domenica 23 luglio 2017

Libri interessanti, i vacanzieri, Massimo Volume, incontri, un bel blog, Tatranky

Libri che dovrei leggere a breve:


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Ascolto da una vita i Massimo Volume.
Praticamente da sempre.
In questi giorni questo disco è dentro la mia testa e questa canzone.
Perché non so quando, non so fra quanto ma un trasloco arriverà.
Spero il prima possibile.

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Ieri sono andato in Italia, a Como, per incontrare mio padre.
Tra andata e ritorno da Lugano sono, a dir tanto, 60 chilometri. 
E ci ho messo quasi tre ore all'andata e tre al ritorno.
Le strade erano intasate dai turisti che si riversavano sulla penisola o tornavano a casa. 
Como era un formicaio.
Ecco, in quel momento, ho pensato a tutti quei gerenti di hotel, bar, pizzerie, ristoranti che piangono sempre miseria e mi è scappato da ridere.

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Fa sempre male vedere come le persone cambiano fisicamente e mentalmente quando si trasformano a tutti gli effetti in tossicodipendenti.
Fa sempre male riconoscerle per alcuni particolari.
In questo caso sarebbe il tatuaggio di una cicogna nera.
E non l'ho riconosciuta solo per il tatuaggio.
Visto che la conosco bene.
-Sai Andre che ho incontrato Tania e non mi ha riconosciuto? 
-Tania chi?
-Tania quella che faceva salto in lungo.
-Ah Tania. Come sta?
-Bene. Ma non mi ha riconosciuto.
-Ovvio.
-Ovvio un cazzo. Una campestre la farei ancora.
-Ho sempre odiato le campestri.
-Lo so è per questo che te l'ho detto. Dovevi fare i cento e i duecento e preferivi giocare a calcio.
Ho sorriso e l'ho salutato.
Tutti e due avevamo le nostre cose da fare.

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Un bel blog che ho scoperto da poco: https://ilblogdibarbara.wordpress.com

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Canzone del giorno:



sabato 22 luglio 2017

Padri e figli, Lasch, film, Cicciolina, Daughter

Sono arrivato alla fine de "I 49 racconti" e quante lacrime ho versato dopo aver letto il racconto "Padri e figli". Oggi vedro' mio padre. E come al solito non sarà un giorno sereno.

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L'estate è spesso tempo di riletture, una di queste è "L'io minimo" di Christopher Lasch (Feltrinelli) e sempre di Lasch consiglio anche il bellissimo "Il paradiso in terra" (Neri Pozza):



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Due film che ho trovato molto belli:



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Della politica di palazzo e palazzine e talkdemenziali e tutto il resto non ho nessuna intenzione di occuparmene ma continuo a pensare che Cicciolina sia migliore di tutti i DiMaio & co dell'universo.

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Questo disco è davvero bello per me.

mercoledì 19 luglio 2017

George Romero, Bonnie Nazdam, Sergio Ghirardi, Epic45


I film di George Romero sono parte fondante di tutta la mia infanzia/adolescenza. 
Non so quante volte ho rivisto questo film e anche tutti gli altri di Romero.
Mi commuovo se ci penso perché era ancora il tempo in cui guardavo film, leggevo, ascoltavo musica con innocenza.
Era qualcosa di puro e di profondamente intimo.
Una vera figata.

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Romanzo che è sulla scrivania.

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Ho smesso di seguire tg, talkshow, infotainment.
Dei giornali salto tutta la politica e le discussioni sindacali, etiche, superflue. 
Mi chiedono spesso a quali politici, formazioni politiche, cinquestellestronze, congreghe di destra, sinistra, centro, estrema sinistra, estrema destra, sopra, sotto, cesso, latrina, teorico, scantinato si parla oggigiorno mi sento vicino.  
Risposta: a nessuno e nessuna.

A tutta questa merda preferisco i pesci che saltano fuori dalla corrente in cerca di insetti.
Un rapace che afferra una trota e se la porta via nel cielo.
I pescatori che mi sorridono sconsolati.
L'acqua gelida del lago che mi sale fino al cervello.
Un ragazzino che dispone i soldatini nel prato di casa sua.
Un gatto che cerca una carezza.
Una tossica che mangia un panino al salame.
Il vento freddo che fa volare i vestiti appesi ai fili.
Il battello che taglia in due le onde.
Una camminata in solitudine fra dimore abbandonate e barche sventrate dalla muffa.
Salire le scale e trovarti che fai ginnastica sul parquet.
Versarmi una birra e preparare un'insalata.
Parlare del più e del meno.
Leggere e cercare di scrivere.

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Uno dei miei gruppi preferiti in assoluto.

martedì 18 luglio 2017

Hemingway, La maledizione degli affetti, Magda Szabò, Il tuffo, This Will Destroy You


Rileggendo per l'ennesima volta “I quarantanove racconti” (sono arrivato più o meno a metà, al racconto “L'invitto”) riassaporo le medesime emozioni della prima volta che le lessi ma modificate dal corso del tempo, da tutto ciò che è accaduto da quella volta, in prima media, che presi in mano questo libro. 
Non avevo mai avuto una ragazza, mi sentivo triste, svuotato, solo, senza amici ma di lì a pochi mesi avrei provato tutt'altro tipo di tristezza, delusione, dolore, senso d'abbandono e avrei cominciato a non capire più come si dovesse vivere. 
La morte era qualcosa che avevo vissuto in casa con la morte di mia nonna ma è solo con la morte di mio nonno e più tardi di mio zio che avrei veramente capito che cosa significa perdere una persona che si ama, affrontare il lutto. 
Tante cose avrebbero perso di senso, avrei vissuto nuove esperienze, avrei sfiorato la morte più volte, sarei scappato dalle mie responsabilità, avrei incontrato il sesso, la droga, l'alcool, l'amore, il tradimento, il lavoro.
Degli stessi miei genitori cominciavo a cogliere lati che mai mi sarei sognato di trovare e mi sarei scontrato con la loro frustrazione.

Tutte le volte che apro questo libro c'è un racconto in particolare che mi commuove sempre e che è mi ha spinto nell'adolescenza verso la scrittura e sto parlando de “La fine di qualcosa” che un fantasma che s'aggira lungo il mio “La maledizione degli affetti”.
Dentro a questo racconto ci sono un paese che scompare, una spiaggia, un amore che finisce, l'adolescenza, l'amicizia, la solitudine.
Tutto in poche pagine praticamente perfette.

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Su Il Foglio Annalena Benini ha scritto un bell'articolo su un romanzo straordinario: "Storia di Emerenc, che non apriva mai la porta ma spalancò il cuore a Magda"

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domenica 16 luglio 2017

Lago, Hemingway, Bestemmia contro la democrazia, Nine Inch Nails

Ho sempre amato quando uscivo da scuola e poi dal lavoro, stanco, distrutto, sporco, andare verso il lago e trovare a pochi metri dall'acqua un tavolino in un bar, una panchina, due gradini, un angolo isolato e bere un caffè, una birra, un bicchiere di vino, una spremuta.
Lo faccio ancora adesso.
Leggere un libro, i giornali, non fare nulla. 
Il lago mi dà forza.
E tante volte me ne dimentico e penso a improbabili mete lontane.
Da domani tornerò a stargli vicino.
In vacanza per due settimane ma stando qui, a Lugano, a due passi dal lago.
Camminerò tanto vicino a lui portandomi dietro questo libro micidiale, nella copia di mio padre:


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Ne parla qui Silvia Valerio.
Delle mie amicizie non mi vergogno affatto.

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giovedì 13 luglio 2017

Di notte (Esenin, Thom Jones, Paolo Mascheri, Salinger, Fine Before You Came)

...La luna è morta,
Alla finestra illividisce l'alba.
Ah, notte, notte!
Perché tanto scompiglio?
Sto col cilindro in capo.
Nessuno è con me.
Sono solo...
E lo specchio infranto...” (Sergej Esenin)

Stanotte, verso le 3, mentre non riuscivo a riprendere sonno e cercavo fra letto e divano di trovare l'ultima ora e mezza di tranquillità prima di prepararmi per andare al lavoro nella mia mente si confondevano varie immagini, ricordi, letture, pulsioni come la sfrontatezza di una portoricana che si era presentata al cinema vestita da pin-up per consegnare un curriculum e intanto che aspettava l'arrivo del direttore si era comportata da stupida con me chiedendomi di mettere una buona parola per la sua assunzione, la stessa poi che avrei rivisto nel pomeriggio fuori da un bar, senza i trentacinque centimetri di tacco e la minigonna, ma con lo stesso push-up scollatissimo, le stesse labbra a cuore vermiglio, la stessa sfrontatezza nel prendermi per il culo da marciapiede a marciapiede e intanto davanti alle mie dita si confondevano i racconti dell'ormai fuori catalogo "Ondata di freddo" di Thom Jones (Minimum Fax, traduzione di Martina Testa): 



Rimase steso al suolo per un momento. Il dolore era terribile ma la paura cominciò a svanire. In qualche modo aveva varcato una parta oltre la quale il dolore regnava ancora su di lui, ma la paura non più. Avrebbe voluto ritirare la preghiera. Gli sembrava il gesto più vigliacco di tutta la sua vita. Era stato un gesto di conciliazione, e in quanto tale contrario alla sua natura. Moses tentò di rialzarsi in piedi alla meglio, scivolando sul suo stesso sangue. Voleva andarsene a testa alta, con la pistola in pugno. Come Jesse James e Cole Younger. John Wesley Harding. Avrebbe potuto restarsene in Africa e diventare un novello Hemingway, invece del tipo di dottore che prescrive antidolorifici agli attori della TV. Porca troia! Mollò qualche altro cazzotto al sacco.
Il dolore gli si irradiava per tutto il braccio sinistro, paralizzandoglielo, ma Moses spinse avanti la testa e sferrò al sacco un paio di destri, poi la chela incandescente di aragosta lo strinse ancora di più. Il dolore era assoluto. Moses si accasciò in posizione fetale e lanciò un piccolo strillo involontario, come una donna. Cercò di rimangiarselo e di trattenerlo. Aveva paura che Linda lo sentisse. Lei era un dottore in gamba: aveva paura che potesse salvargli la vita.” (“Ooh Baby Baby”, pag. 166)

le pagine di “Poliuretano” di Paolo Mascheri (Pendragon)  e c'è così tanta bellezza in queste 108 pagine che resto sempre senza fiato tutte le volte che apro questo libro...


L'odore di resina usciva dalle bocchette del cruscotto. Ho guidato con prudenza. Ho sempre paura di bucare per queste strade deserte.
Ho parcheggiato e abbiamo imboccato a piedi il sentiero verso la spiaggia.
Ellì camminava dietro di me e io ogni tanto facevo finta di inciampare finché non si è aperta la spiaggia davanti a noi.
Il mare screpolava contro le scogliere.
Tutt'intono si innalzavano alti fusti di stramonio. Avevano dei frutti gialli simili a banane.
Ci siamo sistemati vicino ai bagnasciuga. Non c'era nessuno. Si intravedeva in lontananza su un pendio uno sciame di lavanda. Era tutto perfetto. Ho aperto lo zaino e ho aspirato l'odore del pane, di crema abbronzante all'olio di cocco e salsedine. Ellì si è stesa al sole. Il mare sfiorava i suoi piedi senza riuscire a bagnarli. Ho avuto per un attimo la sensazione che potessi rovinare tutto e l'attimo dopo mi sono odiato per questo.
Ellì si è addormentata. Ho guardato l'orologio. È l'una del giorno. Abbiamo tutto il pomeriggio davanti. Spero che rimanga sereno. Spero non arrivi nessuno. Sono rimasto a guardare Ellì, la linea di pelle bianca non abbronzata a causa del reggiseno. Non c'era niente che potessi desiderare.” (“Compendio di anatomia umana”, pag. 108)

e poi ecco la figura in nero della  ragazza coi capelli rossi che spunta da dietro la tenda di un appartamento del palazzo oltre la strada seduta su una sedia in plastica a fumare a tutte le ore del giorno, annoiata, in lacrime e immancabilmente come tutte le notti, da 25 anni a questa parte, son finito per immedesimarmi in Seymour che vive qui, dentro di me, e non solo in “Un giorno ideale per i pescibanana” di Salinger:



Scese al quinto piano, percorse il corridoio ed entrò al numero 507. La stanza odorava di valige nuove e di acetone.
Il giovanotto guardò la ragazza addormentata su uno dei letti gemelli. Poi si avvicinò a una valigia, l'aprì, e di sotto a una pila di mutande e canottiere trasse una Ortgies automatica calibro 7,65. Fece scattare fuori il caricatore, lo guardò, tornò a infilarlo nell'arma. Tolse la sicura. Poi attraversò la stanza e sedette sul letto libero; guardò la ragazza, prese la mira e si sparò un colpo nella tempia destra.” (pag. 26)




mercoledì 12 luglio 2017

Due righe su "Da mozzo a scrittore" di Mario Appelius (Oaks Editrice)


“Da mozzo a scrittore”, autobiografia di Mario Appelius pubblicata nel 1933 e meritoriamente riproposta quasi novant'anni dopo da Oaks Editrice con un'introduzione di Livio Sposito, è una lettura affascinante che consiglierei di affiancare a quella del saggio che Stenio Solinas ha dedicato a Henry de Monfreid “Il Corsaro Nero. Henry de Monfreid, l'ultimo avventuriero" (Neri Pozza)
Se Henry de Monfreid sembra a tutti gli effetti un personaggio uscito dalla penna di Emilio Salgari, da un romanzo cappa e spada, una strana incarnazione fra Mister No e Corto Maltese, Mario Appelius (uomo purtroppo ricordato dai più esclusivamente come la voce fascista che dalla radio tuonava contro gli alleati) è l'incarnazione dell'uomo avventuriero fai da te, oserei dire dell'italiano fai da te che incontra il mondo, che abbandona la penisola portandola come un vessillo in giro per il mondo. Un moderno esploratore giornalista, un scrittore di reportage, un fotografo in parole di mercati e bordelli, di porti e piantagioni, di navi e profumi. L'uomo che non sopporta le costrizioni familiari, che finisce adolescente su una nave come mozzo e che poi viaggerà per tutto il globo, finendo poi per raccontare sulle pagine de Il Popolo d'Italia le sue straordinarie avventure, i suoi indimenticabili viaggi che animarono il cuore anche di mio nonno. 
Avventure, quelle di questa autobiografia, che vengono romanzate, riarrangiate, abbellite con punte di evidente retorica (soprattutto nell'ultima parte) ma che si trasformano nell'incarnazione, anche in forma stilistica, della curiosità e dell'insofferenza di un uomo incapace di marcire nella fossa di una vita mediocre, da borghese, da privilegiato e del risveglio/rinnovamento dell'Italia che grazie alla Prima Guerra Mondiale e al Fascismo riassume coraggio, rialza la testa, smette di vergognarsi di se stessa. 
Tanti sono i passaggi memorabili di questo libro, come le esplorazioni dei bassifondi egiziani, l'episodio della costruzione della ferrovia con annesso scontro armato coi neri in rivolta in cui emerge tutto il genio e la composta fierezza italica, le commosse dediche ai nostri connazionali immigrati in tutto il mondo e spesso dimenticati dallo Stato oppure le sensuali pennellate che Appelius dedica alla donne, spesso ragazzine, vergini, che lasciano un segno indelebile nella sua vita e che faranno sicuramente storcere il naso ai benpensanti moderni ma irretisce anche il resoconto del tentativo fallimentare di impiantare una piantagione di cocco che ha lo stesso respiro di un romanzo conradiano e poi tutti quei passaggi che riportano (o fanno sognare) in vita mondi, civiltà, usi, costumi, zingari truffatori, differenze spazzati via oggi dal verbo del mercato, del consumismo, del turismo assassino e complice nella trasformazione di paesaggi e paesi in villaggi turistici, in immagini cartolina. 
Mario Appelius non era un turista, non era nemmeno un viaggiatore col biglietto di ritorno in tasca e le sicurezze di un lavoro ad aspettarlo. 
Mario è il ragazzino dentro di noi che fugge dal collegio per non soffocare, che si inventa una  famiglia francese per sopravvivere e esplorare quella parte di mondo in cui è finito, che diserta da una nave mercantile, che aizza alla rivolta i cadetti di un'accademia militare, che spara e che uccide, che si fa complice di truffe, che sfida la famiglia, che imbroglia, che s'inventa lavori improbabili, che finisce in catene, che vive il mondo fino all'ultimo respiro in maniera disordinata e vitale, che non si vergogna di essere italiano.
Altro che i turisti per caso, gli scrittori da vetrina, i vacanzieri dalla vita che sbarcano a Goa o in Amazzonia a a Berlino o nel Tibet o in India, i documentaristi da viaggio vacanze, i custodi buonisti della propria insignificante superiorità morale conservata in qualche guida turistica o in qualche ricordino/foto/video spiritualcommercialeavventurierovero da riportare a casa.
Mario Appelius non l'avrebbe mai sopportata questa gente.

martedì 11 luglio 2017

Sulle idiozie liberticide

Ho sempre pensato che mettere fuori legge le idee, di qualunque idea si tratti, sia una vera idiozia e una limitazione della libertà. 

Mi chiedo ma secondo questa gente anche leggere Céline, Ezra Pound, Brasillach, Drieu, Rebatet e molti altri, parlarne, scriverne, rifletterci sopra funziona come apologia del fascismo? 

Tipo che a me i pamphlet di Céline piacciono tantissimo e ne parlo sempre bene a tutti. 

Sorrido sconsolato e bevo un caffè.

Beh, intanto io trascrivo questo canto di Ezra Pound.


LXXIII

E poi dormii 
E svegliandomi nell'aere perso
Vidi e sentiii,
E quel ch'io vidi mi pareva andar a cavallo,
E sentii
“A me non fa gioia
che la mia stirpe muoia infangata dalla vergogna
Governata dalla carogna e spergiurata.
Roosevelt, Churchill ed Eden bastardi ed ebreucci
Lurchi e bugiardi tutti  e il popolo spremuto in tutto ed idiota!
Morte che fui a Sarzana aspetto la diana della riscossa.
Sono quel Guido che amasti pel mio spirito altiero
E la chiarezza del mio intendimento.
De la Ciprigna sfera
Conobbi il fulgore già cavalcante (mai postiglione)
Per le vie del Borgo detto altramente
La città dolente (Firenze) sempre divisa,
Gente stizzosa e leggiera che razza di schiavi!
Passai per Arimnio ed incontrai uno spirito gagliardo
Che cantava come incantata di gioia!
Era una contadinella
Un po' tozza ma bella ch'aveva a braccio due tedeschi
E cantava, cantava amore senz'aver bisogno d'andar in cielo.
Aveva condotto i canadesi su un campo di mine
Dove era il Tempio della bella Ixotta.
Camminavano in quattro o cinque ed io ero ghiotto d'amore ancora malgrado i miei anni.
Così sono le ragazze nella Romagna.
Venivan' canadesi a 'spugnar' i tedeschi,
A rovinar' quel che rimaneva della città di Rimini;
Domandarono la strada per la Via Emilia a una ragazza, una ragazza stuprata
Po' prima da lor canaglia.
-Be'! Be'! Soldati! Quest'è la strada.
Andiamo, andiamo a Via Emilia! -
Con loro proseguiva.
Il suo fratello aveva scavato 
I buchi per le mine, là verso il mare.
Verso il mare la ragazza, un po' tozza ma bella,
Condusse la truppa. 
Che brava pupa! che brava pupetta!
Lei dava un vezzo per puro amore, che eroina!
Sfidava la morte,
Conquistò la sorte peregrina.
Tozza un po' ma non troppo raggiunse lo scopo.
Che splendore!
All'inferno 'l nemico, furon venti morti,
Morta la ragazza fra quella canaglia,
Salvi i prigionieri.
Gagliardo lo spirito della pupetta
Cantava, cantava incantata di gioia,
Or' ora per la strada che va verso 'l mare.
Gloria della patria!
Gloria! gloria 
Morir per la patria nella Romagna!
Morti non morti son',
Io tornato son' dal terzo cielo per veder la Romagna,
Per veder' le montagne nella riscossa,
Che bell'inverno!
Nel settentrion rinasce la patria,
Ma che ragazza! che ragazze, che ragazzi, portan' il nero!

domenica 9 luglio 2017

Calcio, Gigi Meroni, Laurent Obertone

Sono passato da Como e in questi giorni e mi rammarico parecchio del fallimento della società calcistica, anche se sono un tifoso del Lecco. Per uno come me, da ragazzino, era facile sognare di finire per giocare a calcio a Lecco o a Como. 

Con questo calcio ormai fatto di solo affari, sponsor, pubblicità, grandi società, sceicchi, sorelle/mogli/figli/fratelli di calciatori, procuratori non ho niente a che fare. Ed è anche per questo che ho smesso di giocare a calcio.

Poi ci sono calciatori come Gigi Meroni, che a Como ci è nato.
Che sono di un'altra razza.
Di un altro cuore.
Di un talento sovrumano.

Un calciatore straordinario, fuori dalle righe. Oggi su LaVerità ci ha scritto attorno un bellissimo pezzo Cesare Lanza ma Gigi è impossibile da circoscrivere, trattenere in un pezzo, lui era uno uomo straordinario. 

Guardate questo goal fatto all'Inter...quando lo guardo, io mi commuovo: 


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Non ho ancora capito se questo romanzo di  Laurent Obertone meriti di essere letto oppure no. 
Lo scoprirò a breve.

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Sono uscito dal lavoro intontito.
Instupidito.
Sudato.
Stanco.
Sporco.
Sono tornato a casa e ho pianto.
Ho bevuto birra di qualità che ha lo stesso sapore di quella da 5 centesimi.
Piscio.
Poi, uscito per spostare l'auto, nel fiume ho visto un cane che assopito inseguiva un'anatra
Lo faceva per gioco.
E ho sorriso.
Anche l'anatra giocava.

sabato 8 luglio 2017

Il monastero, Drieu, Tarmo Kunnas, il mio pezzo per la serata di poesia/fotografia, Amburgo



Arrivato all'ultima pagina de "Il monastero" di Zachar Prilepin (Voland) sono rimasto per un paio d'ore  a guardare fuori dalla finestra in cerca di parole.

Una valanga di pensieri che mi si affollavano in testa.

Riflessioni serie, forse, altre di tipo letterario (le piu' stupide) e altre più personali, del tipo: ma se io fossi finito in un gulag per quale motivo ci sarei finito? ...di sicuro per essere un anarchico...e poi? Forse per essere un ladro, un poco di buono, un tossico, un alcolizzato, un depresso. Uno che non ama le gerarchie e nemmeno il lavoro. E come si sarei comportato? Cosa mi sarebbe accaduto?

Tempo fa conobbi un uomo scampato a un campo di prigionia e mi disse che lì dentro per la prima volta  nella sua vita aveva tirato un pugno. E soprattutto che ne aveva ricevuti tantissimi. E che aveva commesso atti impensabili. Io quanti pugni saprei tirare?

E me lo chiedi perché nella mia vita corro sempre il rischio di finire in carcere.

- La mia prima impressione conclusiva è che comunque dell'orrore campi di prigionia sovietici non si sia ancora presa veramente coscienza.

- La seconda è che Zachar Prilepin è uno straordinario scrittore.

- La terza è che come ha scritto Prilepin di religione ha del miracoloso. 

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Ne avevo scritto qui e questo è il pezzo, scritto con tanta fretta, ispirato da questa foto...non ho idea di come sia andata la serata...e intanto ascoltavo questa canzone:

"Perchè poi la mattina fingo di dimenticarmi delle notti trascorse a spasso d'incubi
scomparse fra finestre aperte 
e confezioni di birre tedesche da 8 bevute in un'ora
I Poemi di Fresnes riletti sopra ai fornelli
e le mani,
le mie mani che bruciano di sangue sotto all'acqua fredda che esce dalla tua bocca
in questi due locali e mezzo
al quarto piano di un palazzo di periferia
e intanto che fingi di prestarmi ascolto
prova a scendere fino all'ultima rampa di scale
spegni la luce delle cantine
quella del locale lavanderia
chiudi la porta del rifugio anti-atomico
e poi esci in cortile
cerca il mio nome fra tutti quelli scritti sui campanelli
bestemmia
accenditi una sigaretta
consulta il tuo cellulare 
ascolta la tua musica preferita
piangi
ridi
fai quello che vuoi
ma non mi troverai mai."

......

Commento su Amburgo?
Le città metropolitane, le città in genere, che pullolano di questa modernità mefitica andrebbero rase al suolo.
Con tutti quelli che li' si sono radunati per decidere le sorti del mondo.
In quel consesso non ho visto amici ma solo nemici.
Resto celiniano, unica definizione che posso condividere con gli estranei.

giovedì 6 luglio 2017

Zachar Prilepin, Kinetta spazio Labus - un mio scritto


Mi mancano un centinaio di pagine, sulle 800 totali, per concludere "Il monastero" di Zachar Prilepin (Voland, a cura di Nicoletta Marcialis) ma ne sto uscendo rapito. Davvero uno straordinario scrittore Prilepin e adesso andrò a cercare le altre due sue opere che non ho ancora letto. Su Il Foglio era uscito un bell'articolo che ne parlava ma purtroppo è a pagamento e ho trovato questo che è uscito su La Stampa.

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Stasera in questo posto dove non sono mai stato, Grace leggerà le due righe che ho scritto cercando di trarre spunto da questa fotografia.

Quando tutto sarà finito magari lo metto sul blog.

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È difficile spiegare agli altri come sto.
È difficile anche solo parlare di tutto il dolore che mi divora da dentro.
E che cerco di affrontare in maniere impensabili.
Quasi sempre fallimentari.
E questo dolore è parte costituente di me.
I tavolini dei bar in centro pieni di gente che fa l'aperitivo mi hanno tolto il fiato e comunicato tanta spossatezza, inutilità, volgarità.
Fuori fa caldo.
Non capisco molte delle discussioni in cui sono costretto a dire la mia.
Resto fermo ad ammirare le impronte delle mani di bambini sulla porta a vetri del cinema.
A pensare a quella donna che tutte le mattine alle 5 e 35 cammina davanti a me insieme al suo pastore tedesco.
Quando li sorpasso il cane scodinzola, lei mi sorride.
Sono fra le poche cose buone delle mie giornate.

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mercoledì 5 luglio 2017

Boeri, Hamer, Bleach

- Non so a voi, ma a me le riflessioni di Tito Boeri sui migranti sono apparse come le riflessioni piu' razziste, decadenti, sfruttatrici, capitalistiche, democristiane, piccole borghesi, status quo, schifose in circolazione.
Che tristezza.

- Ciao ciao Hamer, uno stronzo come te, portatore di follie per disperati, non mi mancherà. 

-

Bleach.
Nient'altro da dire.
Insieme a In Utero il disco piu' bello dei Nirvana.


martedì 4 luglio 2017

Nuovi e vecchi libri sulla scrivania + Mineral

Libri nuovi o vecchi o in nuove versioni che sto per leggere e altri che sono in arrivo. Magari qualcuno potrebbe interessare anche a voi:


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-qui e mi fa ricordare quando fumavo quasi due pacchetti di sigarette al giorno-


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-l'ho già letto, è già in mio possesso, qui, ma arriverà con questa nuova copertina, e tempo fa ne scrisse una bellissima recensione Federico Magi-


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lunedì 3 luglio 2017

Paolo Villaggio - Fantozzi


Mia madre odiava Fantozzi ma amava Villaggio.

Io amo il Villaggio scrittore, il Fantozzi dei libri.

Massimo Del Papa ha scritto un bell'articolo "Villaggio e la coscienza spietata dell'Italia".

Se penso a Fantozzi io penso a Luca, un estimatore di tutti i suoi film, conosceva a memoria le battute, i nomi dei personaggi e degli attori e poi guardo ancora piu' indietro e vedo la mia infanzia lontana, i cortili appestati, i sassi da lanciare, le siepi, i cani randagi, tutti i bambini e le bambine e i loro volti e il loro sudore e le loro urla, le loro risi e i vecchi seduti a giocare a carte e bere Barbera, le vecchie a darci scappellotti se riuscivano a beccarci.

Vedo le ginocchia rovinate e i lividi su parti impensabili del corpo, vedo Te che ti buchi dentro alla tua Ritmo e mi chiedi un Cucciolone quando ti riprendi, vedo Italia '90, Roberto Baggio, vedo un mondo dove stavo da cani ma che mi sembra, oggi, piu' umano, piu' lento, piu' vivibile di quello targato 2017. 
O forse sono solo invecchiato, sono un quarantenne senza molti scopi nella vita che guarda al passato con una malinconia che sa di disperazione.
Forse è per questo che oggi la morte di Villaggio mi ha toccato nel profondo. 
Mi ricorda mia madre che canta Carlo Martello. 
Mio padre che ride.
Mia sorella liceale curva sui classici greci e latini.
Il tamarindo, le granite, i miei soldatini giapponesi che vincevano tutte le battaglie, le colonne al casello per andare in Riviera, io che mi siedo fra le onde alle 5 di mattino e chiedo perdono per tutto quello che ho combinato nei mesi precedenti. 
Vedo mio nonno che accende una sigaretta e beve un bicchiere di vino bianco e guardando l'orizzonte mi racconta di balene bianche, spiagge albanesi, Balcani e mi chiede di tenere la bocca chiusa.
Vedo mia nonna che si muove nel salone di un albergo con un piatto di un cozze fra le mani. Il volto finalmente sorridente.
Vedo me stesso, timido, malato, pelle e ossa che piange come piango ora, mentre bevo una birra e cerco, senza riuscirci, le parole giuste.
Vedo quella ragazza che prende il sole nuda e si prende gioco di me.
Vedo me stesso che la rivede dieci anni dopo e ci beve sopra dieci birre.

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Epic45.
Un grandissimo gruppo.


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Di tutto il resto, di Renzi, di quella merda furbetta di "Insieme", della destra in salsa mediaset, dei leghisti che leccheranno i piedi sempre agli imprenditori distruttori, Sala e i suoi finti oppositori, dei sovranisti in salsa discount, dei grillini feccia, degli esclusi di sinistra che vivono fra musei e repubbliche, degli strafatti quotidianitravaglini, dei festival letterari, dei partecipanti che si lamentano e su cui qualcuno si prende la briga di interrogarmi e bla bla bla vari non me ne frega un cazzo.

Preferisco pensare a domani.
Alla mia voglia di fare 20 km a piedi.

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E "La corazzata Potëmkin" è un film straordinario come quella battuta memorabile.

sabato 1 luglio 2017

Due righe su "Al dio degli inglesi non credere mai. Storia del genocidio degli Indiani d'America 1492-1972" di Gianfranco Peroncini e Marcella Colombo (Oaks Editrice)


Al dio degli inglesi non credere mai. Storia del genocidio degli Indiani d'America 1492-1972” di Gianfranco Peroncini e Marcella Colombo (Oaks Editrice) è un saggio bellissimo, non solo perché racconta con grazia, commozione (a me non smettono mai di scendere le lacrime tutte le volte che leggo di Sand Creek, dei Nasi Forati, dei Lakota...) e dovizia di fonti l'olocausto, sì, l'olocausto, di un popolo intero ma perché nel farlo i due autori non si dimenticano di allargare 


(e divagare con sapienti citazioni e gradevoli scoperte per il sottoscritto come il libro di Kathleen Norris “Dakota: A Spiritual Geography”), quasi come in un manifesto politico, il campo d'esplorazione a molti altri argomenti che sono strettamente legati alla distruzione di un popolo: la devastazione del territorio, il consumo dell'acqua e delle materie prime, l'agribusiness, il Dust Bowl, le fondamenta malate e corrotte dell'Impero statunitense.

Un saggio affascinante e ricco di spunti, anche solo per capire quanto accaduto recentemente a Standing Rock.


E per non dimenticare Wounded Knee.


Non dimenticatelo mai.


Non dimenticate Leonard Peltier.

Un estratto:

All'inizio del XIX secolo gli indiani dell'Ovest americano vivevano in un paradiso terrestre praticamente senza confini. Una vita dura ma che offriva il quadro di un'atmosfera grandiosa e di una natura vergine e sacra.
La posizione privilegiata dei pellerossa, ai margini della storia e delle civiltà di tipo europeo, doveva fatalmente estinguersi e non a caso la scomparsa del paradiso coincise con i tempi moderni e l'arrivo degli uomini bianchi. Fu un epilogo davvero “fatale”, figlio di quell'aspetto ineluttabile delle pcse per cui tutto ciò che è possibile deve necessariamente manifestarsi in qualche modo. Si deve accettare anche il lato tragico di ogni manifestazione. Ma è giusto rassegnarsi all'esistenza del male e dell'errore. Non accettarli.
Peraltro il rapporto culturale tra i visi pallidi e i pellerossa ha sempre tradito un'ambiguità di fondo. Nel corso degli anni l'atteggiamento nei confronti di un mondo in tutto alternativo a quello cui siamo abituati ha percorso un movimento pendolare, spesso irrazionale, sempre emotivo e sentimentale.
Passando da un eccesso all'altro, tuttavia, si è sempre mantenuto il fondamentale peccato originale, quello di vedere gli “indiani” non per quello che sono ma per quello che si vorrebbe che fossero, nel continuo mutare di atteggiamenti, mode, interessi, febbri, superstizioni e narrazioni ideologiche in perpetuo divenire. Non interrompendo, così, quella catena di violenze, fisiche e psichiche, che ha condotto all'olocausto pellerossa.
Oggi agli indiani, anche sulla scia di un revisionismo cinematografico di problematico significato sul modello di Balla coi lupi, vengono estese categorie di identificazione prese dal vocabolario, storico e sociale, del mondo dei bianchi.  Per esempio, c'è chi ha inteso dividere le organizzazioni dei Native American in progressiste e tradizionaliste, di estendere arbitrariamente opzioni occidentali  come quelle ecologiste o pacifiste, marxiste o libertarie e così via. Dimenticando volentieri, per fare solo un esempio drasticamente politically uncorret, che i giovani apache si addestravano, sin dalla più tenera età, a infliggersi torture senza tradire il minime segno di sofferenza per essere degni di partecipare a pieno titolo alla società guerriera di cui facevano parte per nascita.
Quello d'imporre all'universo tradizionale categorie tanto assurde quanto incongrue è un vizio capitale della cultura occidentale. Si tratta di un atteggiamento etnocentrico e fondamentalmente sterile perché per la tradizione pellerossa il grande nemico è la società industriale, il carico di violenza sull'ambiente che comporta, l'individualismo e il consumismo. In una parola, tutto il mondo moderno.
Non si tratta di una presa posizione politica ma di un'altra, alternativa, dimensione spirituale. Russell Means, uno dei leader dell'American Indian Movement, sottolinea come i pellerossa siano estranei sia al capitalismo che al marxismo, avversari/omologhi d'antan, in quanto fanno parte entrambi del pensiero europeo: “Gli Indiani americani hanno sempre cercato di essere il miglior popolo possibile. Parte di questo processo spirituale era, ed è tuttora, lo scartare il benessere in modo da non guadagnare. Il guadagno materiale è indice di un falso status tra la gente tradizione, mentre per gli europei è la prova della validità del sistema”. (pp. 22-23)