mercoledì 12 luglio 2017

Due righe su "Da mozzo a scrittore" di Mario Appelius (Oaks Editrice)


“Da mozzo a scrittore”, autobiografia di Mario Appelius pubblicata nel 1933 e meritoriamente riproposta quasi novant'anni dopo da Oaks Editrice con un'introduzione di Livio Sposito, è una lettura affascinante che consiglierei di affiancare a quella del saggio che Stenio Solinas ha dedicato a Henry de Monfreid “Il Corsaro Nero. Henry de Monfreid, l'ultimo avventuriero" (Neri Pozza)
Se Henry de Monfreid sembra a tutti gli effetti un personaggio uscito dalla penna di Emilio Salgari, da un romanzo cappa e spada, una strana incarnazione fra Mister No e Corto Maltese, Mario Appelius (uomo purtroppo ricordato dai più esclusivamente come la voce fascista che dalla radio tuonava contro gli alleati) è l'incarnazione dell'uomo avventuriero fai da te, oserei dire dell'italiano fai da te che incontra il mondo, che abbandona la penisola portandola come un vessillo in giro per il mondo. Un moderno esploratore giornalista, un scrittore di reportage, un fotografo in parole di mercati e bordelli, di porti e piantagioni, di navi e profumi. L'uomo che non sopporta le costrizioni familiari, che finisce adolescente su una nave come mozzo e che poi viaggerà per tutto il globo, finendo poi per raccontare sulle pagine de Il Popolo d'Italia le sue straordinarie avventure, i suoi indimenticabili viaggi che animarono il cuore anche di mio nonno. 
Avventure, quelle di questa autobiografia, che vengono romanzate, riarrangiate, abbellite con punte di evidente retorica (soprattutto nell'ultima parte) ma che si trasformano nell'incarnazione, anche in forma stilistica, della curiosità e dell'insofferenza di un uomo incapace di marcire nella fossa di una vita mediocre, da borghese, da privilegiato e del risveglio/rinnovamento dell'Italia che grazie alla Prima Guerra Mondiale e al Fascismo riassume coraggio, rialza la testa, smette di vergognarsi di se stessa. 
Tanti sono i passaggi memorabili di questo libro, come le esplorazioni dei bassifondi egiziani, l'episodio della costruzione della ferrovia con annesso scontro armato coi neri in rivolta in cui emerge tutto il genio e la composta fierezza italica, le commosse dediche ai nostri connazionali immigrati in tutto il mondo e spesso dimenticati dallo Stato oppure le sensuali pennellate che Appelius dedica alla donne, spesso ragazzine, vergini, che lasciano un segno indelebile nella sua vita e che faranno sicuramente storcere il naso ai benpensanti moderni ma irretisce anche il resoconto del tentativo fallimentare di impiantare una piantagione di cocco che ha lo stesso respiro di un romanzo conradiano e poi tutti quei passaggi che riportano (o fanno sognare) in vita mondi, civiltà, usi, costumi, zingari truffatori, differenze spazzati via oggi dal verbo del mercato, del consumismo, del turismo assassino e complice nella trasformazione di paesaggi e paesi in villaggi turistici, in immagini cartolina. 
Mario Appelius non era un turista, non era nemmeno un viaggiatore col biglietto di ritorno in tasca e le sicurezze di un lavoro ad aspettarlo. 
Mario è il ragazzino dentro di noi che fugge dal collegio per non soffocare, che si inventa una  famiglia francese per sopravvivere e esplorare quella parte di mondo in cui è finito, che diserta da una nave mercantile, che aizza alla rivolta i cadetti di un'accademia militare, che spara e che uccide, che si fa complice di truffe, che sfida la famiglia, che imbroglia, che s'inventa lavori improbabili, che finisce in catene, che vive il mondo fino all'ultimo respiro in maniera disordinata e vitale, che non si vergogna di essere italiano.
Altro che i turisti per caso, gli scrittori da vetrina, i vacanzieri dalla vita che sbarcano a Goa o in Amazzonia a a Berlino o nel Tibet o in India, i documentaristi da viaggio vacanze, i custodi buonisti della propria insignificante superiorità morale conservata in qualche guida turistica o in qualche ricordino/foto/video spiritualcommercialeavventurierovero da riportare a casa.
Mario Appelius non l'avrebbe mai sopportata questa gente.

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