martedì 4 aprile 2017

Berto Ricci


Alcuni giorni fa avevo scritto un post dove mi interrogavo su chi sarei potuto essere durante gli anni del Fascismo e più in generale degli anni che vanno dalla fine del XIX secolo alla metà del Ventesimo secolo. Avevo fatto alcune ipotesi, mettendomi a nudo, ragionando sulla mia indole, sui miei gusti, sulle mie insofferenze. Tutto ipotetico.

Di sicuro, con tutte le dovute differenze e circostanze, mi rivedo in Berto Ricci, nel suo percorso umano e culturale, nella sua indole, nel suo scegliere di dare concretezza alle proprie idee e andare al fronte. 


Anno V, n.1, 10 gennaio 1935 XIII

Attenzione alle insincerità non sempre consapevoli, ma non perciò meno incompatibili col Fascismo. In questi anni si è molto ed entusiasticamente scritto, parlato, vociferato di popolo, di tuta da lavoro, di bonificatori col badile, di santa gioia del povero desco familiari, di ferrea gente dei monti ecc, da parte di giovani e giovanissimi coi baffini all'americana, la cui vita corre tra un campo di tennis e un ciarlare di anticamera ministeriale, un ricevimento in livrea borghese e un ritrovo notturno dove certo non si respira aria appenninica. Non facciamo del classismo, ché anche per noi il Fascismo è negazione recisa del bolscevismo in tutte le sue fasi: prima, seconda e terza. Il professionista, l'impiegato di banca, il ricco anche (con riserve per lo meno uguali a quelle evangeliche), possono essere integralmente fascisti, gente del secolo del lavoro, senza punto bisogno di vestir tute e d'impugnar badili. Non i baffi e non la professione né la condizione fanno il borghese: ma vi è una borghesia di spirito, di gusti e d'ambiente, che è quella che deve finire: vi è un clubismo, unico residuo di classismo oggi in Italia, e che deve finire; vi sono salotti che la Rivoluzione chiuderà, e livree borghesi che riporrà in guardaroba. Quella gioventù rimasta in adorazione di codesti feticci antichi – che vanno dal vestiario alle relazioni personali e dallo stile di vivere a quello del pensare – è la meno qualificata per parlare di popolo e di lavoro. Il bello si è che codesta brodosa giovanaglia trova modo, per contrapposto, di dir male del così detto intellettuale e cioè di chi fa quel ch'essi non fanno: lavorare... Ma lasciamo andare le faccende personali, ché anche la categoria – la categoria intellettuali, alla quale ci onoriamo di appartenere – è “persona”. Volevamo dire che altra cosa è lo scrivere fieri articoli magariddio rurali, e altro il cambiare gli uomini cominciando naturalmente da se stessi. Gli animali da sera non saranno mai fondatori né interpreti delle civiltà: possono, tutt'al più, vantarsi di averne accoppata alcuna. E questo val quanto dire che l'impero è un problema di semplicità: val quanto dire che la grandezza del Fascismo non potrà realizzarsi nei soli istituti (tecnicismo, burocrazia, retorica della rivoluzione automatica), ma anche e anzitutto negli uomini, in quell'inimitabile ineguagliabile unitissimo elemento dello Stato che è l'uomo singolo, col suo volto e la sua responsabilità perenne. Sinora e sino a nuov'ordine, cioè sino a un nuovo pianeta, non conosciamo collettività che si compongano d'individui.” (pp. 82-83)

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