domenica 5 marzo 2017

Leggendo "Pensare altrimenti" di Diego Fusaro (Einaudi)


Uomo/filosofo/insegnante sicuramente controverso e discutibile in molte posizioni anche per me. Ho letto e ascoltato di tutto su di lui: prezzolato, prezzemolino della tv, rosso-bruno, fotocopia di Costanzo Preve (straordinario uomo e pensatore), marxista, post-marxista, Hegeliano, fichtiano, salottiero, fascista, imbucato, pressapochista, macchiettistico, guida spirituale, maestro, supercitazionista e nient'altro, quadrato, conservatore, omofobo, rivoluzionario, amico dei grillini, reduce invecchiato precocemente, pensatore ribelle e scomodo e si potrebbe andare avanti.  Ho letto tutti i suoi libri e il mio giudizio è sospeso. Di sicuro questo “Pensare altrimenti” (Einaudi) contiene molti spunti interessanti (niente di nuovo per chi segue Fusaro già da qualche tempo) ma, al di là di considerazioni strettamente filosofiche che meriterebbero infinite discussioni, il difetto principale che riscontro in tutte le sue opere è una scrittura/struttura spesso ripetitiva (sono uscito da poco dalla rilettura del saggio di Lasch che invece eccelle, oltre che nei contenuti, per struttura complessiva dell'opera e per pulizia, semplicità e ricercatezza di stile). Bruttissima parola “editing” ma tutti i suoi saggi necessiterebbero (e lo scrivo timidamente) di una seria revisione stilistica e strutturale. Lascio due recensioni contrapposte. Una di Andrea Coccia e una di Matteo Fais.

In generale comunque io apprezzo Diego e ciò che sta facendo. Lo scrivo da non marxista e non comunista. Uno dei motivi per cui lo apprezzo è proprio il suo essere quadrato, serioso, ripetitivo, fuori dal tempo quasi.

Un estratto:

In forza di quest'uguaglianza dell'irrilevanza, come la si potrebbe etichettare con Hegel, tutti sentono, pensano e vogliono lo stesso: l'umanità è frazionata in una molteplicità caleidoscopica di atomi seriali, qualitativamente uguali e interscambiabili, senza identità e senza personalità, e, insieme, sempre più differenti tra loro per il diverso “valore di scambio” del quale dispongono. L'uomo senza identità diventa il nuovo profilo antropologico egemonico, coerente con la norma della valorizzazione illimitata, del consumismo assoluto e dell'omologazione planetaria. La precarizzazione delle masse ne è un momento essenziale, giacché non solo conduce alla rimozione dei diritti di un tempo guadagnati – con la sintassi hegeliana – dal Servo nel conflitto, ma prepara il nuovo materiale umano omologato a nuove e sempre più intense forme di estorsione di plusvalore a opera e a vantaggio del Signore.
L'uomo flessibile deve, per ciò stesso, essere senza identità, senza famiglia, senza coscienza oppositiva, senza radicamento territoriale, senza lavoro stabile: dev'essere ridotto ad atomo consumatore single e nomade, incapace di intendere e di contrastare l'alienazione e lo sfruttamento di cui è vittima, sempre pronto a migrare in nome della delocalizzazione della produzione. Coerente con la mobilitazione totale prodotta dal tecnocapitalismo, la mobilità diventa la prerogativa quintessenziale dell'homo instabilis: il quale è strutturalmente “dis-occupato” e nomade, ossia privo di un posto fisso e stabile a livello sia etico, sia familiare, sia lavorativo, sia territoriale.
È in questo scenario dai tetri contorni che si realizza la profezia di Toqueville. Il “nuovo aspetto” del dispotismo corrisponde con impressionante aderenza a quello da lui paventato: una folla impressionante aderenza a quello da lui paventato: una folla innumerevole di uomini qualitativamente uguali e interscambiabili, intenti solo a godere – gli “ultimi uomini” profetizzati da Nietzsche -, ciascuno estraneo al destino dei suoi simili, assorbito integralmente da se stesso e dal proprio godimento acefalo, senza identità e tradizione, senza vis critica e senza spessore culturale.
E, sopra, di essi, quasi impercettibile, un “potere immenso e tutelare”, lasco e permissivo, mite e previdente, che li mantiene illimitatamente nello stadio dell'infanzia e dell'immaturità, di modo che sempre si divertano “purché non pensino che a divertirsi” e a godere nelle forme più disinibite, dispensati dalla fatica del pensare. Il sistema totalitario diventa accattivante e permissivo, ma le sue sbarre non sono meno robuste di quelle dei regimi precedenti.
Di girono in giorno, i cittadini della democrazia di massa avvertono come superfluo l'uso del libero arbitrio e della volontà, sazi e felici nei perimetri di questa “servitù regolata e tranquilla”, che ha annullato il dissenso senza reprimerne le manifestazioni, ma, semplicemente, rimuovendo la stessa possibilità del suo costituirsi.” (pp. 30-32)






1 commento:

  1. http://www.intelligonews.it/le-interviste-della-civetta/articoli/6-marzo-2017/58295/complotto-soros-migranti-da-coste-libiche-all-europa-parla-il-filosofo-diego-fusaro/

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