giovedì 17 agosto 2017

Ricordando mentre si rilegge (Englander, McInerney)


Rileggendo lo splendido romanzo di Englander (è uno scrittore di razza perché non ti porta mai dove pensi, senza mai ricorrere ai sotterfugi) che vede due genitori alla disperata ricerca del figlio e del suo "ipotetico cadavere" durante la dittatura dei militari in Argentina ho ripensato ai racconti che mi faceva la mia nonna paterna sulla scomparsa di mio nonno dopo l'8 settembre 1943. Mio nonno era un autiere impegnato nei Balcani (Albania, Montenegro, Macedonia, Grecia) fin dal '39 e dopo l'8 settembre non si seppe piu' nulla di lui e fu dato per disperso. Poi un suo commilitone nei primi mesi del '44 disse di averlo visto visto a ottobre e allora mia nonna, che non era ancora sposata con lui, ritrovo' la speranza di ritrovare vivo il suo Cesarino. Poi un giorno ne torno' a casa un altro che per vie traverse le disse che di Cesarino non si sapeva piu' nulla. Mia nonna non perse mai la speranza e tutte le domeniche andava a Milano a cercare notizie fra i partigiani. Chiese anche aiuto ai suoi cugini fascisti. Ma niente. Poi vennero a dirle che avevano la certezza che fosse morto. 
Ma lei non ci credette mai. 
Poi un giorno, nel giugno del '45 busso' alla sua porta e le disse "Ciao Teresa". 
Ma non era piu' quel giovane ragioniere, aspirante avvocato, che aveva conosciuto. 
Che leggeva romanzi, che parlava uno splendido italiano. 
Era un uomo di 27 anni col volto triste e sciupato, gli occhi persi ma con ancora la stessa eleganza, gentilezza, educazione, delicatezza che l'avevano fatta innamorare. 
Mio nonno soffri' della sindrome post-traumatica almeno fino al 1948 quando nacque il suo secondo figlio, mio padre. Si alzava dal letto e ritornava sul campo di battaglia, mimava i suoni della mitragliatrice e del coltello che affondava nella carne. 
Talvolta, non si presentava nella hall del nostro albergo per il dolore che lo sopraffaceva. 
Un dolore e i ricordi che non l'hanno mai abbandonato. 
Quando passavano gli aerei, lui tendeva a ingobbirsi o a trovare un rifugio. 
Un giorno, un suo commilitone mi disse "Sai un giorno si ritrovo' l'intestino e metà corpo del suo miglior amico in grembo e comincio' a ridere come un pazzo". 

Ci furono parenti che non furono contenti del suo ritorno. 
Sognavano di prendere l'albergo.
Io ricordo solo che pochi mesi prima di morire mio nonno mi disse "Se fossi morto e fossi tornato un paio d'anni dopo e loro si fossero presi l'albergo forse noi avremmo avuto una vita piu' felice."

Di queste sue frasi io ho stampato in testa quel "noi avremmo".

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Quando lessi la prima volta questo romanzo mia madre era una donna in forma e con la quale avevo un rapporto difficile da di dipendenza, le altre volte che l'ho riletto, intero o solo alcune pagine, con lei avevo un rapporto di complicità, di lotta, di cattiverie, di silenzi, di addii.
Adesso mia madre è morta e rileggere questo romanzo che nella parte finale racconta proprio di una madre che muore mi fa sentire addosso tutto il peso degli anni trascorsi e di quelli senza di lei.
La sua assenza è ingombrante.
Sorrido per una sciocchezza ma mi dispiace e mi fa piangere non averla mai portata in Cornovaglia.
Dal 1997, anno in cui ci andai a 18 anni, non avevo mai smesso di parlargliene.
E mi diceva sempre "Quando parli della Cornovaglia sorridi come non fai mai..." e sorridevo.
"Facciamo un caffé Andrea?"
"Si' mamma".

Da quando è morta mia madre il caffè ha cambiato sapore.

Lo bevo quasi per dovere.


Un estratto dal romanzo:

"Quella sincerità era contagiosa. Avevi cominciato dal principio, da quando eri piccolo. Avevi cercato di raccontarle, come meglio potevi, chi eri, cosa si provava a essere te. Avevi descritto quella sensazione di essere fuori posto, di vedersi sempre dal di fuori, di guardarsi vivere nel mondo pur vivendo nel mondo, di non sapere se anche gli altri si sentissero cosi'. Le avevi detto di aver sempre pensato che gli altri si sentissero cosi'. Le avevi detto di aver sempre pensato che gli altri avessero le idee piu' chiare su quello che stavano facendo, che non si preoccupassero tanto del perché lo facevano. Avevi raccontato del tuo primo giorno di scuola. Ti eri messo a piangere aggrappato alla sua gamba. Ricordavi ancora la consistenza dei suoi pantaloni scozzesi, ti pizzicavano le guance. Lei ti aveva detto di salire sull'autobus - qui ti aveva interrotto per dirti che nemmeno lei era molto felice, quel giorno - ma tu ti eri nascosto tra gli alberi fino a quando l'autobus era partito, poi eri tornato a casa e le avevi detto di averlo perso. Allora la mamma ti aveva accompagnato in macchina, ed eri arrivato con un'ora di ritardo. Tutti ti avevano guardato entrare in classe col biglietto di giustificazione, e ti avevano ascoltato spiegare che avevi perso l'autobus. Alla fine, quando ti eri seduto al tuo posto, avevi capito che non saresti mai riuscito a diventare come gli altri."

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