mercoledì 17 maggio 2017

Ascoltando "Nebbia" dei Gazebo Penguins



Lo sto ascoltando tanto e tanto sin da quando è uscito
E mentre li ascolto, sto scrivendo.
È un disco che mi fa respirare.
La sera, dopo il lavoro, nelle giornate buie.
La nebbia del nord nelle ossa.
Quasi scomparsa da qualche anno.
La nebbia dentro cui sono vissuto.

A latere degli ascolti ho appuntato alcuni pensieri che mi vengono quando ascolto questo album:

BISMANTOVA- Il mio lavoro è una merda, non ho diritti, non ho ferie e malattia pagate, non ho prospettive, tiro a campare ma se lo perdessi sarei finito, anche perché c'è di mezzo un permesso. Non riesco a immaginarmi altrove, visto che non frequento nessuno e ricominciare da capo sarebbe traumatico e il lavoro mi fa schifo in generale. In realtà l'ho detto anche l'altra volta. Quando stavo in un periodo di disoccupazione e le prime settimane di lavoro al cinema praticamente ero così angosciato che non chiudevo occhi e la mia compagna era in pena per me perché pensava che mi sarei buttato giù da un ponte. Quando sono stato sul ponte tibetano ho pensato che di questo lavoro posso fare a meno. Ero su quel ponte e stavo di merda. Soffro di vertigini e sono riuscito a muovermi solo pensando all'andarmene dal cinema. Quando sono rientrato nel bosco, No, ho pensato, no cazzo, senza questo lavoro cosa faccio? Poi oggi sono sul divano e ho letto La peste scarlatta di Jack London. Si può fare a meno degli uomini, ho scritto. Forse no. Non potrei fare a meno di un farmacista scrittore. Ho letto una poesia di Osip Mandel'stam e il finale di questo libro:

 “Trent'anni dopo, mentre lotta per farlo riabilitare si imbatte in quaderni con poesie di Mandel'stam che erano circolate di campo in campo e di cella in cella.
In una cella, alcuni condannati a morte che dovevano conoscere qualche poesia di suo marito avevano scarabocchiato due versi sul muro: 

Esisto veramente
e la morte verrà un giorno?

NEBBIA- Pensavo di averti perso tanti anni fa. Poi ci siamo ritrovati a Urbino per un festival. Non abbiamo partecipato al festival ma abbiamo solo scopato e parlato e bevuto un sacco. C'era stato un attimo che eravamo seduti a un bar vicino a Palazzo Ducale e mi era venita voglia di scappare via. Avevo paura di rovinare ancora tutto. Poi abbiamo ordinato un Martini dietro l'altro e il cameriere ci sorrideva a ogni ordinazione. Ho fatto fuori metà della liquidazione in quei tre giorni. 
C'è stato quell'attimo in cui tu mi hai preso per mano e mi hai chiesto: "Perchè  sei venuto a cercarmi?” E io ti ho raccontato, quasi, tutto. Due giorni dopo eravamo su una panchina a Pesaro. Tu stavi per tornare nel villaggio turistico in Puglia dove stavi facendo la stagione, io invece alla mia depressione nel buco del culo del Nord. Ti ho detto: “Cercami quando finisce la stagione”. 
E siamo ancora qui. 
Io e te.
Noi due.
Con tutta la scorta di dolore che ci portiamo appresso. 

FEBBRE- Vorrei smettere di voltarmi e pensare a tutte le occasioni che ho perso con te, madre mia. Vorrei guardarti negli occhi e cercare di raccontarti chi sono e di tutto quel dolore che non mi lascia mai respirare. Una volta alla settimana torno dalla Svizzera e ti guardo su una lapide e chiudo gli occhi e ti racconto dei miei sogni. Tocco i fiori che ti lascia mio padre. Ti parlo di quello che verrà. Ti parlo di “Una vita come tante” di Hanya Yanagihara e di un gruppo che non smetto di ascoltare, i Crash of Rhinos. La gente mi prende per matto quando mi vede parlarti. Ma non bevo, quando so che devo guidare, non bevo, non preoccuparti. È una delle poche regole che uno come me riesce a rispettare. Sai, ti parlerei di come sono finalmente riuscito ad accettare che i pinguini non siano alti due metri. Vorrei rivedere il tuo sorriso quando non ci credevo che i pinguini fossero così bassi. Non era facile vederti sorridere. Vorrei chiudere gli occhi e rivedere i tuoi occhi di colori diversi mentre sorridi. Verde e marrone. Cosa ci ha sempre diviso madre mia? È come se la tua morte mi abbia aiutato ad amarti.

SOFFRIRE NON È UTILE- Tutto questo dolore. Tutti questi tentativi andati a vuoto. Queste giornate che girano a vuoto. Tutto questo vuoto che mi ritrovo fra le mani. Che forse star male davvero mi conviene così almeno mi toglie la voglia di farla finita e non devo più stare a frequentare dottori, amici, consulenti, parenti? Che poi tutto questo alcool che bevo mi fa stare anche peggio ma mi permette di aprire le finestre e guardare verso le montagne, di parlare, di scrivere, di leggere, di preparare un piatto di pasta per chi vive con me. Mi permette, il dolore, di alzarmi la mattina. Di accettare di far parte di questa inutile vita. Se fossi coerente con me stesso non berrei e mi farei fuori, oppure mollerei tutto e comincerei a camminare in cerca del fantasma di Achab. Quando il dolore ti dà la forza di alzarti allora sai forse di non avere più speranza. 

SCOMPARIRE- Sono sparito dalla vita di quegli amici che mi hanno dato tutto. Vivo nell'ossessione di ritrovarli senza farli vergognare di quello che sono diventato. Non si sparisce mai. E di questo fatto mi sono sempre rammaricato. La memoria sta nell'ordine del mondo. Non si dimentica mai nulla. Ci sono giorni che mi sento osservato anche dagli alberi. E ascolto Bleach. Le conseguenze dei gesti si protraggono nelle pozzanghere dopo i temporali. Nelle piante che si riaggiustano nei vasi. Scivolano nel sottosuolo le gocce d'acqua. Corrodono le tubature. Marciscono i fiori. E intanto si cerca di sparire. Lo faccio sempre. Da un cortile all'altro. Da un ascensore a una cassa del supermercato.

FUORI PORTA- La liberazione chi vissi quando mi diplomai e lasciai il Collegio o come quando dopo meno di quattro mesi, finalmente, mollai nel 1999 quel luogo di assoluta merda che è la Statale di Milano per non riapprodare mai più in un'Università. Quando ci passo vicino vorrei un congegno per farla saltare in aria per quanto mi ha tolto le ultime energie in mio possesso. Per avermi annientato. Per avermi fatto sentire un povero stronzo. Non li capisco gli studenti che difendono gli istituti di pena scolastici. La scuola è stata sempre un campo di concentramento per me. 

PORTA- A mia sorella regalarono da piccola un mappamondo che s'illuminava. Mio nonno mi chiedeva: “Dove vorresti abitare?” mentre lo faceva girare e girare e fumava una sigaretta. Lui era un truffatore perché il suo dito finiva sempre su Albania. Durazzo, la spiaggia di Durazzo. Io volevo solo che il mappamondo non fosse illuminato. Quando lo vedevo spegnersi mi veniva voglia di applaudire. Preferisco le cartine appese ai muri. Allora lì si che vedo il mondo o l'idea di mondo che più mi sento vicina. Come una coperta da avvolgermi addosso. Una carezza di oceani e Moby Dick, di Congo e Cornovaglia.

ATLANTIDE– All'Atlantide una sera fui consolato da una queer girl. Ero sbronzo ma lucido e lei sbronzissima e lucidissima. Attaccò bottone e parlammo e parlammo di libri, matrilinearità, famiglia, stelle, lacci delle scarpe, sassi. C'ero stato per caso all'Atlantide per un concerto. Mi offrì una birra perchè avevo la gola secca. Io ne avevo tre nello zaino. Ne bevemmo molte di più. Non ricordo il suo nome ma non credo si sia mai presentata. Aveva delle mani bellissime con delle unghie rosse e tutte mangiate e addosso una maglietta delle Bikini Kill strappata che le si vedeva il reggiseno giallo. Mai visto un reggiseno giallo o forse ero ubriaco. Mi sentii a casa. Mi accompagnò fino alla stazione raccontandomi di tutti i posti occupati a Bologna. Mi abbracciò forte quando ci salutammo. Ad oggi mi chiedo se lei fosse una ragazza o un ragazzo ma aveva dei lineamenti del viso pazzeschi. Tipo una lince.  

PIOGGIA– Dal secondo minuto in poi io impazzisco. Non ci sarebbo da dire. Un pezzo bellissimo. A tutto volume. Che poi su un pullman mi sono messo a piangere mentre lo ascoltavo e questo fa solo bene perché dicono che non piango mai. Due posti più in là una tossica che vedo spesso e con delle gambe fra le più belle che io abbia mai visto. Lei mi sorride. Si alza e viene a chiedermi se ho qualche soldo. Come al solito glieli dò. È rimasta lì e ci siamo fatti due chiacchiere. Tanto traffico e il bus procede lentissimo. Lei mi dice che puzzo di pop-corn. Io che le rispondo che profuma di lavanda. Lei mi sorride e mi fa “C'è roba buona in giro sai”. Mi ha stretto la mano e sono sceso due fermate prima del suo appuntamento. Aveva il viso triste quando l'ho lasciata sola su quell'autobus.

4 commenti:

  1. Clicco o non clicco? Mi sa che non clicco. Ogni volta che parli di tua madre mi faccio certi pianti. Non clicco. Ti darei due schiaffi, ti darei.

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  2. Non si fanno piangere le vecchie!

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