mercoledì 26 aprile 2017

Da "La fine dei vandalismi" di Tom Drury (NNEditore)


Ho atteso venti e più anni prima di leggere “La fine dei vandalismi” di Tom Drury (NNEditore, traduzione di Gianni Pannofino). Anni trascorsi meravigliosamente in due giorni di lettura. Cento pagine l'altro ieri, trecento ieri. Chiuso in stanza, fuori il brutto tempo, la pioggia, i discorsi su discorsi, il 25 aprile, la neve sulle montagne. Dentro al cuore il sogno di potere vedere coi miei occhi quelle parti degli Stati Uniti fuori dalla maggior parte delle rotte turistiche (Illinois, Minnesota, Nebraska, Dakota, Kansas, eccetera). 

É un libro spostato, non so come altro definirlo, che mi ha fatto rilassare e sentire bene.

Alcuni estratti:

“Louise mise dieci dollari sul tavolo e si alzò per andare in bagno. Si lavò le mani e si guardò allo specchio. Ebbe la sensazione di essere lontanissima dalal gente che riusciva a capire. D'altra parte, abitava a una ventina di chilometri dal posto in cui era nata.” (pag. 83)

“Tiny Darling abitava ancora giù a Pringmar con suo fratello Jerry Tate. Le cose andavano meglio di quanto ci si sarebbe potuti aspettare. Jerry, che lavorava all'ufficio postale di Morrisville, apprezzava la compagnia del fratello. Gli piaceva il senso dell'umorismo di Tiny e la sua convinzione che tutto e tutti cospirassero contro di lui e contro quelli come lui, anche se a guardarsi in giro era difficile trovare qualcuno che fosse assimilabile a Tiny. Quest'ultimo era un sostenitore della classe lavoratrice e diceva, ad esempio “È sempre il lavoratore quello che ogni mattina si prende le martellate in mezzo agli occhi” anche se probabilmente non aveva mai fatto un solo giorno di lavoro regolare in vita sua. Se la cavava con i lavori di idraulica più semplici, e se si trattava di stanare un procione da una soffitta era considerato un maestro. Era un bevitore abituale e a volte sembrava stanamente impegnato a stonarsi fino a perdere conoscenze. Una sera, non tanto tempo dopo il divorzio da Louise, si era intrufolato in casa di Francine Minor e si era addormentato sul tavolo della cucina, con una pagnotta per cuscino.” (pag. 95)

“I camion sorpassarono la Parisienne come grandi navi sull'acqua. Molti camionisti che percorrono la Interstate 80 si fanno vanto delle loro luminarie decorative. Strisce di luce gialle e azzurre profilano i rimorchi come se all'interno si ballasse la quadriglia. E gli abitacoli sembrano biglietterie decorate da perle arancioni. Persino certi parafanghi sono bordati di lucine. A un certo punto, su una leggera pendenza, la strada si allargava per aggiungere una corsia riservata al traffico lento, e Tiny si ritrovò con i tir da entrambi i lati, e l'impressione di viaggiare in un canyon di luce. Non durò a lungo: l'illuminazione sbiadì e poi scomparve, come un messaggio in codice intermittente, e Tiny proseguì il viaggio in solitudine. Poi un ascoltatore, che telefonava alla radio per la prima volta, disse che padre Zene Herbert era un imbroglione: non aveva preso i voti e non avrebbe saputo riconoscere una pergamena biblica neanche se gliel'avessero tirata in testa. Il suo vero nome era Herbert Bland o Herbert Grand. Era stato rinviato a giudizio in Florida. Una luce presso un ponte si illuminò per poi spegnersi al passaggio di Tiny. Questi fenomeni si verificavano da anni, e Tiny si domandò se ci fosse qualcosa nella chimica del suo organismo che aveva il potere di spegnere le luci.” (pp. 105-106)

“Louise pagò e uscì. Seguì una madre e una figlia fuori dal negozio. La bambina, che aveva forse due anni e teneva in mano una scatola di scarpe, sembrava attratta come una calamita da tutto quel che poteva rompersi o cadere. La madre continuava a trascinarla lontano dalla vetrine. C'era una fontana di pietra in mezzo al centro commerciale, e lì madre e figlia si fermarono a riposare. La madre si mise a leggere un giornale, mentre la bambina aprì la scatola, ne tolse un paio di scarpe rosse nuove e le gettò nell'acqua.” (pag. 120)

“Il diario le era stato dai medici, insieme a uno specchio e a un bambolotto. Volevano che guardasse il bambolotto e si ricordasse del bambino. Credevano che la memoria e i tranquillanti fossero la via da percorrere da guarire. Lei, però, non aveva alcuna voglia di ricordare, e non nutriva alcun interesse per i bambolotti. Quello che le avevano dato l'aveva messo sotto il letto, proprio al centro.
“Ho sempre fame in questi giorni” scrisse. “Ci promettono cibo, ma non ce ne danno mai abbastanza. La gente che lavora in cortile è lì da stamattina. Lasciano indietro così tante foglie che le cose, invece di migliorare, sembrano peggiorare. Si siedono sul marciapiede e mangiano il loro pranzo. Io vorrei le loro patatine fritte. Mi piacerebbe andare a rastrellare le foglie con loro. Probabilmente non si sono mai presi cura di un posto da soli. Non hanno mai avuto una casa tutta per sé. Rastrellare sarebbe un buon modo per tirare su qualche soldo e comprarmi una radiosveglia. So di averlo già scritto, ma vorrei proprio averne una. È più forte di me: quando mi sveglio vorrei vedere un orologio e ascoltare la radio. Senza queste due cose è difficile riemergere dai sogni”. (pp. 308-309)

“Mentre era fermo sul ciglio della strada a riflettere sulla questione, lasciò vagare lo sguardo su un campo e vide un mulino a vento, noto come il mulino a vento di Melvin Heileman, anche se Melvin Heileman era ormai morto. Il mulino non pompava più acqua, ma le sue pale ancora nuotavano al vento.
Dan scese dalla volante. Attraversò il profondo fossato e scavalcò la recinzione di filo spinata con un martello e un cartello su cui c'era scritto: DAN NORMAN DEMOCRATICO. Procedendo in direzione del mulino, una folata di vento gli strappò il cartello dalle mani. Lasciò cadere il martello e si mise a correre, ma il cartello planava come un uccello sulla prateria. Volò per un lungo tratto e finì per atterrare in una marcita, sulla cui riva Dan dovette smettere di inseguirlo. Rimase lì, senza fiato, con le mani sulle ginocchia. In cielo brillavano stelle azzurrine, e Dan pensò a sua figlia sotto la terra fredda. Pronunciò il suo nome – Iris, Iris – ma sentì soltanto il rumore del vento.” (pp. 326-327)

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