sabato 1 luglio 2017

Due righe su "Al dio degli inglesi non credere mai. Storia del genocidio degli Indiani d'America 1492-1972" di Gianfranco Peroncini e Marcella Colombo (Oaks Editrice)


Al dio degli inglesi non credere mai. Storia del genocidio degli Indiani d'America 1492-1972” di Gianfranco Peroncini e Marcella Colombo (Oaks Editrice) è un saggio bellissimo, non solo perché racconta con grazia, commozione (a me non smettono mai di scendere le lacrime tutte le volte che leggo di Sand Creek, dei Nasi Forati, dei Lakota...) e dovizia di fonti l'olocausto, sì, l'olocausto, di un popolo intero ma perché nel farlo i due autori non si dimenticano di allargare 


(e divagare con sapienti citazioni e gradevoli scoperte per il sottoscritto come il libro di Kathleen Norris “Dakota: A Spiritual Geography”), quasi come in un manifesto politico, il campo d'esplorazione a molti altri argomenti che sono strettamente legati alla distruzione di un popolo: la devastazione del territorio, il consumo dell'acqua e delle materie prime, l'agribusiness, il Dust Bowl, le fondamenta malate e corrotte dell'Impero statunitense.

Un saggio affascinante e ricco di spunti, anche solo per capire quanto accaduto recentemente a Standing Rock.


E per non dimenticare Wounded Knee.


Non dimenticatelo mai.


Non dimenticate Leonard Peltier.

Un estratto:

All'inizio del XIX secolo gli indiani dell'Ovest americano vivevano in un paradiso terrestre praticamente senza confini. Una vita dura ma che offriva il quadro di un'atmosfera grandiosa e di una natura vergine e sacra.
La posizione privilegiata dei pellerossa, ai margini della storia e delle civiltà di tipo europeo, doveva fatalmente estinguersi e non a caso la scomparsa del paradiso coincise con i tempi moderni e l'arrivo degli uomini bianchi. Fu un epilogo davvero “fatale”, figlio di quell'aspetto ineluttabile delle pcse per cui tutto ciò che è possibile deve necessariamente manifestarsi in qualche modo. Si deve accettare anche il lato tragico di ogni manifestazione. Ma è giusto rassegnarsi all'esistenza del male e dell'errore. Non accettarli.
Peraltro il rapporto culturale tra i visi pallidi e i pellerossa ha sempre tradito un'ambiguità di fondo. Nel corso degli anni l'atteggiamento nei confronti di un mondo in tutto alternativo a quello cui siamo abituati ha percorso un movimento pendolare, spesso irrazionale, sempre emotivo e sentimentale.
Passando da un eccesso all'altro, tuttavia, si è sempre mantenuto il fondamentale peccato originale, quello di vedere gli “indiani” non per quello che sono ma per quello che si vorrebbe che fossero, nel continuo mutare di atteggiamenti, mode, interessi, febbri, superstizioni e narrazioni ideologiche in perpetuo divenire. Non interrompendo, così, quella catena di violenze, fisiche e psichiche, che ha condotto all'olocausto pellerossa.
Oggi agli indiani, anche sulla scia di un revisionismo cinematografico di problematico significato sul modello di Balla coi lupi, vengono estese categorie di identificazione prese dal vocabolario, storico e sociale, del mondo dei bianchi.  Per esempio, c'è chi ha inteso dividere le organizzazioni dei Native American in progressiste e tradizionaliste, di estendere arbitrariamente opzioni occidentali  come quelle ecologiste o pacifiste, marxiste o libertarie e così via. Dimenticando volentieri, per fare solo un esempio drasticamente politically uncorret, che i giovani apache si addestravano, sin dalla più tenera età, a infliggersi torture senza tradire il minime segno di sofferenza per essere degni di partecipare a pieno titolo alla società guerriera di cui facevano parte per nascita.
Quello d'imporre all'universo tradizionale categorie tanto assurde quanto incongrue è un vizio capitale della cultura occidentale. Si tratta di un atteggiamento etnocentrico e fondamentalmente sterile perché per la tradizione pellerossa il grande nemico è la società industriale, il carico di violenza sull'ambiente che comporta, l'individualismo e il consumismo. In una parola, tutto il mondo moderno.
Non si tratta di una presa posizione politica ma di un'altra, alternativa, dimensione spirituale. Russell Means, uno dei leader dell'American Indian Movement, sottolinea come i pellerossa siano estranei sia al capitalismo che al marxismo, avversari/omologhi d'antan, in quanto fanno parte entrambi del pensiero europeo: “Gli Indiani americani hanno sempre cercato di essere il miglior popolo possibile. Parte di questo processo spirituale era, ed è tuttora, lo scartare il benessere in modo da non guadagnare. Il guadagno materiale è indice di un falso status tra la gente tradizione, mentre per gli europei è la prova della validità del sistema”. (pp. 22-23)

4 commenti:

  1. Tutto molto interessante. Leggendo il pezzo, viene poi da dire, che è vero, la cultura degli indiani d'america è pre-industriale, quindi errato paragonarla alla nostra, ai conflitti scoppiati dopo la Rivoluzione industriale a loro estranea. Come i popoli dell'Amazzoni, vivevano liberi, in una sorta di "paradiso" (anche questo termine può essere sbagliato), tutto loro ...

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  2. Non so se ti ricordi i Not Moving fecero un disco dedicato alla causa pellerossa con testi recitati da Lance Henson

    https://www.youtube.com/watch?v=TxpN8s3hgwE

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