mercoledì 23 agosto 2017

Un estratto da "Mishima e la restaurazione della cultura integrale" di Giuseppe Fino (Edizioni di Ar)


Mishima e la restaurazione della cultura integrale” di Giuseppe Fino (Edizioni di Ar, 1980, collana Sannō-kai) é un saggio consigliatissimo a tutti gli amanti di Mishima e dei suoi romanzi e di un certo tipo di cultura giapponese. 

Lascio un estratto dal capitolo terzo “l'interpretazione della cultura giapponese”:

Nel 1970, Mishima riunì in un solo volume “Eirei no Koe”, “Yukoku” e “Toka no Kiku” (Il crisantemo del decimo giorno), una delle sue migliori opere teatrali, ispirata all'Incidente del 22 febbraio rappresentata al Bungaku-za nel novembre del 1961 in occasione del 25º anniversario della fondazione di questo gruppo teatrale. Questa trilogia sul “Ni-ni-roku jiken to Watakushi” (L'incidente del 22 febbraio ed io), nel quale si possono leggere, fra l'altro, certe interessanti conclusioni su questo “ciclo” dell'opera di Mishima:

“Scrissi “Patriottismo” dal punto di vista del giovane ufficiale che non poteva fare a meno di scegliere il suicidio perché non avrebbe potuto partecipare all'incidente del 22 febbraio...
Certamente qualche grande dio morì quando fallì il “Ni-ni-roku jiken”... quando fui ventenne...avvertii qualcosa della terribile crudeltà della morte di quel dio... Per molto tempo fui incapace di capire la connessione, ma quando scrissi “Toka no Kiku” e “Yukoku” apparve un'ombra scura nella mia coscienza –  e poi scomparve di nuovo senza assumere una forma definita...
Ma ogni volta che considero la questione non riesco a trovare il modo di trattare il ningen sengen (la dichiarazione della natura umana) dell'Imperatore. La storia del periodo Showa è divisa in due dalla sconfitta in guerra, e uno come me che ha vissuto tutti e due i periodi dell'era Showa non può fare a meno di desiderare costantemente di trovare una continuità reale e una base per una consistenza teorica. Questo sembra perfettamente naturale per un uomo, sia o non sia egli uno scrittore. La dichiarazione del ningen sensen da parte Ni-ni-roku jiken”; così iniziai “Eirei no Koe”, può sembrar strano che usi la parola “estetica” in tal contesto. Ma giunsi ad intuire che esisteva una salda, massiccia roccia a fondamento della mia esistenza – il sistema imperiale”.

Questo brano, che ha attirato immediatamente l'attenzione di critici e studiosi, viene considerato di fondamentale importanza per comprendere l'atteggiamento di Mishima di fronte alla cultura giapponese. Mishima muove innanzitutto dalla constatazione di una grave frattura apparente nella continuità di questa cultura. La frattura è costituita dalla sconfitta del 1945, che sembra aver segnato la fine non solo di un'epoca ma di tutta una cultura, e l'inizio di una nuova. La frattura, però, comporta un problema personale per lo scrittore che ha vissuto ambo le parti di questo periodo e desidera trovare una spiegazione al fatto che, pur terminando una civiltà, i singoli rimangono. È, la sua, esigenza di “trovare una continuità reale ed una base per una consistenza teorica. Si tratta del problema che, dall'era Meiji in poi, ha sempre assillato gli intellettuali giapponesi, posti di fronte al dilemma della scelta tra le due culture. Gli spiriti più illuminati si sono sempre rifiutati di effettuare questa scelta, preferendo volgersi a scoprire una qualche forma di sintesi. Nel caso di Mishima – e degli altri che, come lui, hanno subito il trauma della sconfitta – la scelta si pone in maniera più drammatica che per gli intellettuali dei periodi precedenti, trattandosi di scegliere tra due parti della propria esistenza, con il rischio di rinnegare una parte di sé stesso. Egli, dunque, si chiede se questa drammatica frattura in effetti non sia solo apparente, giungendo alla conclusione che esiste un fattore di continuità, “una solida massiccia roccia” e cioè la figura dell'Imperatore. Da tale conclusione, inoltre, egli ritiene di derivare una chiave per interpretare tutta la cultura giapponese: ovvero il sistema imperiale forma l'elemento di continuità e quindi il fondamento stesso di tutta la cultura giapponese. Un altro particolare degno di nota è che Mishima parla di fondamento della sua “estetica”. Ciò significa che l'interpretazione della cultura e del mondo, a suo giudizio, non deve ispirarsi a criteri razionali, ma a criteri artistici e passionali: la bellezza deve essere il metro di misura della civiltà. E proprio nel bello – come già aveva affermato Yasuda prima della guerra – egli riconosce l'essenza della cultura giapponese.” (pp. 39-41)

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