Quando torno dal lavoro nei weekend mi capita di fermarmi a osservare scampoli di partite calcio di serie molto molto minori e scambiare due chiacchiere con familiari, tifosi, fidanzate. 
Sorrido alle risse, alla ferocia, alla scarsezza generale, alle rivalità, agli allenatori che si atteggiano in vario modo a grandi dispensatori di saggezza e strategie.
Mi piace osservare i talenti senza nome.
Come il ragazzino che giocava nel mio stesso ruolo di un tempo e in quello che tutti avrebbero voluto vedermi e che ha risolto una difficile situazione di gioco con un'eleganza e intelligenza magistrale.
E continuano a piacermi le storie di calcio che guardano altrove.
Che se ne fregano di trofei ma guardano alle ombre, agli spogliatoi, alle strade oscure.
E spesso arrivano dalla Gran Bretagna.
Ricordo solo la mia felicità quando a 17 anni, il piu' giovane della mia squadra di trentenni, vinsi il derby contro la squadra del mio paese.
Giocai una delle mie migliori partite quel giorno.
Poi tempo due mesi e fu il buio piu' assoluto nella mia testa.
Ma non mi manca giocare al calcio.
Per niente.


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Amo da anni Pj e sono molto curioso di dare un'occhiata a questo libro.

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giovedì 7 settembre 2017

Tecnologia, Zerzan, Piperno, notizie assurde

È facile scoprire sulla propria pelle quanto siamo ormai schiavi e avvinghiati nel sistema tecnologico, con le sue presunte comodità, libertà, semplificazioni, di cui ormai usufruiamo senza quasi ormai accorgercene. Basta uscire come è successo a me stamattina senza contante nel portafogli, rimandando il prelievo a quando sarei arrivato in prossimità del confine italiano. Il pieno di benzina l'avrei pagato col bancomat. Qualche spicciolo per un caffè, magari una brioche, li avevo in tasca. Nella mia zona non esistono quasi sportelli per il mio prelievo e in questi giorni sono sempre stato di fretta e i miei contanti li avevo dati alla mia compagna che si era dimenticata pure lei di prelevare. Ecco, faccio il pieno e al momento di pagare il bancomat non funziona. Prima carta non riconosciuta, poi pin sbagliato, poi carta non riconosciuta, poi pin sbagliato e poi fine.
Sportelli ancora chiusi nella banca che distava quasi due chilometri dal distributore.
Per fortuna la commessa mi vede spesso far benzina e non mi ha rotto il cazzo mentre aspettavo un parente che mi ha gentilmente aiutato a pagare.
Non esco mai senza contanti in tasca, tendo a non pagare con carte, eccetera eccetera ma confesso che si fa fatica a vivere in questo modo e tutto intorno spinge verso la tecnologia.
Sogno da sempre di prendere tutto quello che mi serve e andarmene fuori dai coglioni e vivere in altro modo e altri luoghi ma sostanzialmente sono un vigliacco e mi rifugio in mille dubbi.
Anche per questo mi fa sempre bene rileggere gli scritti di John Zerzan, perché mi strigliano, eppur mantenendo lo spirito critico, mi ricordano sempre da dove vengo, chi sono, le scelte che è meglio compiere, i dubbi da conservare.
E su quanto sono un grande idiota per gran parte della mia giornata.


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Quando le persone intorno a te invecchiano, ti accorgi che anche tu sei diventato vecchio.
E che non ci sarà mai modo di capirsi.
Di curare le ferite.
Di ricucire storie andate male.
Di riannodare i fili di una parentela che si tiene in piedi solo perché lo vogliono le circostanze.

mercoledì 6 settembre 2017

In breve su "Paradisi minori" di Megan Mayhew Bergman (NNE)


Sono splendidi racconti quelli contenuti in "Paradisi minori" di Megan Mayhew Bergman (NNE, traduzione dall'inglese di Gioia Guerzoni, e peccato per non aver cercato di riproporre in chiave italiana il titolo originale "Birds of a Lesser Paradise) che hanno tutti in comune tre elementi: una donna, la maternità e uno o piu' animali. Donne che aspettano un figlio, che cercano di cullare un padre quasi morente o lo assecondano nei suoi ultimi sogni, alcolizzate, alla ricerca della voce della madre morta, senza lavoro, alla ricerca di lavoro, spezzate, sconfitte, piene di sogni, disilluse. E poi un pappagallo che riproduce la voce della madre, un cane che ha inghiottito un calzino, orsi affamati di miele, coyote, uccelli estinti o forse no, animali malconci e prossimi alla morte, impagliati, inafferrabili. E paludi, foreste, boschi, oceani senza vita. Sconfitti, disoccupati, strade di provincia, case diroccate, zoo ammuffiti, survivalisti folli, veterinari, rifugi per animali. Tutto sostenuto da uno stile raffinato ed essenziale, capace di svolte inaspettate, di squarci di luce, di descrizioni mai banali.
Sono due in particolare i racconti che mi hanno colpito: "Un'altra storia a cui lei non crederà", fra i piu' belli della raccolta, con una madre alcolizzata che ritrova in un lemure la figlia perduta e "Le balene di ieri" con questa donna che una volta rimasta incinta rimette in discussione tutte le sue convinzioni survivaliste, il suo nichilismo estremo, la sua fede nell'estinzione umana, il suo rapporto col marito folle e cieco nelle sue convinzioni, per cercare di mantenere in vita una flebile speranza nel futuro.
Perché poi in fin dei conti tutti questi racconti sono accomunati da questa fiammella di speranza nelle piccole cose, nella possibilità che il giorno successivo sia almeno leggermente migliore di quello che l'ha preceduto, che la nostra vita non sia necessariamente un processo meccanico destinato alla morte, che la vita, nonostante tutto, nasconde ogni giorno la possibilità di una carezza.

lunedì 4 settembre 2017

Una giornata al cinema, inutilitàcinquestellate, dischi

Ieri è stata una giornata di lavoro bestiale al cinema a causa del prezzo super scontato. 5 franchi. E oggi è stata anche peggio perché bisogna rimettere a posto le sale, le hall, rifornire tutto, scovare eventuali danni.
Ho tutto il corpo e la testa indolenziti.
Le mani che quasi non si chiudono.
Sentirmi circondato da migliaia e migliaia di persone mi causa grossi fastidi e ho dovuto far ricorso a tutto il mio autocontrollo e capacità di estraniarmi per sopravvivere.
Osservo la gente, sto in mezzo a loro e mi sento male.
Tutte queste persone o quello che certe volte mi viene da definire malattia umana.

Me ne sono successe di ogni e ve ne segnalo alcune :
-una coppia che ha vissuto al cinema dalle 10 di mattina fino a mezzanotte guardando tutti gli spettacoli possibili e mangiando solo pop-corn, nachos e bevendo birra a tutto spiano
-una ragazza che comincia a un certo punto a raccontarmi la sua vita intera, fra Xanax, divorzio e suo figlio che si vede Cattivissimo me 3 per la terza volta consecutiva e intanto cerca di accendersi una sigaretta
-quelli che si lamentano anche se il prezzo del biglietto, visto il costo della vita qui, era praticamente gratis. Perché bisogna sempre rompere i coglioni per ogni cosa. E poi lo faranno su tutti i portali a loro disposizione
-quello che piscia contro le piastrelle del bagno e mi dice di farmi i cazzi miei col cazzo all'aria davanti a tutti e sporco di gelato
-il bambino che vomita contro la bici elettrica di un hipster e poi comincia a prenderla a calci
-una ragazza bellissima che molla il suo fidanzato lanciandogli addosso salsa piccante e nachos e poi si mette a dare della troia a tutte le ragazze presenti
-le tipe che si fanno di coca e poi sbagliano film e picchiano la testa contro le pareti
-i ragazzini che raccattano gli avanzi e se li portano via e mi dicono che i loro genitori non vogliono che il cibo venga sprecato
-le ragazzine che cominciano a fare piroette al primo piano preferendo divertirsi che vedere un brutto film abbandonato alla fine del primo tempo
-le madri che aspettano i figli davanti al cinema. Da uccidere col napalm.
-una mia collega che a pranzo si mangia duecento grammi di pasta col tonno e 8 bastoncini di pesce e poi mi sorride.

Il resto me lo tengo per me.

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Poi leggo dei dirigentipiazzistidiscount targato 5 stellati, di quel tal Di Maio che si atteggia a boy scout lacustre, delle loro dichiarazioni sulla nazione smart, sulle colpe degli italiani e mi viene da rimpiangere i democristiani.
La colpa attuale di molti italiani è quella di dar fiducia a questi imbecilli.
Di Battista mi sembra lo spacciatore di droga fuori dalle discoteche di presunto lusso.
Di quelli che ti fanno la cresta, ti sorridono e intanto ti portano via tutto e poi con quei soldi se la spassano nei soliti locali e poi il giorno dopo ti incastrano mandandoti in galera.
Una tristezza immensa.
Che poi guardo la sinistra, il fuori sinistra, la destra, il fuori destra, il cielo stellato, le montagne, il lago e preferisco farmi una doccia per ripulirmi da tutta questa immondizia.

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andare a letto e sognare.
mi han detto che fa bene.
non lo so se fa bene.
troppi incubi.
preferirei prendere la mia macchina, caricare quello che mi serve e andarmene con la mia compagna di vita.

venerdì 1 settembre 2017

Piccole cose che non capisco; McMurtry, romanzi che mi fanno pensare a colleghe

- Ci sono piccole cose che mi vengono riferite e che non capisco. Tipo i miei colleghi che mettono i "mi piace" sui post del sito Facebook del cinema. Per quale motivo? Forse la risposta è quella più semplice. I neo assunti mi fanno ancora più pena.


Ci sono dei bravissimi scrittori di cui purtroppo si parla troppo poco. Larry McMurtry è uno di questi. Basterebbe leggere "L'ultimo spettacolo" (Mattioli 1885, traduzione di Sebastiano Pezzani), da cui nel 1971 è stato tratto un bel film di Bogdanovich con una splendida, ma veramente splendida, Cybill Shepherd, per accorgersene. 

Da qualche giorno ho saputo che a metà settembre, grazie a Einaudi, verrà ristampato quello che dicono essere il suo capolavoro: "Un volo di colombe"


che lessi da ragazzino ragazzino,  innamorato com'ero e come sono oggi, del West. Ma mi accorsi subito che era un romanzo che non aveva niente a che spartire coi fumetti che leggevo o i romanzetti western che mi comprava mio padre. Questo era vera letteratura e infatti, ai tempi, era abbastanza fuori dalla mia portata. Adesso sono molto curioso di rileggerlo e riscoprirlo.

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Quando i presunti intellettuali/scrittori vanno in tv fanno sempre pena.  Ancor piu' quando si travestono da gente perbene. 

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Un romanzo come questo mi fa pensare alle mie due ex colleghe orientali. Una vietnamita e l'altra thailandese. La thailandese, Ooy, mi diceva che i suoi parenti andavano in Cambogia per far spesa perché in Cambogia costava tutto di meno e che suo padre era mezzo cambogiano e che in Cambogia si trovava merce assai particolare. Quella vietnamita diceva che i cambogiani erano tanto scuri e sporchi e puzzavano. C'era sempre qualcosa di torbido stando con loro due.