lunedì 19 giugno 2017

Il lavoro, Il Campo dei Santi, Il treno, crisi, Cechov, Bruno Lauzi

Poi torno al lavoro e respiro la solita merda di sempre. Anzi, per non farmi mancare nulla, fra le mani un nuovo grattacapo di merda da risolvere al più presto. Poi viene l'ora di tornare a casa, esco dal cinema e mi siedo sul muretto per respirare due minuti. Sto guardando nel vuoto quando sento un ragazzino a venti metri da me che mi urla “Cazzo hai da guardare faccia di merda?”. L'ho guardato e sorridendogli gli ho risposto che non lo stavo guardando ma che ho davvero una faccia di merda come la sua e quella di sua madre e di suo padre e di tutti i suoi amichetti di merda che gli stavano intorno. Poi sono tornato a casa, qui, adesso, e ho aperto una birra e c'è un padre che per strada litiga con sua figlia tornata dal mare con un tatuaggio sulla schiena.

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Sono andato a rileggermi alcune pagine de Il Campo dei Santi (Edizioni di Ar, traduzione di Fabrizio Sandrelli) e sono rimasto nuovamente sconvolto dalla lucidità profetica di Jean Raspail. 
Da applausi.

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Sempre in queste notti ho riletto il bellissimo “Il treno” di Simenon (Adelphi, traduzione di Massimo Romano). 

Romanzo magistrale e commovente. 

Le ultime righe sono da incorniciare:

Tutto era in ordine, mobili, oggetti, come li avevamo lasciati partendo da Fumay, e in casa c'era un bambino in più.
Un mese dopo vidi affisso sul muro del municipio un manifesto ancora fresco. Vi erano stampati cinque nomi, fra i quali un nome inglese e quello di Anna Kupfer. Tutti e cinque erano stati fucilati come spie due giorni prima, nel cortile della prigione di Mézeries.
Non sono mai ritornato a La Rochelle. Non ci tornerò mai.
Ho una moglie, tre bambini, un'attività commerciale in rue de Chateau.” (pp. 145-146)

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Appena acquistato e questo invece l'ho adocchiato sul sito Adelphi e spero di leggerlo a breve:


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In testa da un paio di giorni, uno degli ascolti dietro il libro che sto scrivendo:


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