mercoledì 3 maggio 2017

Alberto Lomuscio, agopuntura, massaggi cinesi, ciclismo, Pozzovivo, Drieu




- alla mia ex collega vietnamita che mi faceva una testa così con l'agopuntura e quando io le rispondevo che coi medici non ho mai avuto un buon rapporto, lei mi prendeva per mano e guardandomi negli occhi commentava “Tu bisogno grande ago che ti mescola il cervello” e continuo a pensare che avesse ragione su tutto
- a una giovanissima massaggiatrice orientale che mi massaggiò su una spiaggia greca qualche anno fa. Ricordo che le parti del corpo che usava maggiormente per guarire la mia schiena erano il seno con dei capezzoli turgidissimi e i capelli che mi finivano sempre sul viso. La crema che uso' mi fece brillare la schiena per tre giorni
- a quando passo la frontiera e rientro in Italia e capita che mi debba fermare subito dopo la dogana per acquistare giornali o sbrigare qualche faccenda in posta e che parcheggi davanti a uno dei soliti locali di massaggio/bellezza orientale con le vetrine coperte da qualche pubblicità/petali/fiori/visi di donna. Le ragazze orientali che ho visto entrare o uscire dal centro e che mi hanno lungamente sorriso erano davvero belle e affascinanti. Abbastanza facile intuire che altro tipo di massaggi possano offrire quelle ragazze
- a “Un americano tranquillo” di Graham Green e allo splendido Michael Caine nella parte di Fowler

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L'ho letto tutto d'un fiato. Mi ha fatto malissimo leggere questo libro (ci sono parti durissime quasi da lacrime), anche se non ho trovato nulla che già non conoscessi o che comunque non immaginazioni ma durante la lettura ripensavo a mille visi, scalate, successi, maratone davanti all tv, crolli improvvisi. Tante considerazioni si potrebbero fare su un mondo malato come quello del ciclismo, dello sport in generale e della società intera, perché è da stupidi pensare che lo sport sia un'altra galassia rispetto a quella in cui noi viviamo. Da straordinario amante del ciclismo posso solo dire che da anni non sopporto minimamente le convivenze dei giornalisti che si occupano di ciclismo. I loro silenzi complici, i loro non detti, la loro ritrosia, le loro telecronache falsate. Proprio per questo da qualche tempo mi guardo le corse col volume al minimo o anche senza commento. 

Al prossimo Giro tifo come al solito per Domenico Pozzovivo.




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Un estratto da “Piccoli borghesi”:

“La sera rimasi chiusa in casa: all'ultimo momento Robert aveva avuto un impegno e mi aveva lasciato sola. In quelle ore trascorse in silenzio mi accorsi che la mia esistenza era completamente fallita, era ritornata al punto di partenza, a zero. Quattro anni prima, al momento di abbandonare la casa di mio marito, ero stata riafferrata dalla volontà di essere me stessa fino in fondo, in tutta la mia autencità, cioè un assurdo zero sociale. Da un giorno all'altro avevo abbandonato tutto ciò che avevo conquistato con fatica. Ma era stato più forte di me, non avevo potuto farci proprio niente.
Il denaro? Avevo amato il denaro?... No, il problema era un altro, avevo voluto sapere se ero veramente un essere indipendente, indipendente da quelli che l'ironia del linguaggio mi obbligava a chiamare i miei. Dovevo sapere se ero capace oppure no di vivere in un modo diverso da Camille.
Scivolai di nuovo in un'atmosfera psicologica chiusa e ossessiva, ricaddi nella mia infanzia. Non nell''infanzia che è legata alla vasta oscurità della natura e delle generazioni umane, ma nell'infanzia misera, che è contrassegnata dai primi contatti con gli altri. Questa infanzia angusta, che può pesare su tutta la vita di un uomo, è l'infanzia dei deboli. Ed era stata anche la mia.
Ecco, mi stava succedendo come una volta, quando in camera da pranzo non ero più capace di staccare lo sguardo da quell'uomo che adesso era ritornato nella mia esistenza portando con sè la sua influenza negativa. Quella mattina il suo sguardo mi aveva detto indirettamente ma chiaramente che il suo destino era anche il mio, che non potevo più ribellarmi.
Che cosa sarei diventata? Una brutta copia di lui. Anch'io avrei cominciato a vivere di sogni: “Sono un'attrice di prosa. Reciterò in quella commedia. Vedrete come interpreterò la mia parte”. E mi sarei messa a mendicare, a bussare ad ogni porta. I Le Pesnel non avevano che un'alternativa, o il matrimonio d'interesse o la povertà. Che affascinante, che ignobile famiglia!
Io valevo esattamente quanto lui. Nessuna differenza. Camille aveva distrutto la nostra vita borghese e io lo avevo ripagato in quegli ultimi tre anni mettendolo sul lastrico, non dandogli quei duecentomila franchi che gli sarebbero toccati in usufrutto alla morte della mamma e che gli avrebbero permesso di godersi tranquillamente la sua vecchiaia.
Ma lui, in fin dei conti, era stato una vera vittima dell'amore. Tutta la sua esistenza si poteva spiegare con Rose che aveva amato appassionatamente e a cui avrebbe sacrificato qualsiasi cosa. Io a mia volta avevo sacrificato gli ultimi anni di mio padre per... un archeologo!
Ma ciò che stava dandomi il colpo di grazia, nonostante tutti gli sforzi in senso contrario, era la pietà profonda che stava soffocando la rabbia contro mio padre. Il suo cappotto, in che stato era il suo cappotto! E aveva fame, letteralmente fame!” (pp. 371-372)

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