mercoledì 1 marzo 2017

Un estratto da "L'identità sacra. Dèi, popoli e luoghi al tempo della Grande Sostituzione" (Aga Editrice)



“In uno strano scritto del 1951, Carl Schmitt definisce il termine tedesco “Raum”, “spazio”, come “una parola originaria della lingua originaria”. La sua etimologia è ricondotta all'antica radice germanica “rum”, indicante un luogo disboscato a partire dal quale può svilupparsi una civiltà. Schmitt ne trae una conseguenza significativa: “Sono certo che “Raum” (“spazio) e “Rom” (“Roma”) sono stessa parola”. Il giurista tedesco fornisce quindi qualche base linguistica per la sua riflessione, ma subito dopo ammette: “Tuttavia il mistero di una parola originaria va ampiamente al di là di qualsiasi storia, per quanto significativa, e di qualsiasi studio etimologico, per quanto ingegnoso. La sua dimensione trascendente è intimamente legata alla fonetica immediata del suo suono e del suo timbro”. Esiste, quindi, un “mistero originario” legato allo spazio, o almeno a ciò che per i tedeschi è lo spazio in quanto Raum. Di questo mistero, pure così ostentatamente germanico (ricorrono qui le solite considerazioni sull'intraducibilità del tedesco), Roma non solo parteciperebbe, ma risiederebbe nel suo centro. Si badi, “Raum” e “Rom” non sono per Schmitt termini imparentati: sono “la stessa parola”. Roma, cioè lo spazio. Se il “mistero” dischiuso da Schmitt sembra permanere come tale, resta l'intuizione fondamentale di aver sovrapposto l'essenza della spazialità – spazialità non geometrica, ma spirituale – e quella della romanità. Il che la dice lunga sull'importanza che ebbe a Roma il rapporto con il luogo, la terra, la città. Il legame del Romano con il suo suolo sacro inizia prima ancora che Roma esista come città, in quella secolare e silenziosa preparazione che forgia un popolo arroccato su colline inospitali, nel combattimento quotidiano per la sopravvivenza che indurisce famiglie e villaggi, che tempre volontà, spirito comunitario, devozione verso un numinoso essenziale, severo, di pura potenza, di pura luce. Renato Del Ponte ha usato a riguardo parole di grande suggestione: “La concezione romana della vita nasce da un carattere forgiato e contrassegnato da una povertà di mezzi economici, che fu compagna per secoli a generazioni di populi Albenses accampate su alture divise da stagni putrescenti e stimolate dal pericolo emanante dalla aperte valli, dal basso litorale e dal grande fiume che in basso scorreva. Un carattere, che la lezione etrusco-italica educò al continuo sforzo applicato ad un suolo che non produceva, se non grazie a un duro lavoro. Un carattere orientato, infine, per l'associarsi delle esperienze che ne derivavano, verso una concezione della vita che si riassume in un solo nome: Fatum. Fatum non superna e ineluttabile “necessità”, quale concepirono i Greci, ma determinatore della sua volontà: in origine “verbo” o “decisione” di Giove nelle vicende storiche della città. Si può dire che tutti gli storici che hanno indagato il segreto delle fortune di Roma, l'abbiamo indicato in una specifica qualità della sua gente: lo spirito positivo. Senza riflettere però sul fatto che prima di essere una causa, lo spirito positivo è un risultato di fattori diversi, complessi e protrattisi per lungo tempo. Si è formato giorno per giorno, durante almeno otto secoli di esistenza anonima e quasi barbarica, tra le asperità di una vita povera e le insidie di una posizione geografica precaria”. Non c'è materialismo in questa spiegazione che parte dalle asprezze del suolo, dalle fatiche del lavoro, proprio perché non fu materialista la risposta romana a questa terra ostile, che nell'opera di trasformazione di tale ambiente distillò al contrario una spiritualità di fuoco, una visione tersa della realtà, una vocazione stellare. Questa risposta fece venire gli Dèi a vivere nalla città degli uomini, fatto fondamentale che ordina e orienta la percezione romana dello spazio e di se stessi. Roma è citta sacra o non è, proprio perché in essa convivono il divino e l'umano. Per lo stesso motivo, Roma non è pensabile lontano dal suo sito storico: l'Urba non è nata con un contratto sociale, replicabile in qualsiasi luogo, ma per mezzo di un patto con gli Dèi che ha il suo asse portante proprio sull'aver reso sacra una porzione di territorio.” (pp. 171-173) 

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