mercoledì 14 giugno 2017

"Eravamo dei grandissimi", Sovranità, The Middle



"Eravamo dei grandissimi" di Clemens Meyer (Keller, traduzione dal tedesco di Roberta Gado e Riccardo Cravero) è un romanzo commovente, trascinante, tosto, torrenziale. Una storia di amicizia e dolore, di scoperte e Lipsia, di chiacchiere e pugni, di alcool e droga, di sottoscala e prigioni. Una vita dove si confondono sogni, ricordi, ipotesi, lacrime, mondi scomparsi.

Un estratto:

Avrei voluto alzarmi e andare a mollargli un pugno in faccia, un cartone come si deve, e poi trascinarlo da un cazzo di dottore che magari lo avrebbe aiutato. Invece rimasi seduto con gli occhi puntati sullo schermo e mi accesi una sigaretta.
«Dani...»
«Eh...»
«Come sta...»
«Rico sta bene. Ha combinato un altro casino e tra un po' deve tornare dentro, ma per il resto sta benone. Anche Paul sta bene. E Pittbull... Pittbull..»
«E tu, Dani?»
«Tiro avanti. Come sempre»
«Tra poco non devi tornare dentro anche tu?»
«Per adesso no»
«Bene, Dani». Sentii un colpo di tosse e poi un risucchio alle mie spalle come se Mark avesse tirato su col naso, certamente non se la sentiva di farsi mentre ero lì con lui, senza contare che era troppo buio e richiedeva un po' di preparazione. Una volta che eravamo andati a bere in cantina da Pittbull gli avevo trovato addosso una siringa. L'avevo preso alla gola con una mano e con l'altra gli avevo puntato la siringa a un millimetro dall'occhio, per poco l'ago sfiorava il bulbo. «Se ti becco a bucarti ti ammazzo». Ma non lo avevo ammazzato, non lo avevo mai più toccato e ogni tanto mi pentivo di non averci almeno provato, anche se non sarebbe cambiato niente.
«Dani...»
«Eh...»
Parlava così piano che si sentiva appena, con lunghe pause tra una parola e l'altra. Quella roba del cazzo gli stava arrivando alla testa. «Quando eri via, Dani... non avevo nessuno. Nessuno che mi dicesse 'non farlo, Mark'. Nessuno. Perché te ne sei andato così, Dani?»
«Pianta con 'ste stronzate». Era sempre la stessa storia, quando era fatto dava la colpa a noi. Che fosse colpa nostra? «Dai, piantala, son stronzate».
«Perché non siete venuti a trovarmi, Dani?»
«Su, Mark, non serve a niente. Tu, sempre e solo tu».
«Mi spiace così tanto, Dani. Faccio schifo, sono uno schifo».
«Non, non è vero» risposi. «Ti ricordi quando mi hai insegnato a guidare il motorino?» Piangeva, e sicuramente tremava anche, perché sentivo scricchiolare i sedili. Volevo alzarmi e andarmene, era tutto inutile, non aveva senso. «Sai, Dani» farfugliò, «mi hanno raccontato che c'è una pillola che dice no al posto tuo...ma è una palla, figli di puttana, non è vero niente».
«Ti ricordi la lezione che abbiamo dato ai poliziotti quella volta nel capannone...» ci riprovai. Mark era nel suo tunnel, «faccio schifo Dani, sono una merda», ma io continuai, gli raccontai dei bei vecchi tempi, di Walter, di Fred, dell'Eastside, del bar di Goldie dove ci trovavamo sempre a bere, gli raccontai dell'altro locale, lo Grune Aue, che Goldie odiava perché quando lo tradivamo per andarci lui restava solo soletto dietro al suo bancone, gli raccontai della vecchia e del suo Apferlkorn, il liquore alla mela, «ti ricordi che colore dorato?», gli raccontai del cane che aveva Pittbull quando si chiamava ancora Stefan ma Mark non rispondeva, raccontai e raccontai, di Rico, che una volta era il miglior pugile di Lipsia, e di come volteggiava sul ring e che prima o poi ci sarebbe salito di nuovo, sicuro, gli raccontai delle ragazze del quartiere che aspettavano solo noi, gli raccontai della nostra squadra di calcio, la Chemie Leipzig, che sarebbe tornata in cima alla classifica, raccontai e raccontai finché mi si seccò la bocca, cominciai a tremare anch'io e crollai sul sedile. Non rispondeva. Mi voltai e cercai nel buio.
«Mark» lo chiamai piano, «Mark». Niente. Feci luce con l'accendino verso di lui. Era scomparso. E intuivo, anzi, sapevo che non l'avrei mai più rivisto."


......



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Quando voglio tirare il fiato  non mi dispiace guardare questo telefilm

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