mercoledì 17 maggio 2017

Da "In presenza di Schopenahuer" di Michel Houellebecq (La nave di Teseo)



"Si è spesso accostato Schopenahuer a Baltasar Gracian, o ai moralisti francesi, e lui stesso, a volte, ha assecondato tale accostamento. In realtà, molti dei suoi brani migliori fanno piu' pensare a un commentario dell'Ecclesiaste. "Ogni cosa è in travaglio, piu' di quanto l'uomo possa dire." A portare il segno del nulla non è soltanto, né soprattutto, l'attività dell'uomo: la natura, l'intera natura è uno sforzo illimitato, senza tregua né scopo; "tutto è vanità e rincorsa del vento". Chissà quanto Schopenhauer avrebbe trovato insufficienti i concetti di assurdo nati nel XX secolo, lui che vedeva l'esempio piu' eloquente di tale assurdità nel lavoro incessante della gravità. In realtà, l'assurdità del destino dell'uomo non risulta particolarmente scioccante finché non si attribuisce a priori un valore trascendente all'esistenza umana; ossia se ci si pone in una prospettiva cristiana o, a rigore, politica; non c'è niente di piu' distante dal pensiero del filosofo tedesco.
Se è il mondo nel suo insieme a essere inaccettabile, nulla vieta comunque di provare  un disprezzo specifico per la vita. Non per la "vita umana"; per la vita. La vita animale non è solo assurda, è atroce. "Che cosa abominevole questa natura di cui facciamo parte!" esclama Schopenhauer sulla scorta di Aristotele. Il brano seguente, con la sua immensa frase finale, profonda, profonda come l'abisso, maestosa di desolazione e dolore, è uno di quelli in grado di provocare una siderazione, una presa di coscienza definitiva, come una cristallizzazione fulminante dei vari sentimenti depositati dall'esperienza della vita; difficile immaginare che qualcuno, in un qualsiasi momento della storia, possa aggiungervi una sola parola. Tengo a dedicarla in particolar modo agli ambientalisti.

È tuttavia nella vita degli animali, semplice e facile da comprendere nello sguardo, che si colgono piu' facilmente la vanità e il nulla degli sforzi dell'intero fenomeno. La varietà delle organizzazioni, la perfezione dei mezzi con cui ciascuna è adattata al proprio ambiente e alla propria preda, qui contrastano chiaramente con l'assenza di qualsiasi finalità sostenibile; in luogo di tale finalità, un istante di piacere, fugace e condizionato dal bisogno, sofferenze numerose e prolungata, una lotta incessante, bellum omnium, ciascuno al contempo cacciatore e preda, oppressione, privazione, miseria e paura, grida e urla, ecco cosa ci si presenta; e continuerà cosi' in secula seculorum, finché la crosta del pianeta non tornerà a esplodere. Junghun racconta di aver visto a Java un terreno ricoperto d'ossa che si estendeva a perdita d'occhio, e che dapprima gli era parso un campo di battaglia: in realtà si trattava di scheletri di grosse tartarughe, lunghe cinque piedi, larghe tre e alte altrettanto, le quali, uscendo dal mare, fanno quel percorso per deporre le uova, e vengono assalite da cani selvatici (Cani rutilans) che uniscono le proprie forze per rovesciarle sul dorso, strappano la parte inferiore del carapace e le piccole scaglie sul ventre, e cosi' le divorano ancora vive. Ma spesso avviene che una tigre si lanci sui cani. Questa devastazione si ripete migliaia e migliaia di volte, anno dopo anno; è con tale fine che sono nate quelle tartarughe. Per quale colpa devono sopportare un simile supplizio? Perché queste scene atroci? A cio' non v'è che una sola risposta: cosi' si oggettiva il voler vivere.* (Schopenhauer, Supplementi a "Il mondo come volontà e rappresentazione", capitolo 28)

(pp. 50-52)

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