giovedì 10 agosto 2017

Sui lavori che gli italiani si rifiutano di fare; Nathan Englander; Kelly Lee Owens

A proposito della discussione su tutti quei lavori che gli italiani, gli svizzeri e in generale tutte le nazionalità non vogliono fare (anche se questo ci sarebbero poi infinite discussioni di tipo politico/filosofico/economico da imbastire) condivido con voi alcune piccole esperienze personali:

- Conosco una persona di una decina anni più grande di me. Uomo di sinistra, lettore de Il Manifesto, Internazionale, Repubblica. Uno di quelli che elogia i lavori umili, il proletariato, gli operai, la gente umile, i cani umili, il Papa, i camminatori sulle vie sante, che sbraita contro le nuove generazioni che non sono piu' abituate a fare sacrifici. Ecco, quando suo figlio dopo la maturità liceale ha deciso di mollare gli studi per diventare, con sua grande gioia, un imbianchino, ecco, questo bravo uomo ha dato di matto, a suo figlio gli ha dato del cretino, dell'imbecille. Lo aspettava una carriera da ricercatore, figlio dell'Europa Unita. La moglie di quest'uomo di sinistra, volontaria in biblioteca e di sinistra pure lei, l'ha quasi ripudiato suo figlio.
Imbianca bene il ragazzo, m'han detto.

- Ce n'è un altra invece che fa lo stesso discorso ma all'inverso, da brava leghista. Ce l'ha con gli immigrati che rubano il lavoro. Non fa che rompere i coglioni sugli albanesi che fanno i becchini e gli operai, i negri che costruiscono case, i kebabbari gestiti da tamil. Solo che non riesce mai a dirti che suo figlio fa il muratore, perché se ne vergogna. Voleva un figlio avvocato, dottore, dentista, professore e invece c'ha un figlio muratore che lavora nei cantieri e si sbronza tutte le sere. Un bravissimo muratore. Lei beve il caffé e mi racconta di quando trent'anni fa le persone si davano da fare....ma vaffanculo.

- E poi c'è quell'altra, votante di Grillo, che proprio non la vuol vedere sua figlia che fa l'operaia da vent'anni a questa parte. Non ce la fa a vederle addosso quella tuta blu. Non ce la fa. La voleva madre, maestra, impiegata, farmacista. E a S. piace fare l'operaia. Non è una cogliona, conosce bene la sua condizione di sfruttamento, fatta di orari assurdi e una paga ridicola ma scambierebbe mai il suo posto con uno dietro a una scrivania, un bancone, una cassa, chiusa in un ufficio, in una divisa d'ordinanza.

- Ci sono quegli altri due stronzi, mia sorella e mio padre, che fanno gli stessi discorsi di un qualsiasi stronzo che visto che vede un film di Ken Loach o guarda gli approfondimenti politici in tv e san tutto della classe lavoratrice e che da vent'anni, dico vent'anni, mi rompono i coglioni sull'aver mollato l'università e non aver fatto lavori migliori. Quali lavori migliori? Mai una volta che m'abbian chiesto come stavo. Quei due che quando parlano con la mia compagna (dopo trenta minuti di discorsi sulla moralità della politica, sulla bontà degli immigrati, sul ritorno dei fascisti, sul cibo bio, sull'ignoranza diffusa) la trattano come una mentecatta solo perché lavora in un albergo come cameriera ai piani. Salvo poi impaurirsi e rimanere in silenzio quando lei si mette a parlare, a esprimere le sue opionioni, molto complesse. Quando parlo con questi stronzi mi viene voglia di riaprire un gulag e spedirceli a spaccare pietra.

Potrei andare avanti per un sacco. Senza dimenticare quegli zotici di merda che impediscono ai figli di studiare, che pensano che studiare, leggere, vedere un film sia una stupidaggine, che se loro lavorano alla Limonta Spa anche i loro figli devono finirci. 

La faccio finita qui e intanto ascolto Léo Ferré:


e  sorrido, salutando una collega straordinaria che purtroppo se ne va, cercando fortuna e serenità altrove.

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Lo sto rileggendo e questa volta mi ha rapito. Grande scrittore. Anche perché le pagine sul cimitero sono magnifiche. E io adoro i cimiteri. Ci trascorrerei dentro intere giornate se potessi.

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-qui-

4 commenti:

  1. Mi ci sono ritrovato in queste tue parole. Ne conosco parecchi anch'io di stronzi come quelli che hai descritto, soprattutto genitori dei compagni di scuola di mio figlio. Poi ora che è grande per fortuna abbiamo finito con compleanni, cene di classe e minchiate varie e non devo più sorbirmi le loro penose esternazioni.
    Ora si sta (quasi) laureando e non so cosa augurarmi: solo che sia felice. Per noi è stato un sacrificio, ma questo si fa volentieri; l'unico tarlo che ho è stato quello di avergli inculcato fin da bambino il concetto di "studia, noi non abbiamo niente..." in tempi in cui c'era ancora un minimo di prospettiva.
    Il mio orgoglio è quello di avergli trasmesso involontariamente la passione "vera" per la musica e chissà, forse tutti quei libri che gli abbiamo letto la sera (non dormiva mai!!!), a qualcosa sono serviti.

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    1. Mi riconosco anch'io nelle tue parole. Lo studio, la scuola, la cultura sono importantissime, tanto piu' in un mondo sempre piu' complesso come questo, anche per fare l'idraulico o l'elettricista sarà necessario un minimo di conoscenze che non verranno piu' solo dalla pratica e l'ho visto coi miei occhi durante il rifacimento del cinema quando gli elettricisti erano cosi' professionali e formati da . io ringrazio soltanto i miei genitori per avermi permesso di studiare latino, di avermi comprato libri e dischi, di avermi portato in giro per biblioteche. lo rifarei da capo.
      a me piacerebbe anche un maggior rispetto per le scuole professionali, che siano pero' veramente delle scuole professionali, dove "l'umanesimo" viene comunque diffuso.

      Tutto questo senza santificare il lavoro manuale o gli operai...non sono mai stato uno di quelli che vedeva nella classe lavoratrice/proletaria l'avanguardia di qualcosa.
      E non è facile, almeno per me, lavorare in questi contesti.
      Sono contesti duri che poi pero' vengono spesso raccontati con tanta retorica oppure in termini apocalittici.

      La cosa forse piu' difficile è quella di ricordarsi che tutti i lavori hanno pari dignità e che dietro ogni singola lavoratrice o lavoratore c'è una persona con un cervello e un cuore e un vissuto, sogni, aspirazioni.

      E non è perché uno fa l'operaio deve per forza vivere una vita peggiore di chi fa l'avvocato. Intendo la qualità di vita.

      Vabbè discorso infinito. Ciao

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  2. è un discorso infinito, come dici, caro Andrea.
    telegraficamente e brutalizzando direi che
    a) l'umanesimo dovrebbe essere diffuso in tutte le scuole e soprattutto nelle professioni, dove manca in abbondanza. umanesimo come denominatore di un approccio al prossimo, di una cultura occidentale, ammesso che ancora esista.
    b) molti lavori del terziario non sono più appetibili di tanti lavori manuali e in questi anni si sta assistendo a fenomeni di spostamento dal terziario ad altro.
    c) ogni lavoro onesto ha pari dignità. E la dignità non è data dalla divisa o dalla mansione né dalla retribuzione ma dall'onestà con cui si conduce quel lavoro.
    d) non siamo il nostro lavoro, né la nostra erudizione ma soprattutto lo nostra sensibilità.sarò banale ma conosco gente che non è mai andata o scuola o giù di lì ma che ha capito Kant meglio di tanti specializzati in questo o quell'altro.
    P.M.

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    1. Caro Paolo son felice che sei intervenuto perché vivi esattamente come me la situazione di cui cerco di parlare da tanto tempo.
      Quando parli di umanesimo mi piace pensare al professore d'italiano in una scuola professionale che frequentavano due miei cari amici. Un uomo incredibile. E me ne rendevo conto quando questi due miei amici mi parlavano delle sue lezioni, dei testi che proponeva, del rispetto che aveva dei suoi allievi e di come li aveva conquistati, facendosi poi rispettare. Niente a che fare con i personaggi da film, semplicemente cercava di portare l'umanesimo all'interno del contesto in cui si trovava.

      Son d'accordo con te su tutto quello che mi scrivi.

      Ho avuto il piacere, fino a un anno fa, di trascorre del tempo con una collega vietnamita che veniva dalla risaie e che fin dal primo giorno ho scoperto essere una persona incredibile. Di una dignità, sensibilità e capacità di leggere il mondo da lasciarmi senza parole tutte le volte che ci passavo del tempo insieme. Dura ma indimenticabile.

      Una postilla. Ultimamente mi è capitato in Italia di usare un paio di volte le parafarmacie nei supermercati e ti devo dire che ho sempre trovato personale maleducato, indisponente, volgare. E mi fa orrore vedere un bancone di farmaci uno scaffale dietro quello dei profumi e davanti a quello dei giornali.

      Un abbraccio

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