martedì 7 marzo 2017

Paul Sérant, "I vinti della Liberazione. Epurazioni, esecuzioni, eliminazioni sommarie in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale" (Oaks Editrice), Roberto Vivarelli,mia nonna, mio zio, Luisa Ferida, Osvaldo Valenti

Probabilmente sto scrivendo un pezzo molto confuso.
Che mescola strade, percorsi, ricordi, riflessioni.
Li confonde.
Sono io stesso a confondermi mentre ne scrivo.
Ho bevuto forse troppe birre ma l'alcool viene riassorbito dal dolore in un battito di ciglia.

Ma leggendo il saggio di Paul Sérant "I vinti della Liberazione. Epurazioni, esecuzioni, eliminazioni sommarie in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale" (Oaks Editrice)


mi si sono riavvolti tanti pensieri in testa che come al solito mi sono chiesto cosa avrei fatto io in quegli anni. Come mi sarei comportato. Di solito ci si tende a vedersi, riprodursi, rappresentari, narrarsi nelle discussioni, davanti allo specchio e alla propria tomba, come degli eroi integerrimi oppure nella parte di fieri alfieri della libertà, uomini e donne schierati dalla parte giusta o sbagliata del momento, a secondo del punto di vista, dell'opportunità, della moda attuale.

Guardandomi allo specchio, riflettendo sulla mia vita, risponderei che negli anni della Seconda Guerra Mondiale e anche nei decenni precedenti sarei stato probabilmente un anarchico.
Insofferente a tutto e tutti e a qualsiasi arruolamento forzato.
Innamorato della Banda Bonnot, di Bresci, di Ravachol. 
Soprattutto del concetto di anarchico incarnato da Céline.
Poi mi dico anche che non lo so. 
Mi vedo per quello che sono e oggi non so nemmeno chi sono.
Perché poi é tutto cosi' facile in teoria, ma nel pratico meno, visto che sono anche un grande lettore ed grande estimatore, cultore, di Drieu, Degrelle, Pound, Proudhon, Sorel, Corridoni, Berto Ricci
E allora, ripensandoci sopra, molto probabilmente sarei potuto diventare pure fascista. 
Un repubblichino innamorato del Corporativismo. 
Oppure uno alla Henry de Monfreid.
Alieno a qualunque borghese, scribacchino, servo di partito.
Assassino di borsaneristi.

Uno con le mie amicizie attuali come si sarebbe comportato allora? 

Di sicuro, almeno penso, sarei partito per combattere contro l'Unione Sovietica. Nelle divisioni di combattimento. Per fare il culo all'Armata Rossa. Non lo so, ci sono giorni che ci penso continuamente. E continuo a pensarci. Probabilmente si', non sarei stato un partigiano di un qualche vario tipo di colore.

Nell'introduzione del libro di Sérant, un libro doloroso, molto doloroso, viene citato il libro di Vivarelli "La fine di una stagione":


e ho pensato a come mi sarei comportato io in quel periodo, da adolescente, da ragazzino di paese, e subito ho ricordato mio zio Ezio, nato nel 1930, che quando crollo' il Fascismo scoppio' a piangere. Uno che si sarebbe arruolato nelle Brigate Nere a 14 anni se mia nonna non l'avesse fermato prima. Mio nonno lavorava in Germania, mio zio Adriano era morto nel 1944 per un'appendicite fulminante, e mio zio non poteva andarsene da casa, non poteva lasciare sua madre da sola con due vecchi da accudire. Fu quello il suo senso della disciplina.

Quando mori' mio zio, alcuni suoi coetanei mi raccontarono che il giorno della Liberazione lui rimase chiuso in casa. Quando vide gli Americani mio zio non accetto' mai cioccolato e ninnoli per comprarlo. Fino alla fine della sua vita non voto' mai a sinistra. Mi parlo' sempre di tradimento. Di tutto cio' che il Fascismo aveva fatto per la nostra famiglia.
Chi sarei stato io a 13 anni, nel 1943? 
Come mi sarei comportato?
Mio zio mi disse sempre che la colpa dei Fascisti era stata quella di essere stati troppo teneri con gli industriali del paese. Avrebbero dovuto bastonare loro prima di tutto che rubavano sempre e comunque. Gli davo del comunista e lui mi rispondeva che avercela con gli industriali non significava per forza essere comunista.


E ci ho pensato ancora di piu' oggi, leggendo questo articolo: "Le lettere delle donne al Duce: "Chiedo la grazia di un lavoro" e ho ripensato alla mia bisnonna paterna che scrisse al Duce supplicando di farsi mandare qualcosa da mangiare. Suo marito, socialista, senza tessera, non portava un soldo a casa. Moriva in un sanatorio. La sua lettera ottenne tutta una serie di benefici. A casa si presento' persino il Podestà. Infuriato per la sua insolenza. Ma arrivarono riso, farina, zucchero, sale. Il mio bisnonno l'avrebbe quasi uccisa mia nonna quando venne a saperlo. Mi piacerebbe leggerla quella lettera. Mi piacerebbe poter ascoltare la registrazione della conversazione fra i Fascisti e mio nonno, socialista.
Nella mia famiglia paterna ho avuto partigiani, repubblichini, volontarie della Rsi. 
Un parente di mia nonna, milite delle Brigate Nere, fu fucilato dopo la Liberazione. 
Mia nonna, fiera antifascista per tutta una vita, mi diceva che suo cugino era pieno di passioni e che era morto sorridente. Si parlavano spesso anche durante la guerra civile. Erano cresciuti insieme. Mia nonna aveva pianto sul suo cadavere. E intanto mia nonna stava aspettando l'uomo che sarebbe diventato suo marito, partigiano in Jugoslavia. Un uomo, mio nonno, che quando' torno' a casa, fu quasi linciato perché prima di partire per la guerra nel '39 era amico di alcuni fascisti. O forse perché semplicemente mio nonno era un uomo istruito, senza gabbie, che amava la letteratura, il disimpegno e per gli zotici di paese assetati di merda questo era di troppo.


Mia nonna mi racconto' anche di aver pianto tantissimo quando seppe della morte di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida. I suoi idoli assoluti insieme ad Amedeo Nazzari. 
Mia nonna riusci' persino ad abbracciare la Ferida a Milano. 
Per anni e anni me ne ha parlato e tutte le volte che me ne parlava le si riempivano gli occhi di lacrime. 
E quando ride, Osvaldo Valenti è tutto mio nonno. 
Alla fine di questo lungo pezzo, credo che siano state, fra le mille altre cose, le parole di mia nonna su Luisa Ferida a permettermi di vivere, di frequentare persone molto diverse da me, a costruire percorsi considerati impossibili. A considerare il concetto di giustizia per i vinti. A considerare le ragioni altrui. A interrogarmi sull'altro. A vivere la mia vita per come è andata. 


E Luisa Ferida, qui, in questa foto è identica a mia madre. Che poi quando ho visto il film su lei e Valenti ho pianto parecchio, anche perché la Bellucci nella sua fisicità statuaria e immobile ricorda particolarmente mia nonna.
Semplicemente fu assassinata Luisa.
E niente, chiudo qui.
Forse volevo solo arrivare a lei.
Al suo volto.
Che mi ricorda troppi dolori, troppe parole, troppa straordinaria e bellissima indolenza femminile.
Troppi drammi che poi mi esce il sangue di bocca se continuo a parlarne.


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