mercoledì 3 maggio 2017

Su "Gli ultimi giorni di Mandel’štam" di Khoury-Ghata Vénus (Guanda)



Ho versato lacrime su lacrime leggendo questo libro
Non c'è altro da aggiungere
Se non: leggete Mandel’štam, Achmatova, Cvetaeva.
E personalmente, da oggi andrò anche alla ricerca dei libri di Khoury-Ghata Vénus.

Comunque che tristezza al pensiero che ci sia ancora qualcuno in giro che rimpianga Stalin e tutti quegli anni.

Trascrivo alcuni parti:

“Cvetaeva raschiò la terra fino al giorno della morte, quando fu ritrovata appesa a una trave del soffitto.
La sua poesia dedicata a Pasternak risale al 1925.

Dis-tanza: verste, miglia...
Ci hanno dis-pero, s-legato
perché ci comportassimo bene: tra-piantati
sulla terra a due estremità
dis-tanza: verste, spazi...
Ci hanno staccato, dislocato,
disgiunto le braccia – crocifissioni,
non sapendo che questo per noi era la 
fusione

[...]

La fastosa dimora moscovita dei suoi genitori era stata trasformata in un appartamento in coabitazione e Cvetaeva si era rifugiata con suo figlio Mur in una stamberga in mezzo alla campagna, lontana da ogni altra casa.  
E là, in quella stamberga di legno dove il vento gridava negli interstizi, si impiccò a una trave del soffitto.
Fine imprevedibile per lei che veniva dall'alta borghesia.
Servita da uno stuolo di domestici nella sontuosa dimora paterna, Cvetaeva faceva parte della gioventù dorata dell'epoca.
Suo marito Sergej Efron e sua figlia deportati in Siberia.
Ogni orizzonte chiuso, senza il minimo barlume di speranza per l'avvenire, la grande poetessa preferì abbandonare la scena con un calcio alla sedia su cui era salita.
Un calcio al mondo che l'aveva abbandonata.
“Sbarazzarsi del superfluo é in sé il primo grido della poesia. Su questa via Cvetaeva è andata più lontano di chiunque altro nella letteratura russa... nella letteratura mondiale”* (* Testimonianza del poeta Iosif Brodskij in Quelqu'un plus tard se souviendra de nous, Gallimard, Paris, 2010) (pp. 60-62)

“Mangiare: l'ultimo pensiero del cittadino sovietico davanti al plotone d'esecuzione, pensa sotto la sua coperta il poeta che rifiuta il cibo e si lascia deperire, imperturbabile.” (pag. 75)

“Era tornato dall'esilio con la testa piena di progetti. Tutto sembrava sorridergli. Avrebbe festeggiato la pubblicazione delle poesie con gli amici e ospitato il padre a casa sua. Le indennità cui aveva diritto avrebbero pagato largamente la dacia con il giardinetto che Nadezda sognava. “Avrai la tua stanza, come mio fratello Sura. Anche la sorella di Nadezda verrà ad abitare con noi. È tempo che la famiglia sia di nuovo riunita sotto lo stesso letto.” La lettera è datata 15 maggio 1938.
Mandel’štam non voleva abbassare le braccia, arrendersi. Voleva continuare a credere in giorni migliori.
Da morto, teneva le braccia tese verso l'alto, dirà a Nadezda un sopravvissuto del campo.
La terra era gelata in quel mese di dicembre e la pelle delle mani rimaneva incollata alle pale. I becchini l'avevano lasciato all'aperto un'intera giornata prima di seppellirlo.
Il vento faceva tremare la sua barba da patriarca. 
Il viso esprimeva una grande serenità.” (pag. 81)

“Mandel’štam vuole del denaro, vuole un permesso di lavoro per guadagnare da vivere per sé e per sua moglie, vuole soprattutto leggere le sue poesie all'Unione degli scrittori, insiste. Torna alla carica. Nadezda, che fa il giro dei suoi lettori fedeli, ne raccoglie un buon numero per la serata.
Quando la lettura pubblica viene accordata, ad ascoltarlo ci sono quattro persone. Uno schiaffo per il poeta, che è stato rifiutato dai compagni e ha finito per assomigliare a un mendicante dopo il ritorno dall'esilio. Un mendicante a forza di frequentare ladri e criminali.
Gli leggeva le sue poesie?
Lo applaudivano?
E lui si credeva su un palcoscenico?
Mandel’štam piange di commozione quando pensa al nerboruto che lo alleggeriva dal trasportare pietre.
Per ringraziarlo, il poeta gli recitava versi della “Pietra”, la sua prima plaquetta.
Esaurita, fu ripubblicata decenni più tardi da un editore straniero nella raccolta intitolata “Tristia e altre poesie”.
I lavori forzati erano incompatibili con il suo cuore malato, Mandel’štam passava le giornate a sognare Mosca.
La città che lo attirava come una calamita.
Mosca che aveva sostituito Dio nei suoi pensieri

La tua immagine straziante, vacillante
non ho potuto coglierla in questa nebbia
Signore ho detto per errore

Dio immenso uccello
è volato via dal mio petto
davanti a me spesse brume
dietro di me una gabbia vuota

Nato ebreo, diventato cristiano per ribellione contro l'ordine costituito, Mandel’štam vagava di caos in caos.”  (pp. 90-92)

“Trent'anni dopo, mentre lotta per farlo riabilitare si imbatte in quaderni con poesie di Mandel’štam che erano circolate di campo in campo e di cella in cella.
In una cella, alcuni condannati a morte che dovevano conoscere qualche poesia di suo marito aveva scarabocchiato due versi sul muro: 

Esisto veramente
e la morte verrà un giorno?

(pag. 125)

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